Per quasi quarant’anni LVMH è stato sinonimo di espansione continua, un conglomerato costruito a colpi di acquisizioni fino a diventare il più grande gruppo del lusso al mondo. Oggi però qualcosa cambia. Secondo quanto riportato dal Financial Times, il gruppo guidato da Bernard Arnault starebbe valutando la cessione di diversi marchi in una delle più rilevanti operazioni di ridimensionamento della sua storia.
DA COLLEZIONISTA A VENDITORE
Non sono manovre marginali. Sul tavolo ci sono asset che coprono l’intero spettro del portafoglio: moda, cosmetica e vini. Tra i nomi più rilevanti figura Marc Jacobs, storico marchio americano, ma anche la partecipazione in Fenty Beauty, il brand beauty fondato da Rihanna. Fenty non è un marchio interamente controllato da LVMH, ma una joint venture: il gruppo francese ne possiede circa il 50%, una quota oggi valutata tra 1,5 e 2,5 miliardi di euro. Accanto a questi, compare anche il produttore californiano Joseph Phelps Vineyards.
Il valore complessivo delle operazioni non è stato quantificato, ma si colloca nell’ordine di diversi miliardi di euro e si inserisce in una strategia precisa: fare pulizia nel portafoglio e liberare risorse da reinvestire nei marchi più redditizi.
UNA SVOLTA DOPO ANNI DI ACQUISIZIONI
Il cambio di passo appare ancora più evidente se si guarda alla storia recente. Dal 2000 LVMH ha realizzato 206 acquisizioni, tra cui operazioni simboliche come Tiffany per 16 miliardi di dollari o Bulgari per 3,7 miliardi di euro. Nello stesso periodo le dismissioni sono state 122, ma quasi sempre di dimensioni contenute, come il marchio newyorchese Donna Karan o il brand britannico di camiceria Thomas Pink.
Negli ultimi 18 mesi, invece, la musica è cambiata. Il gruppo ha già ceduto Off-White, le attività in Cina del retailer DFS e la partecipazione del 49% nel marchio Stella McCartney. Ora il processo accelera e assume una dimensione sistemica.
Il perimetro di LVMH resta enorme – oltre 75 marchi tra moda, cosmetica, vini, hotel e media – ma la parola d’ordine diventa selezione. Non a caso anche all’interno della divisione beauty si valutano possibili uscite da brand considerati meno performanti, mentre nel comparto vini e liquori – storicamente più debole – si cercano acquirenti per alcune etichette.
IL RITORNO AI PILASTRI
La strategia, spiega il Ft, è quella di concentrare gli sforzi sui veri motori del gruppo, come Louis Vuitton e Dior. Ma anche qui emergono segnali di rallentamento. Dopo il boom della pandemia, la crescita ha iniziato a frenare già dal 2023, complice una domanda meno vivace.
Il nodo è soprattutto il consumatore aspirazionale, che negli anni recenti aveva sostenuto l’espansione del lusso accessibile. L’aumento dei prezzi – spesso superiore all’inflazione – e la riduzione del reddito disponibile hanno eroso questa base. Il risultato è un raffreddamento della domanda proprio nel segmento più ampio.
Ecco perché LVMH interviene sui costi e sui margini, alleggerendo il portafoglio dai brand meno redditizi. Non per necessità finanziaria – il gruppo genera oltre 11 miliardi di euro di free cash flow – ma per adattarsi a un contesto più complesso.
IL SEGNALE ARRIVA DALLA BORSA
Il cambio di clima è evidente nei mercati finanziari. LVMH ha perso circa il 28% in Borsa nel primo trimestre dell’anno, il peggior risultato della sua storia recente, contribuendo a una distruzione complessiva di circa 100 miliardi di dollari nel settore del lusso.
Non è un caso isolato. Richemont ha lasciato sul terreno circa il 20%, mentre Hermès ha perso quasi un quarto del proprio valore. Ancora più significativo è il cambio di percezione: LVMH, storicamente trattata a premio, oggi scambia a sconto del 20% rispetto ai concorrenti.
Il lusso, da locomotiva dei listini europei, diventa così un indicatore di incertezza globale.
GEOPOLITICA E DOMANDA FRAGILE
A pesare è anche il contesto internazionale. Il Medio Oriente, che vale tra il 5% e il 6% delle vendite globali ma rappresenta uno dei mercati più dinamici, ha subito un rallentamento brusco a causa del conflitto con l’Iran e delle tensioni geopolitiche.
Dubai, con oltre 81.000 milionari residenti e circa 250.000 visitatori giornalieri nel suo mall principale prima della crisi, ha visto il traffico scendere a circa 190.000 presenze. Un calo che colpisce un hub fondamentale per il lusso globale, soprattutto perché circa il 60% della spesa negli Emirati è legata al turismo internazionale.
Il rallentamento si riflette anche su altri settori ad alta gamma: nel comparto auto, alcuni dealer locali hanno registrato un calo del 30% delle vendite, segno che anche i clienti più facoltosi diventano più prudenti.
LA CINA NON TRAINA PIÙ
Parallelamente, si indebolisce la Cina, che per oltre un decennio è stata il principale motore di crescita. Nel 2025 la spesa per il lusso è scesa del 13%, a circa 75 miliardi di dollari, con una perdita di circa 20 milioni di clienti.
Non si tratta solo di una fase ciclica. Cambiano le preferenze: meno interesse per i loghi occidentali, più attenzione a esperienze e brand locali. Le previsioni indicano un ulteriore calo nel 2026, segno di una trasformazione strutturale.
LA NUOVA ARITMETICA DEL LUSSO
Il quadro trova conferma nei dati del report Mediobanca, che analizza 75 grandi gruppi globali. Nel 2025 il fatturato complessivo del sistema moda raggiunge i 541 miliardi di euro, in crescita di appena lo 0,9%. Il lusso, dopo anni di espansione, segna una contrazione del 2,1%.
LVMH resta leader con 80,8 miliardi di ricavi, ma il contesto è cambiato. I margini sono sotto pressione: nel 2025 si attestano intorno al 14,1% medio, con il lusso al 19,7%, in calo rispetto agli anni precedenti. I dazi sul tessile salgono dal 5,3% all’8,9% e i costi logistici aumentano per effetto delle tensioni geopolitiche.
Anche la base clienti si riduce: da circa 400 milioni nel 2022 a 340 milioni nel 2025. Sessanta milioni di consumatori in meno, un dato che sintetizza meglio di ogni altro il cambio di fase.
IL PREZZO NON BASTA PIÙ
Per anni il settore ha sostenuto la crescita attraverso aumenti continui dei listini. Ma oggi quella leva si indebolisce. Il consumatore chiede coerenza tra prezzo e valore, e diventa più selettivo.
Questo spiega perché alcuni segmenti tengono meglio di altri. L’ultra-lusso continua a performare, mentre le fasce più accessibili soffrono. Allo stesso tempo, categorie come il lifestyle crescono più del lusso tradizionale, segno di uno spostamento della domanda.
DAL PRODOTTO ALL’ESPERIENZA
Il cambiamento è anche culturale. Sempre più consumatori preferiscono spendere in viaggi, ristoranti e benessere piuttosto che in beni materiali. Il lusso si sposta dal possesso all’esperienza.
Questo si riflette anche nel retail: i punti vendita crescono appena dell’1,2% e diventano spazi relazionali più che luoghi di acquisto. La crescita futura dipenderà sempre più dalla capacità di costruire relazioni e fidelizzare il cliente.
UN SETTORE CHE SI RIORGANIZZA
In questo contesto, le aziende si muovono. Dolce & Gabbana rinegozia circa 450 milioni di debito, Valentino riceve un’iniezione da 100 milioni, mentre Prada accelera sul consolidamento.
È un settore che ha bisogno di capitale e scala, più che di storytelling.
NON È UN CROLLO, È UNA TRANSIZIONE
La mossa di LVMH si inserisce perfettamente in questo scenario. Vendere marchi non significa arretrare, ma adattarsi. Il gruppo ridisegna il proprio perimetro per affrontare una fase in cui la crescita non è più automatica.
Il lusso non sta crollando. Sta entrando in una nuova stagione, più selettiva e più matura.







