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Guyana, il piccolo gigante del petrolio. Report Economist

La Guyana, minuscolo Paese sudamericano, sta vivendo un boom economico senza precedenti grazie al petrolio offshore, beneficiando del rialzo dei prezzi causato dal caos in Medio Oriente, ma rischia la maledizione delle risorse se non saprà gestire con disciplina la ricchezza improvvisa. L’articolo dell’Economist.

C’è un Paese tropicale di meno di un milione di abitanti, affacciato sull’Atlantico nord-orientale del Sudamerica che sta vivendo un boom economico senza precedenti.

Come scrive l’Economist, che vi dedica un approfondimento, la Guyana, fino a pochi anni fa quasi sconosciuta sulle mappe geopolitiche, è diventata la nazione con la crescita più rapida al mondo grazie al petrolio offshore.

L’economia si è quintuplicata dal 2019 e oggi, con il prezzo del barile vicino ai 100 dollari, incassa entrate straordinarie proprio mentre il resto del mondo soffre per l’instabilità energetica.

Ma dietro i numeri record si nascondono opportunità enormi e rischi altrettanto grandi: dalla dipendenza estrema dal greggio alla tentazione di sprecare la ricchezza improvvisa.

Un boom inatteso

Fino a poco tempo fa sembrava impossibile collegare i conflitti nel Mar Rosso o nello Stretto di Hormuz con le foreste equatoriali della Guyana. Eppure è proprio così.

Dal 2019, anno in cui è iniziata la produzione nei nuovi giacimenti offshore, l’economia guyanese è cresciuta a ritmi vertiginosi, quintuplicandosi in pochi anni e diventando la più rapida del pianeta.

Questo exploit è avvenuto inizialmente nonostante prezzi del petrolio piuttosto tranquilli (69 dollari al barile di media nel 2025). Oggi, anche dopo il cessate il fuoco, il Brent oscilla intorno ai 100 dollari e per la Guyana questo significa un vero e proprio regalo.

Le esportazioni di petrolio crescono più velocemente che in qualsiasi altro Paese al mondo, trasformando una nazione marginale in uno dei protagonisti inattesi della nuova geografia energetica globale.

Una raffica di buone notizie

L’aumento del prezzo del petrolio non è che l’ultimo capitolo di una serie di eventi favorevoli.

A settembre il presidente centrista Irfaan Ali ha vinto la rielezione, tranquillizzando gli investitori che temevano una svolta verso posizioni più radicali. Due mesi dopo, a novembre, Ali si è presentato al COP30 di Belém, in Brasile, vestendo i panni del leader climatico: ha promesso, seppur in modo ancora vago, di destinare parte della ricchezza petrolifera all’adattamento ai cambiamenti climatici.

Poi è arrivato il colpo di scena di gennaio: le forze americane hanno catturato Nicolás Maduro, il dittatore venezuelano che per anni aveva rivendicato con aggressività una porzione significativa del territorio guyanese, in particolare la regione dell’Essequibo.

La sua uscita di scena ha immediatamente sbloccato aree prima off-limits del blocco di Stabroek, il grande giacimento situato a circa 200 chilometri dalla costa atlantica, da cui proviene quasi tutto l’oro nero del Paese. Un cambiamento geopolitico che ha aperto nuove prospettive di esplorazione e sviluppo.

Entrate record e prospettive di crescita

Secondo Raphael Trotman, ex ministro del governo, le entrate stanno già arrivando a ritmo sostenuto: circa 623 milioni di dollari a settimana, contro i 370 milioni precedenti al conflitto.

Il consorzio guidato da ExxonMobil, che opera nel blocco di Stabroek, punta ad aumentare la produzione del 2,5% fino a raggiungere i 940.000 barili al giorno.

Se i prezzi dovessero rimanere vicini ai 100 dollari nel 2026, i giacimenti guyanesi genererebbero circa 33 miliardi di dollari di ricavi lordi in un solo anno: il 75% in più rispetto alle stime precedenti alla crisi.

Un dato ancora più significativo se si considera che due terzi del petrolio guyanese finiscono in Europa, che sta pagando premi consistenti per garantirsi forniture sicure. Aggiungendo circa 10 dollari al barile di premio, il “bonus di guerra” per la Guyana supera il 90%.

La ripartizione dei profitti e l’accelerazione degli investimenti

Per ora il governo incassa solo il 14,5% del valore di ogni barile, mentre il consorzio guidato dagli americani di ExxonMobil si prende la parte più grande.

Ma l’aumento dei prezzi sta accelerando il recupero dei costi storici sostenuti dalle compagnie: secondo le proiezioni, questi saranno completamente ammortizzati entro la fine del 2026, con un anno di anticipo rispetto al previsto. Da quel momento la quota del governo salirà bruscamente, arrivando potenzialmente al 52% se non ci fossero ulteriori espansioni.

Proprio l’instabilità globale sta spingendo le major a investire di più e più velocemente. Nuove esplorazioni e sviluppi sono in programma: questo ritarderà nel breve periodo l’aumento della quota governativa, ma promette ricavi molto più consistenti nel lungo termine.

L’espansione frenetica di ExxonMobil

Le compagnie petrolifere non stanno perdendo tempo. Attualmente quattro progetti sono operativi, ciascuno gestito da una gigantesca unità galleggiante di produzione e stoccaggio (FPSO) dal costo di circa 2 miliardi di dollari.

ExxonMobil sta accelerando l’arrivo della quinta FPSO, che dovrebbe iniziare a pompare petrolio tra pochi mesi, con un anno di anticipo sulla tabella di marcia. Una sesta è già in costruzione, mentre la settima è stata anticipata al 2028.

A marzo l’azienda ha presentato i piani per un ottavo progetto, il primo dedicato alla produzione di gas naturale in Guyana, e ha annunciato che entro un anno ne seguirà un nono. Si tratta di un’accelerazione impressionante che testimonia la fiducia nel potenziale del blocco di Stabroek.

Dipendenza dal petrolio

Prima ancora della guerra, il governo si aspettava entrate petrolifere record per quest’anno: 2,8 miliardi di dollari.

Nel 2025 i ricavi da combustibili fossili rappresentavano già circa la metà del bilancio statale (un livello simile a quello dell’Azerbaigian) e la produzione di petrolio costituiva i tre quarti del PIL, una quota superiore persino a quella della Libia.

Radhika Bansal di Rystad Energy avverte che lo shock dei prezzi approfondirà ulteriormente questa dipendenza.

Mentre i profitti petroliferi volano, i costi energetici più alti colpiscono duramente gli altri settori dell’economia. Il governo ha reagito azzerando le accise sul carburante e chiedendo a GuyOil, la società di distribuzione statale, di contenere gli aumenti.

Ma gli operatori privati hanno comunque alzato i prezzi, spingendo il presidente Ali a lanciare appelli al “patriottismo economico”.

Lo spettro della “maledizione delle risorse”

Questo scenario fa riemergere il classico spettro della “resource curse”; quando un boom di materie prime finisce per danneggiare il resto dell’economia. I politici guyanesi ne sono consapevoli e stanno cercando di contrastarlo.

Molte infrastrutture strategiche sono già in costruzione, tra cui una nuova autostrada verso il Brasile, o ultimate, come l’imponente ponte sul fiume Demerara.

Nonostante le spese ingenti per strade, scuole e ospedali, finora il governo è riuscito a mantenere sotto controllo l’inflazione di fondo e il deficit di bilancio, come ha riconosciuto il Fondo Monetario Internazionale lo scorso anno.

Problemi concreti e rischi di spreco

Tuttavia i segnali di difficoltà sono evidenti. Dal 2021 il costo di cibo e abitazioni è aumentato del 75%. L’industria petrolifera sta attirando i lavoratori migliori, creando carenze in altri settori. I rapporti tra governo e media si sono fatti più tesi. L’arrivo di fiumi di petrodollari ha favorito sprechi e, in alcuni casi, forme di clientelismo.

Un esempio emblematico è il progetto per portare il gas naturale a terra e usarlo per produrre elettricità, sostituendo le vecchie e inquinanti centrali a olio combustibile: è in ritardo di anni e costa sei volte più del previsto. Parte dei problemi derivano dalla scelta di localizzarlo in zone politicamente favorevoli al governo ma con condizioni geologiche inadatte.

ExxonMobil ha addirittura rifiutato di costruire un secondo set di gasdotti (sempre diretti verso aree “amiche”) finché non ci sarà una domanda sufficiente.

Resistere alla tentazione di spendere tutto

Winston Jordan, ex ministro delle Finanze, è chiaro: il fondo sovrano guyanese dovrebbe accantonare la maggior parte di questa ricchezza straordinaria, e anche di più, per frenare la spesa pubblica. Ma con l’arrivo imminente di entrate ancora più elevate, la tentazione di “spendere e spandere” rischia di diventare irresistibile.

Per il bene della Guyana, il presidente Irfaan Ali e i suoi alleati dovranno dimostrare una disciplina ferrea. Trasformare questo boom petrolifero in uno sviluppo vero e duraturo, anziché in una bolla destinata a sgonfiarsi, sarà la vera prova di maturità per il Paese.

La posta in gioco è altissima: da nazione povera a modello di gestione responsabile delle risorse, o l’ennesimo esempio di come la ricchezza improvvisa possa diventare una maledizione.

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