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Le guerre trumpiane e il futuro delle democrazie

Le democrazie liberal-parlamentari sono notoriamente il minore dei mali politici, ma hanno fatto in gran parte il loro tempo? Il corsivo di Battista Falconi

La quota di persone convinte, o almeno timorose, che Donald Trump sia malato di mente e continui a provocare danni al mondo intero, è crescente e trasversale. Assai minore, invece, quella che si preoccupa per la possibilità che viene concessa al presidente Usa di arrecare tanto e tale nocumento al pianeta. Se lo Stato più potente è in mano a un pazzo, il problema vero è che la sua democrazia e gli organismi internazionali non siano stati e, peggio ancora, non siano ora in grado di risolvere un caso di instabilità psichica. Trump e i cosiddetti autocrati agiscono per horror vacui, occupano il vuoto lasciato da Onu, Unione europea, Nato, etc. Che cinesi e pakistani passino oggi per mediatori della pace lo conferma in modo avvilente.

Se passiamo alle vicende domestiche, il paradigma trova un’altra applicazione inquietante. Ci siamo dilaniati in mesi di chiacchiere contrapposte sul referendum giustizia senza domandarci se, al fondo delle questioni poste, non ce ne fosse una irrisolta e sottaciuta: l’obbligatorietà dell’azione penale dalla quale discende il potere della magistratura e la possibilità di abusarne. Più o meno la situazione che si va configurando sulle riforme elettorali, per le quali discutiamo di premierato, soglie minime, premi di maggioranza, senza affrontare i noti nodi, quali il vincolo di mandato e il “simul stabunt simul cadent”.

Il sistema che lega la sorte dell’organo legislativo e dell’esecutivo è già in vigore negli organismi amministrativi locali al fine di garantirne la stabilità, impedendo ribaltoni e cambi di maggioranza. Basterebbe applicarlo al Parlamento, al quale occorrerebbe poi un’altra semplice miglioria, il monocameralismo, che eliminerebbe duplicazioni e rallentamenti nei quali durante la legislatura si arena un’infinità di buone intenzioni normative. Certo, c’è anche da considerare l’inerzia fancazzista di molti eletti, per la quale però basterebbe parametrare rigidamente le retribuzioni alla presenza e all’attività svolta, così da incentivare la produttività.

Ancora più al fondo di queste modifiche, ecco la madre di tutte le riforme, l’abolizione della tripartizione di poteri. Quella tra giudiziario e politico potrebbe essere anche solo smussata, rendendo effettiva la specularità dell’azione di controllo, oggi sproporzionata: i magistrati possono infatti indagare e condannare ministri e parlamentari nonché, se questi ultimi approvano norme loro sgradite, vanificarle con altre sentenze. Non è solo propaganda della maggioranza in carica, riconosciamolo. Ancor più radicale e semplice sarebbe lo scioglimento dell’ormai obsoleta duplicazione tra esecutivo e legislativo. Quando si vota, si vorrebbe ottenere un potere in grado di fare quanto promesso nell’arco del mandato. È una cosa quasi impossibile, lo sappiamo, poiché in campagna elettorale si millantano taumaturgie, però concentrando i meccanismi decisionali in un organismo unico lo iato si ridurrebbe.

Le democrazie liberal-parlamentari sono notoriamente il minore dei mali politici, ma hanno fatto in gran parte il loro tempo. Oggi chiediamo più sicurezza che diritti, più celerità ed efficienza che pesi e contrappesi. Almeno nella nostra fortunata parte di mondo in cui nessuno ci persegue o perseguita per ciò che diciamo, scriviamo, postiamo sui social e in cui tutto sommato cuciamo dignitosamente il pranzo con la cena.

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