Anche Intesa Sanpaolo e Bper salgono a bordo di Qivalis, il consorzio bancario europeo che punta a lanciare una stablecoin ancorata all’euro e regolata secondo le norme Ue. Con l’ingresso dei due gruppi italiani – insieme ad altri 23 istituti – il progetto arriva a quota 37 banche in 15 paesi europei e prova ad accelerare sulla costruzione di un’infrastruttura continentale dei pagamenti digitali alternativa al dominio americano. Un tema che ormai intreccia finanza, tecnologia e geopolitica.
COSA CAMBIA CON L’INGRESSO DI INTESA E BPER IN QIVALIS
Qivalis nasce nel 2025 da un gruppo di nove-dieci grandi banche europee, tra cui Unicredit, Banca Sella, Ing, CaixaBank, Danske Bank e Raiffeisen, con sede ad Amsterdam e supervisione della banca centrale olandese. L’obiettivo è creare una stablecoin basata sull’euro utilizzabile per pagamenti e regolamenti finanziari su blockchain, cioè direttamente attraverso registri digitali decentralizzati.
Ora il progetto compie un salto dimensionale. Tra i nuovi ingressi nel consorzio figurano anche AbnAmro, Banco Sabadell, Rabobank, Nordea, Swedbank ed Erste Group, come riportato dal Sole 24 Ore.
Questa espansione è “un passo decisamente significativo”, ha commentato il ceo Jan-Oliver Sell, ex manager di Coinbase Germania, spiegando che il consorzio “è aperto” e che le discussioni con altri gruppi bancari sono in corso.
Il punto, però, non è solo industriale. È politico. Qivalis punta a creare un’infrastruttura europea per il regolamento dei pagamenti in euro su blockchain, evitando che il futuro della finanza tokenizzata del continente passi interamente dal dollaro e dai circuiti statunitensi. “Per le istituzioni europee non è sostenibile dipendere soltanto dal dollaro per regolare le transazioni”, ha detto Sell.
La stablecoin dovrebbe arrivare nella seconda metà del 2026, dopo l’ottenimento della licenza come istituto di moneta elettronica presso la banca centrale olandese. I primi utilizzi riguarderanno il mondo delle criptovalute, gli exchange europei e i servizi finanziari per le imprese: dai pagamenti internazionali al commercio estero, fino alla gestione della liquidità aziendale e ai regolamenti di asset digitali tokenizzati.
PERCHÉ LE STABLECOIN SONO DIVENTATE UN TEMA GEOPOLITICO
Le stablecoin sono valute digitali progettate per mantenere un valore stabile, generalmente agganciato a una moneta tradizionale con rapporto uno a uno. Oggi quasi tutto il mercato è dominato da token basati sul dollaro, come Usdt di Tether e Usdc di Circle.
Ed è qui che entra la geopolitica. L’amministrazione Trump ha deciso di trasformare le stablecoin in uno strumento strategico di politica economica e monetaria. Con il Genius Act, Washington ha introdotto una cornice normativa che punta a favorirne la diffusione globale. Secondo il segretario al Tesoro Scott Bessent, queste monete digitali rafforzeranno il ruolo internazionale del dollaro, aumenteranno il suo utilizzo nei pagamenti e sosterranno la domanda di Treasury americani.
Non è un dettaglio. Oggi la grande maggioranza delle stablecoin mondiali è denominata in dollari e questo rischia di trasformare la finanza digitale in una nuova estensione dell’egemonia monetaria americana. Il timore è quello di una “dollarizzazione digitale” della finanza. È il motivo per cui in Europa si moltiplicano i progetti per costruire alternative continentali.
IL PIANO ITALO-TEDESCO CONTRO LE STABLECOIN USA
Ad aprile, come riportato da Startmag, Italia e Germania hanno elaborato un documento congiunto che propone una stretta sulle stablecoin straniere, in particolare americane.
L’idea è semplice: consentire l’accesso al mercato europeo solo agli operatori provenienti da paesi con regole equivalenti a quelle Ue. In caso contrario, le stablecoin potrebbero essere escluse dal mercato comunitario.
Il nodo riguarda soprattutto le cosiddette “multi-issuer stablecoin”, cioè monete digitali emesse contemporaneamente in più paesi, con le riserve che le garantiscono custodite in diverse giurisdizioni. Roma e Berlino temono che, in caso di crisi o richieste massicce di rimborso, le riserve detenute fuori dall’Unione possano non essere trasferibili rapidamente in Europa.
Per questo il piano prevede addirittura un “kill switch”: un potere assegnato all’Autorità bancaria europea (Eba) per vietare le stablecoin che non garantiscono la mobilitazione immediata delle riserve nell’Ue.
È una mossa che fotografa bene la crescente diffidenza europea verso il modello americano basato su stablecoin private dominate dal dollaro.
IL PROGETTO EUR-BANK E L’ASSE DEI PAGAMENTI EUROPEI
Qivalis non è però l’unica iniziativa in campo. Parallelamente avanza anche Eur-Bank, il progetto promosso da Bancomat insieme ad altri operatori europei dei pagamenti.
Secondo quanto riferito a Startmag lo scorso marzo (link) dall’amministratore delegato di Bancomat Fabrizio Burlando, il progetto è in fase avanzata e potrebbe partire presto con un pilota. Tutti i maggiori gruppi bancari italiani avrebbero manifestato interesse.
La logica, anche qui, è quella della sovranità europea nei pagamenti. Eur-Bank si inserisce infatti nell’allargamento della European Payment Alliance, l’alleanza tra sistemi di pagamento di Italia, Spagna e Portogallo che punta a creare un ecosistema europeo interoperabile.
“È fondamentale avere un sistema di pagamenti europeo sovrano e indipendente”, ha detto Burlando, collegando il tema dei pagamenti digitali a quello dell’autonomia strategica europea.
La differenza rispetto a Qivalis è soprattutto nell’impostazione. Eur-Bank nasce più come infrastruttura di pagamento bancaria paneuropea, mentre Qivalis guarda direttamente alla finanza tokenizzata e ai regolamenti su blockchain. Ma il problema che cercano di affrontare è lo stesso: evitare che il mercato europeo venga colonizzato dalle infrastrutture digitali americane.
LE RISERVE DELLA BCE E DELLE BANCHE CENTRALI
Il punto è che non tutti vedono con favore l’espansione delle stablecoin, nemmeno quando sono denominate in euro.
La Banca centrale europea continua a mantenere una posizione prudente, se non apertamente critica. Christine Lagarde ha più volte sostenuto che le stablecoin private pongano rischi per la politica monetaria e la stabilità finanziaria dell’Unione, insistendo piuttosto sulla necessità dell’euro digitale emesso dalla banca centrale.
I timori riguardano soprattutto la possibilità di corse ai riscatti, problemi di liquidità e perdita di controllo sui flussi monetari. Secondo Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, le stablecoin espongono i detentori “ai rischi legati alla solidità degli emittenti”. Chiara Scotti, vicedirettrice generale di Bankitalia ed ex dirigente della Fed, ha evocato il rischio di una “stablecoin run”, cioè una fuga improvvisa degli investitori che cercano contemporaneamente di convertire le proprie stablecoin in valuta tradizionale, con effetti simili a una corsa agli sportelli bancari.
Anche la Banca dei regolamenti internazionali (Bis) ha messo in guardia contro il rischio di perdita di sovranità monetaria e fuga di capitali.
Eppure i promotori di Qivalis insistono sulla complementarità con l’euro digitale. Secondo Sell, le due cose servono a obiettivi differenti: l’euro digitale sarebbe pensato per i pagamenti retail interni all’Europa, mentre le stablecoin opererebbero soprattutto nel mondo istituzionale e nei regolamenti internazionali.
Da qui anche la replica indiretta a Lagarde. “Abbiamo bisogno ora di una stablecoin on-chain. La minaccia della dollarizzazione è oggi. Tra cinque anni la partita sarà finita”, ha dichiarato Sell.





