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Campari cresce, ma non convince: vendite sotto le attese e tonfo in Borsa

Ricavi a 643 milioni e crescita organica al 2,9%, ma per Campari pesano le scorte ridotte negli Usa, i cambi sfavorevoli e la cessione di Cinzano, mentre i mercati emergenti sostengono il quadro. Fatti, numeri e approfondimenti

Un avvio d’anno “solido”, ma non abbastanza per il mercato. I conti del primo trimestre 2026 di Campari mostrano una crescita organica positiva, ma finiscono sotto le attese degli analisti e innescano una reazione immediata in Borsa: il titolo arriva a perdere oltre l’11%, scivolando in coda al listino milanese. Una bocciatura netta, che riflette più le aspettative del mercato che non la dinamica industriale del gruppo, ma che segnala anche quanto il contesto degli spirits sia diventato complesso.

Le vendite si sono attestate a 643 milioni di euro, in calo del 3,4% su base reported, contro un consensus di circa 651 milioni. A sostenere i numeri è stata una crescita organica del +2,9%, ma pesano in modo significativo sia le dismissioni (-2,2%), come la cessione di Cinzano, sia la penalizzazione valutaria (-4,1%), legata alla debolezza del dollaro.

UNA CRESCITA ORGANICA CHE NON BASTA AL MERCATO

Il dato su cui insiste il management è la crescita organica: +2,9% nel trimestre, con crescita diffusa in 18 mercati, risultati superiori alla media del settore e quote di mercato in aumento nelle vendite al consumo. Ma il mercato guarda altrove: alla qualità della crescita, alla sua sostenibilità e soprattutto al confronto con le attese.

La fotografia geografica mostra un gruppo ancora in espansione, ma con evidenti asimmetrie. L’Europa cresce dell’1,9%, il Nord America del 2,2% nonostante le difficoltà, mentre i mercati emergenti accelerano al +12,7, confermandosi la vera locomotiva. Più debole invece l’Asia Pacifico, in calo dell’1,6%, penalizzata soprattutto dal crollo del travel retail legato alle tensioni geopolitiche.

In altre parole, Campari cresce, ma lo fa in modo non lineare e, soprattutto, meno di quanto gli investitori si aspettassero. Da qui la brusca reazione in Borsa.

IL NODO USA: SCORTE, CONSUMI E SEGNALI DI RALLENTAMENTO

È soprattutto negli Stati Uniti che si gioca il divario rispetto alle attese. Qui il gruppo ha deliberatamente ridotto le scorte dei marchi non prioritari, con un impatto di circa 10 milioni di euro che “non sarà recuperato”, come ha spiegato il ceo Simon Hunt, a fronte però della crescita sostenuta dei marchi chiave come Aperol.

Una mossa coerente con la strategia sui brand chiave, ma che nel breve si è fatta sentire sui ricavi. Secondo gli analisti, è proprio questa “ottimizzazione mirata delle scorte” a spiegare gran parte del gap rispetto al consensus, insieme a effetti temporanei in Europa legati alla tempistica degli ordini e alle negoziazioni con i retailer.

Dietro la scelta, però, c’è anche un quadro più ampio: il mercato americano degli spirits sta rallentando. La domanda appare più debole, complice l’inflazione e un clima di maggiore cautela nei consumi. Lo stesso Hunt ammette che “ci sarà probabilmente un ulteriore raffreddamento della spesa dei consumatori”, soprattutto negli Stati Uniti, e che il contesto resta incerto.

Non solo: negli Usa pesa anche il tema della tequila e più in generale dei distillati premium, con segnali di saturazione e livelli di scorte elevati in tutto il settore. Un problema che riguarda tutti i big globali e che sta imponendo una revisione delle strategie commerciali.

INFLAZIONE, LOGISTICA E GEOPOLITICA: IL CONTESTO SI COMPLICA

A complicare il quadro contribuiscono anche fattori esterni. La crisi in Medio Oriente ha colpito il canale travel retail globale, cioè le vendite negli aeroporti e nei duty free, con un calo del 13,5%, mentre l’inflazione continua a incidere sui costi operativi.

“La principale area di costo che stiamo osservando riguarda i costi di benzina e diesel dal punto di vista logistico”, spiega Hunt. Un elemento che si inserisce in una catena di pressioni più ampia, anche se il gruppo beneficia di contratti di lungo termine su materie prime come il vetro.

A questo si aggiungono i dazi statunitensi, che secondo la società avranno un impatto di circa 30 milioni di euro sull’anno, e le oscillazioni delle valute, che continuano a pesare sui conti.

IL PESO DELLE SCELTE STRATEGICHE: CINZANO E LA SVOLTITA DEL PORTAFOGLIO

Un altro elemento chiave della trimestrale è la razionalizzazione del portafoglio. La cessione di marchi non prioritari, tra cui Cinzano, ha generato un effetto perimetro negativo del -2,2% sulle vendite.

Si tratta di una scelta coerente con la strategia annunciata dal gruppo: meno brand, ma più forti, con maggiore concentrazione sugli aperitivi e sui prodotti a più alto margine. Una strategia che, nel medio periodo, dovrebbe migliorare la qualità della crescita, ma che nel breve pesa inevitabilmente sui numeri.

“Abbiamo iniziato il 2026 con una performance solida”, rivendica il ceo. E questo “grazie all’implementazione della strategia focalizzata su un minor numero di iniziative, ma di maggiore impatto strategico”.

GUIDANCE CONFERMATA, MA CON PIÙ INCOGNITE

Nonostante le difficoltà, Campari conferma la guidance per il 2026, con una crescita organica intorno al 3% e margini attesi in miglioramento nella seconda parte dell’anno, anche grazie al contenimento dei costi. Ma sul percorso pesano i dazi Usa (circa 30 milioni) e l’effetto delle dismissioni, che sottrae circa 70 milioni di ricavi e 30 milioni di utile operativo.

La chiave sarà proprio la stagionalità: il primo trimestre resta il più debole dell’anno, e il gruppo si gioca gran parte della partita nei mesi successivi. È lì che Campari punta a recuperare slancio, facendo leva sull’espansione nei mercati emergenti, sul buon andamento dei ready-to-drink e dei nuovi formati e sulla ripresa del consumo fuori casa.

“Quello che stiamo cercando di fare è bilanciare i rischi che vediamo per il resto dell’anno con le opportunità”, ha spiegato Hunt.

Resta però una maggiore cautela sul fronte dei margini, con gli analisti che iniziano a rivedere le stime di redditività per il primo semestre.

CINA, EMERGENTI E NUOVI CONSUMI: DOVE SI GIOCA LA PARTITA

Se gli Stati Uniti mostrano segnali di affaticamento, è nei mercati emergenti che Campari trova slancio. Brasile e Argentina trainano la crescita, mentre in Asia il quadro resta a due velocità: la Cina continua a essere debole sul fronte dei consumi premium, ma altri mercati della regione, tra cui India e quelli serviti attraverso partner locali, mostrano una crescita solida.

Il tema cinese è cruciale per tutto il settore. Il rallentamento dell’economia e le politiche di contenimento del consumo di alcolici stanno pesando sulla domanda, soprattutto per i prodotti di fascia alta. Una dinamica che si riflette anche nel segmento cognac, già in difficoltà a livello globale.

UN SETTORE IN TRASFORMAZIONE (E SOTTO PRESSIONE)

Il caso Campari si inserisce in un quadro più ampio di trasformazione dell’industria degli alcolici e degli spirits. Negli ultimi anni, il settore ha visto un rallentamento strutturale dei consumi, soprattutto nei mercati maturi, e un cambiamento nelle abitudini dei consumatori, sempre più orientati verso scelte salutiste o alternative analcoliche.

I numeri sono eloquenti: i principali gruppi globali hanno accumulato scorte per circa 22 miliardi di dollari, mentre il settore ha bruciato oltre 800 miliardi di valore in Borsa negli ultimi anni. Il consumo di alcol negli Stati Uniti è ai minimi storici, mentre Millennials e Gen Z mostrano un interesse sempre più limitato per gli spirits tradizionali.

In questo contesto, anche i giganti sono in difficoltà. Pernod Ricard ha lanciato un warning, stimando un calo delle vendite annuali tra il 3% e il 4% e ha persino esplorato una possibile fusione con l’americana Brown-Forman (gruppo che controlla Jack Daniel’s), poi naufragata: un segnale evidente di un settore alla ricerca di nuove dimensioni e sinergie per affrontare la crisi.

Quanto a Campari, per ora conferma la rotta, ma il mercato chiede segnali più solidi già nei prossimi trimestri.

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