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Medici: cosa prevede la riforma Schillaci e perché i dottori sbraitano

La riforma Schillaci dell’assistenza primaria ha scatenato la protesta del sindacato dei medici di medicina generale, che denuncia il rischio di un "supermercato della salute" impersonale e avverte che le nuove regole sulla dipendenza potrebbero causare un abbandono di massa dei medici più giovani, distruggendo il tradizionale rapporto di fiducia con l'assistito. Fatti e commenti

 

La bozza della riforma dell’assistenza primaria presentata dal ministro della Salute Orazio Schillaci punta a una trasformazione strutturale della medicina territoriale per garantire l’operatività delle Case della Comunità entro le scadenze del Pnrr. Il provvedimento introduce un sistema a doppio canale che ridefinisce il ruolo dei medici di famiglia, spostando l’asse del rapporto professionale verso una funzione territoriale organizzata e integrata.

Nonostante l’urgenza dichiarata dal governo per non perdere un’occasione storica per l’Italia, le rappresentanze sindacali, in particolare dei medici di medicina generale, hanno espresso una durissima opposizione, definendo il testo “pericoloso” per la tenuta del sistema sanitario.

RIVOLUZIONE NELLA REMUNERAZIONE E NUOVI OBBLIGHI

Il cuore della riforma risiede nel superamento del modello basato sulla convenzione tradizionale come unica via di sviluppo per la medicina generale. Il decreto introduce infatti una modifica radicale della remunerazione per i medici di famiglia e i pediatri di libera scelta, che non sarà più legata esclusivamente alla quota capitaria basata sul numero di assistiti.

Il nuovo criterio si fonderà sul raggiungimento di obiettivi clinici e organizzativi specifici, tra cui la presa in carico dei pazienti cronici e fragili, la promozione della salute e la prevenzione.

Secondo i dati tecnici illustrati nella bozza, si ipotizza una tariffa nazionale per assistito di circa 120 euro (da circa 113) annui per il 2026, ripartiti tra l’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), la gestione della cronicità e l’attività programmata nelle strutture territoriali. La convenzione riformata ridefinisce il medico non più solo come professionista individuale, ma come “funzione territoriale, soggetto inserito nella rete dei servizi e parte attiva del funzionamento del sistema territoriale”.

IL MODELLO DELLA DIPENDENZA SELETTIVA

Il provvedimento costruisce un assetto duale dove, accanto alla convenzione riformata, compare la possibilità di un inquadramento come dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale (Ssn). Il testo chiarisce che il decreto “introduce una dipendenza selettiva, programmata e non generalizzata” destinata a coprire le funzioni a maggiore intensità organizzativa come le Case della Comunità hub e il coordinamento territoriale.

Durante una fase transitoria, le Aziende Sanitarie Locali (Asl) potranno assumere a tempo indeterminato i medici di medicina generale già operanti che possiedano una specializzazione. Questo passaggio avverrà su base esclusivamente volontaria e nei limiti dei contingenti programmati dalle Regioni, con l’obiettivo di dare stabilità organizzativa al nuovo modello territoriale. Le Regioni assumeranno quindi un ruolo strategico, dovendo definire i fabbisogni di attività, le priorità territoriali e gli standard minimi organizzativi.

LE CASE DELLA COMUNITÀ E IL DEBITO ORGANIZZATIVO

Le Case della Comunità diventano il luogo fisico e strutturale del nuovo assetto, dove l’attività dei medici “non è più solo incentivata ma diventa componente stabile del modello organizzativo”. Per rendere il sistema misurabile, viene introdotto un debito organizzativo minimo nazionale che include la presenza obbligatoria nelle strutture, l’uso di sistemi informativi interoperabili e l’integrazione multiprofessionale con infermieri e specialisti.

Come riportato dal Corriere della sera, l’obiettivo è realizzare 1.715 Case della Comunità su tutto il territorio nazionale per avvicinare la sanità ai cittadini più fragili. Il cronoprogramma allegato al decreto prevede passi rapidi: entro 30 giorni la definizione delle priorità, entro 60 giorni la stima economica comparata ed entro 180 giorni l’avvio delle prime applicazioni del modello. Il supporto della tecnologia sarà fondamentale, con l’implementazione di telemedicina e telemonitoraggio per ridurre il carico burocratico e restituire tempo alla pratica clinica.

PERCHÉ I MEDICI PROTESTANO

La Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg) ha reagito con estrema durezza, definendo il provvedimento un atto “mai discusso con le categorie ed elaborato nell’oscurità del mancato confronto istituzionale”. Il sindacato avverte che la riforma è inattuabile e pericolosa per i pazienti, poiché rischierebbe di trasformare la medicina di prossimità in un “supermercato della salute”, un modello descritto come inefficiente, impersonale e incapace di gestire la complessità dei malati cronici.

La preoccupazione principale riguarda il rischio concreto di un vuoto fiduciario non colmabile: secondo la Fimmg, infatti, il cittadino perderà il riferimento diretto del proprio medico di famiglia per trovare uno “sportello sanitario anonimo”, spostando i medici verso funzioni strutturate in un contesto di già grave carenza di personale.

Questo scenario, denuncia il sindacato, produrrà inevitabilmente accessi impropri al Pronto Soccorso, cronicità non gestite e un peggioramento delle disuguaglianze territoriali. La protesta ha spinto la federazione a chiedere l’intervento diretto della premier Giorgia Meloni per sospendere l’iter del decreto e aprire un confronto reale prima di ogni ulteriore avanzamento

LE CONTRADDIZIONI TECNICHE E IL RISCHIO DI ABBANDONO DI MASSA

Oltre al timore per il rapporto con gli assistiti, il sindacato solleva due contraddizioni tecniche giudicate insanabili che minano la fattibilità del passaggio alla dipendenza.

La prima riguarda la cosiddetta “generazione mediana” di medici già in attività: il decreto subordina l’accesso al canale della dipendenza al possesso della specializzazione, ignorando però che per decenni i percorsi formativi di medicina generale e quelli di specializzazione sono stati normativamente incompatibili. Molti professionisti esperti si troverebbero quindi esclusi o penalizzati nonostante gli anni di servizio accumulati.

La seconda criticità, definita ancora più urgente, colpisce i medici più giovani, specialmente nelle regioni del Nord dove la medicina territoriale è oggi retta da professionisti ancora in formazione o appena diplomati. Privi del titolo di specializzazione richiesto, questi giovani sarebbero incentivati ad abbandonare la medicina generale per iscriversi ad altre scuole di specialità, causando un abbandono di massa proprio nelle aree più fragili.

Il timore diffuso è che, in assenza di un accordo reale sul personale, le Case della Comunità finiscano per esordire come “cattedrali nel deserto”, strutture finanziate con miliardi del Pnrr che rischierebbero di restare vuote e inattive proprio per la mancanza dei medici necessari a farle funzionare.

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