Giovedì 7 maggio la Commissione europea ha selezionato nove progetti vincitori della terza asta della Banca europea dell’idrogeno, l’istituzione che si occupa di sostenere la produzione e l’importazione di idrogeno ricavato da fonti energetiche pulite. I progetti, situati in sette paesi dello spazio economico europeo – Spagna, Germania, Grecia, Danimarca, Austria, Finlandia e Norvegia (che non fa parte dell’Unione) -, riceveranno in tutto 1 miliardo di euro e dovrebbero garantire una capacità di quasi 1,1 gigawatt e una produzione di oltre 1,3 milioni di tonnellate nei primi dieci anni di attività.
IL RUOLO DELL’ETS
I finanziamenti proveranno dall’Ets, il sistema comunitario per lo scambio delle quote di emissione di anidride carbonica, cioè il meccanismo alla base del mercato per la compravendita dei “permessi” di emissione di CO2 tra le aziende, con lo scopo di disincentivare l’utilizzo dei combustibili fossili e promuovere le alternative low-carbon.
IL PROBLEMA DELL’IDROGENO
L’idrogeno è un vettore energetico, cioè un “contenitore” dell’energia utilizzata per produrlo. Possiede, in teoria, le caratteristiche giuste per sostituire i combustibili fossili in tutte quelle applicazioni difficili da elettrificare, come la siderurgia, l’aviazione o il trasporto marittimo: non rilascia CO2 quando viene bruciato, può accumulare energia per lungo tempo e può essere trasportato su lunghe distanze, ad esempio.
L’Unione europea ha puntato molto sull’idrogeno – nel comunicato del 7 maggio si legge che può contribuire “alla transizione pulita, all’indipendenza energetica e alla sicurezza” comunitaria -, in particolare sulla cosiddetta variante “verde”, cioè ricavata a partire dall’elettricità generata da fonti pulite, come le rinnovabili o il nucleare. L’idrogeno, però, può essere ottenuto anche dal metano, a prezzi più bassi ma con emissioni maggiori: la variante più inquinante in assoluto è detta “grigia”, mentre quella “blu” prevede l’utilizzo di tecnologie di cattura della CO2.
Il problema dell’idrogeno non è tanto teorico, quanto pratico: quello “verde”, in particolare, è parecchio costoso e proprio per questo fatica a trovare acquirenti. Oltre ai costi, c’è poi un problema con le infrastrutture, ad oggi in larga parte assenti: l’idrogeno, infatti, è complicato da conservare sia perché il rischio di fughe è elevato, sia perché richiede temperature molto basse e cisterne ad alta pressione.
– Per approfondire: Perché il mercato dell’idrogeno sta crollando
UN PREMIO FISSO EUROPEO (E I FONDI NAZIONALI TEDESCHI E SPAGNOLI)
I nove progetti sull’idrogeno selezionati dalla Commissione europea riceveranno un premio fisso compreso tra 0,4 e 3,4 euro per ogni chilo prodotto – di cui andrà certificata e verificata l’origine “pulita” – per un periodo massimo di dieci anni.
In aggiunta, la Spagna e la Germania sosterranno i loro progetti – uno ciascuno – con altri 1,7 miliardi in tutto, provenienti da fondi nazionali: il contributo tedesco arriverà fino a 1,3 miliardi, mentre quello spagnolo fino a 440 milioni. I due paesi hanno partecipato all’asta attraverso la funzione Auctions-as-a-Service un modello che, si legge nel comunicato, “è aperto a tutti gli stati membri, consentendo loro di beneficiare della piattaforma d’asta a livello dell’Ue e di assegnare finanziamenti nazionali a progetti aggiuntivi con procedura semplificata”.
CALANO LE DOMANDE
La terza asta della Banca europea dell’idrogeno era stata chiusa il 19 febbraio scorso e aveva attirato 58 offerte da undici paesi. Come fa notare il sito specializzato HydroNews, “il numero di partecipanti evidenzia un calo rispetto alle aste precedenti: per la prima, chiusa a febbraio 2024, erano arrivate ben 132 offerte, mentre per la seconda – chiusa a febbraio 2025 – il numero era già più che dimezzato a 61”.







