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Tutte le sfide economiche di Magyar in Ungheria dopo Orban

Analisi e scenari dopo la vittoria di Magyar in Ungheria: quadro di forte discontinuità dopo Orbán, ma con sfide profonde su istituzioni, crescita e gestione delle aspettative.

Due analisi parallele, svolte in contesti distinti ma convergenti nei contenuti, delineano la portata storica del cambio di governo in Ungheria: da un lato la lettura politica di Hans Blomeier, direttore della sede di Budapest della Fondazione Konrad Adenauer (Kas), think tank vicino alla Cdu tedesca; dall’altro l’interpretazione economico-finanziaria di András Simor, già governatore della Banca nazionale ungherese tra il 2007 e il 2013. I due interventi, presentati rispettivamente in un evento organizzato dalla Kas a Bruxelles e in un colloquio promosso dal think tank polacco Visegrad Inside a Varsavia, con entrambi gli esperti collegati dalla capitale ungherese, restituiscono un quadro articolato della vittoria del partito Tisza guidato da Péter Magyar e delle sfide che attendono il paese.

UNA SVOLTA POLITICA SENZA PRECEDENTI

Secondo Blomeier, le elezioni parlamentari ungheresi segnano “una svolta storica” nel panorama politico nazionale. L’affluenza, prossima all’80%, rappresenta un record assoluto e testimonia un livello di mobilitazione senza precedenti. Il risultato è stato netto: Tisza ha conquistato 138 seggi su 199, ottenendo una maggioranza dei due terzi mai raggiunta nemmeno da Fidesz nei suoi anni migliori. “La mappa del paese si è tinta quasi interamente di blu”, osserva Blomeier, sottolineando come su 106 collegi uninominali ben 93 siano stati vinti dal movimento di Magyar.

La campagna elettorale ha visto strategie diametralmente opposte. Il partito di Viktor Orban ha puntato su temi di politica estera e su una retorica incentrata sul rischio guerra (con l’Ucraina), mentre Magyar ha privilegiato un approccio capillare e concreto, concentrandosi su sanità, istruzione, economia e pensioni. Per oltre un anno ha attraversato il paese incontrando direttamente i cittadini, costruendo una relazione che, secondo Blomeier, “si è rivelata decisiva”.

Il nuovo Parlamento appare fortemente omogeneo: oltre a Tisza e Fidesz, solo il partito di estrema destra Mi Hazank è riuscito a superare la soglia di sbarramento. Nessuna forza di sinistra o verde sarà rappresentata, configurando un assetto politico interamente collocato nell’area del centro-destra.

LA DIMENSIONE ECONOMICA DEL CAMBIAMENTO

Se Blomeier evidenzia la portata politica del voto, Simor ne sottolinea il carattere strutturale sul piano economico e sociale. La vittoria di Tisza rappresenta, a suo avviso, “una vera e propria rivoluzione”, maturata dopo decenni in cui la democrazia ungherese non era stata pienamente interiorizzata. Il dato più significativo è la mobilitazione: oltre tre milioni di voti e 50.000 volontari coinvolti nella campagna elettorale, segno della nascita di una società civile più attiva.

Simor interpreta il risultato come “il trionfo della speranza sulla paura”, in riferimento a una campagna elettorale dominata dalla retorica bellicista del governo uscente. Tuttavia, sottolinea come Fidesz mantenga una base elettorale consistente, con oltre due milioni di voti, pari a circa il 36-37%.

Dal punto di vista economico, le motivazioni degli elettori appaiono chiare: “inflazione elevata, costo della vita, stato dei servizi pubblici e qualità delle istituzioni”. Le relazioni con l’Unione europea, pur rilevanti, si collocano “solo in secondo piano” tra le priorità percepite.

LE SFIDE DEL NUOVO GOVERNO

Entrambi gli esperti concordano sulla complessità della fase che si apre. Blomeier mette in guardia dal rischio di aspettative eccessive: Tisza è ancora “più un movimento che un partito strutturato, con una classe dirigente priva di esperienza parlamentare e amministrativa”. Dopo sedici anni di governo Fidesz, molte posizioni chiave dell’apparato statale risultano occupate da figure legate al precedente esecutivo, rendendo più complessa la formazione di un nuovo governo efficace.

Simor, dal canto suo, evidenzia la natura della crisi economica ungherese, definendola “non più acuta ma cronica”. A differenza delle crisi del passato – spiega l’ex governatore della Banca nazionale ungherese –  non si registrano squilibri macroeconomici immediati, ma “un problema persistente di crescita, competitività e fiducia”. La soluzione richiederà “un orizzonte temporale lungo, stimato tra i cinque e i dieci anni”, e dunque più legislature.

Nel breve periodo, alcune leve potrebbero favorire una ripresa: il ritorno della fiducia, la fine della “campagna della paura” e un rilancio degli investimenti, oggi ai minimi degli ultimi anni. Fondamentale sarà anche il cambiamento della politica economica, orientata a ristabilire condizioni di concorrenza equa e a “ridurre il peso delle distorsioni legate agli appalti pubblici e alle relazioni privilegiate con il potere”.

ISTITUZIONI, RIFORME E PROSPETTIVE EUROPEE

Un nodo centrale riguarda il sistema istituzionale. Simor sottolinea come molte cariche chiave siano occupate da “figure nominate per fedeltà politica, compromettendo l’indipendenza di organismi come la magistratura, la Corte costituzionale e l’autorità garante della concorrenza”. In questo senso, le richieste di dimissioni avanzate da Magyar rappresentano, secondo l’ex governatore, un passaggio cruciale per ristabilire la fiducia dei cittadini.

Sul piano economico, le priorità includono “una ristrutturazione della spesa pubblica”, con maggiori investimenti in sanità e istruzione, e “una revisione del sistema fiscale, oggi caratterizzato da imposte settoriali considerate distorsive”. Tra le prospettive di medio periodo, Simor indica anche la possibilità di “una strategia credibile per l’adozione dell’euro”.

E sempre sul tema dei rapporti con Bruxelles, Blomeier scommette che il nuovo governo “non si limiterà a un allineamento automatico con l’Unione europea, ma cercherà una posizione autonoma, pur puntando a sbloccare i fondi europei congelati”, fondamentali per il risanamento dei conti pubblici.

I due esperti convergono infine nel delineare un delicato passaggio di fase per l’Ungheria: una transizione carica di aspettative, ma anche di incognite. La portata del cambiamento politico dovrà misurarsi a detta di entrambi con la profondità delle sfide economiche e istituzionali, con l’inevitabile inesperienza dei nuovi protagonisti e con il rischio di delusioni rispetto all’entusiasmo suscitato dall’alternanza politica ritrovata.

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