Da qualche tempo ha ripreso a girare con discreta insistenza la favola degli eurobond. Qualcosa a cavallo tra mito e leggenda che, alla prova della realtà, si scioglie come neve al sole.
L’ultima occasione per sfatare questo mito ce l’ha offerto un articolo apparso sul Foglio Quotidiano di sabato 18, dal titolo “promettente” («il momento dell’euro») che prende le mosse dall’emissione da parte della Banca europea degli investimenti di un bond in dollari da 4 miliardi con una domanda record di 33 miliardi di ordini.
Da qui la constatazione – abbastanza forzata – che «Gli investitori, soprattutto asiatici, vogliono continuare a detenere dollari ma non vogliono più il rischio americano, o meglio, il “rischio Trump”. […] Stanno cercando alternative finanziarie sul mercato globale»; seguita dall’invito a non lasciarsi scappare questa finestra di opportunità e ascoltare la proposta di Fabio Panetta, governatore di Bankitalia, «finanziare con eurobond i beni pubblici europei (difesa, innovazione, transizione energetica) per creare quel safe asset che manca da sempre. […] Un mercato dei capitali integrato attiverebbe 150 miliardi di investimenti aggiuntivi all’anno e aumenterebbe il Pil europeo dell’1,5 per cento.»
Per poi chiudere con una delle solite preghiere dell’euro-lirica «Questo è un global euro moment. […] L’UE non è una potenza militare né tecnologica, ma è una potenza economica. Trump offre l’occasione per rafforzare l’euro a livello globale, facendo diventare l’Europa un’àncora finanziaria in un mare d’incertezza.»
Ora noi vorremmo portare un minimo di igiene nel dibattito su questo tema che tanto piace e tanto fa sognare. E, per farlo, vi proponiamo una serrata sequenza di fatti che somigliano a uno spillo che punge un palloncino.
Ribadita l’ovvietà che si emettono titoli di debito per finanziare delle spese, resta da chiarire chi li emette e per fare cosa.
Dovrebbe emetterli la Commissione come ha fatto per il NextGenUE e qui sorge il primo problema. La UE, in linea di principio, non può finanziare proprie spese con il debito, ma solo con entrate tributarie cosiddette «proprie» (Iva e dazi) e contributi degli Stati membri. L’esperienza del NextGenUE è una tantum e, solo per questo, è stata ritenuta legittima dalla Corte Costituzionale tedesca.
Ma ammettiamo che sia possibile emettere titoli, assorbendo risparmio oggi investito nelle banche o nei mercati finanziari direttamente o tramite il risparmio gestito. Siamo sicuri che gli investitori non pretendano una remunerazione che tenga conto del rischio e della sostenibilità di quel debito. “Safe asset” perché? Perché garantisce il bilancio tedesco o degli altri Stati membri? E allora perché non comprare direttamente un Bund o un Btp? E poi siamo sicuri che quel titolo resti “sicuro” quando la garanzia tedesca si diluisce per coprire una massa di debito crescente?
La lezione dei bond emessi dalla Commissione con uno spread fino a 50 punti sul Bund tedesco non è bastata per capire che la Commissione non può emettere nulla di “sicuro” perché non ha significative entrate tributarie proprie?
Ma immaginiamo di superare queste obiezioni che sarebbero già bloccanti e assorbenti qualsiasi altro dubbio successivo e procediamo oltre e chiediamoci chi spenderebbe questi soldi e per fare cosa.
Li spenderebbe la Commissione, comprando i cosiddetti beni pubblici europei (difesa, innovazione, transizione energetica). E con quale ripartizione rispetto agli Stati membri? Come “cadrebbero” queste spese sul territorio? Dove sarebbero i centri di spesa? E, soprattutto, da quali fornitori? Francesi, tedeschi? O americani e cinesi, ribaltando la bilancia commerciale con l’estero?
Qualcuno riesce davvero a pensare, restando serio, che la Commissione – che ha bisogno di 2 anni di trattative furiose con l’Europarlamento per varare il bilancio pluriennale che pesa la miseria del 1,2% del PIL della Ue (170-180 miliardi all’anno) – riesca a spendere di più senza rischiare la paralisi? Per non parlare poi del rischio di malversazioni e sprechi.
In alternativa, come pure accaduto con il NextGenUE, sarebbero gli Stati a ricevere sussidi e prestiti dalla Commissione, per poter gestire, sotto l’occhio vigile di Bruxelles, un ingente flusso di spesa pubblica. C’è solo un piccolo problema: è impossibile con l’attuale Patto di Stabilità.
Anche se, con qualcuna delle magie giuridiche tipiche di Bruxelles, quel Patto fosse neutralizzato, saremmo allora curiosi di conoscere il parere dell’affollato parterre di economisti che un giorno sì e l’altro pure si prodigano nel chiedere tagli alla spesa e austerità di bilancio. Se non si può spendere a cosa serve indebitarsi?
Chi emette passività finanziarie è colui, come gli Usa, che le usa per comprare beni e servizi dal resto del mondo che in quegli strumenti finanziari investe, non chi è esportatore netto come la Ue. Per il semplice fatto che se la Ue emettesse titoli e spendesse quelle somme, smetterebbe ragionevolmente di essere esportatore netto. Quindi è dalla spesa che bisogna partire, altrimenti quegli eurobond non servono a nulla.
In conclusione: gli eurobond sono quello strano tipo di titolo obbligazionario che nessuno può emettere, su cui gli eventuali compratori nutrono seri dubbi e che servirebbe per finanziare spese che nessuno può fare.
Mi sembra ci siano tutti i presupposti per un grande successo.







