C’è una notizia che è inizialmente circolata quasi in sordina, oscurata dal dibattito sul ridimensionamento delle truppe americane in Germania, per le quali gli Stati Uniti prevedono ora un taglio superiore ai 5 mila soldati inizialmente annunciati. Eppure vale la pena tornarci sopra. L’amministrazione Trump ha deciso di non onorare l’impegno preso dal suo predecessore: i missili da crociera a lungo raggio Tomahawk che Washington avrebbe dovuto dispiegare sul suolo tedesco non arriveranno. Per molti analisti, questa è la vera notizia, ben più pesante, nei suoi effetti, di qualsiasi riduzione di organico militare: se attuata, inciderà profondamente sugli assetti esistenti.
UN ACCORDO FIRMATO DA BIDEN E SCHOLZ
Tutto parte appena due anni fa, in quella che oggi appare un’altra era geologica. Nel 2024, Joe Biden e il cancelliere Olaf Scholz avevano trovato un’intesa precisa: gli Stati Uniti avrebbero temporaneamente posizionato in Germania sistemi missilistici capaci di coprire fino a 2.500 chilometri, abbastanza da raggiungere il territorio russo. Un dispiegamento pensato come soluzione transitoria, in attesa che l’Europa costruisse capacità proprie.
Nonostante la propensione pacifista dei tedeschi fosse già annacquata a causa dell’invasione russa dell’Ucraina, Scholz aveva dovuto sudare sette camicie per convincere l’elettorato, e in particolare quello del suo partito, della bontà dell’arrivo dei missili a stelle e strisce. L’avvio era previsto per il 2026. Ora, il Pentagono ha annunciato che il battaglione designato per quella missione non partirà.
UNA MINACCIA ASIMMETRICA
A Kaliningrad, intanto, la Russia ha già i suoi missili. Lo ricorda al telegiornale della tv pubblica Ard l’esperto di sicurezza Nico Lange, che non usa giri di parole: la Germania non ha niente di paragonabile con cui rispondere, e l’accordo con gli americani serviva esattamente a colmare quella distanza: “Volevamo ottenerli dall’America, ma ora non li avremo”. Il punto, aggiunge, è che l’Europa dovrà sviluppare queste capacità in proprio, e dovrà farlo in fretta, perché lo squilibrio attuale non è accettabile, soprattutto in un momento in cui le tensioni geopolitiche non mostrano segni di allentamento.
UNA LACUNA CHE NESSUNO SA COME COLMARE
L’analista militare Christian Mölling, intervenendo sull’altra rete pubblica Zdf, va dritto al nodo del problema. La rinuncia ai missili, dice, è “la notizia di gran lunga più drammatica, non il ritiro delle truppe”. “Questi sistemi non servono a difendere un confine quando viene violato – spiega – servono a scoraggiare chi potrebbe farlo, colpendo le capacità offensive nemiche già nelle fasi iniziali di un’eventuale avanzata, molto prima che le forze russe si avvicinino ai margini della Nato”. Senza di essi, il deterrente si assottiglia.
E qui emerge il paradosso: un’alleanza meno capace di dissuadere potrebbe, alla fine, aumentare e non ridurre le probabilità di un coinvolgimento diretto americano in un conflitto europeo. Carlo Masala, docente dell’Università della Bundeswehr di Monaco, sintetizza su Die Welt la situazione senza eufemismi: si sta aprendo una lacuna rilevante, e nessuno sa ancora con certezza quando e come sarà colmata.
POLITICI TEDESCHI IN CERCA DI RISPOSTE
La politica tedesca si muove, anche se con la sensazione di dover recuperare terreno. Thomas Erndl, portavoce per la difesa dell’Unione Il raggruppamento di Cdu e Csu) e membro del partito bavarese, chiede al ministro della Difesa Boris Pistorius di agire senza indugi: servono soluzioni concrete, un orizzonte operativo a breve termine, idee nuove su come acquisire rapidamente capacità missilistiche di precisione. Per ora da Pistorius è arrivato solo un blando commento all’annuncio del ritiro delle truppe: non è una novità che gli Usa intendessero ritirare 5 mila soldati dalla Germania, ha provato a minimizzare il ministro. Poco dopo, però, da Washington è rimbalzata la notizia che Trump pensa a un numero di soldati da ritirare di gran lunga superiore. E comunque, dal ministero di Berlino nessun commento per ora sulla questione dei missili.
Siemtje Möller, socialdemocratica e vice presidente del gruppo parlamentare, parla di “brutto segnale” e chiede di stringere i tempi sul programma europeo Elsa, il cui orizzonte di completamento si colloca tra il 2030 e il 2032, esplorando nel frattempo cooperazioni con paesi terzi. Tra questi figura anche l’Ucraina, che negli ultimi anni ha sviluppato una capacità missilistica autonoma notevole, arrivando a produrre sistemi in grado di colpire obiettivi all’interno della Russia. Un partner inatteso, forse, ma sempre più appetibile.







