Caro direttore,
leggendo sulla stampa e sui social, cioè il fornitore di notizie oggi più utilizzato in Italia, presunti retroscena sull’uscita di scena di Roberto Cingolani, non rinnovato alla scadenza naturale del mandato, non so se mi sorprenda di più il complottismo, la scarsa dimestichezza con l’industria della difesa, la memoria corta, la trasversalità o l’unanimità.
Partiamo dal Michelangelo Dome, lo scudo missilistico che secondo il tam-tam mediatico avrebbe impensierito a tal punto gli Usa da imporne a Meloni la sostituzione. A dar retta a questa scuola di pensiero (parola grossa, lo so, ma perdonamela), c’è quasi da meravigliarsi che non gli abbiano messo una bomba sull’aereo come a Mattei (non c’era, lo so, ma capiscimi). I problemi di questa lettura sono almeno tre.
Primo, il Golden Dome di Trump viaggia su altri binari e altre risorse – per capirci, tra i 185 e i 3.500 miliardi di dollari su vent’anni, con uno stanziamento iniziale di 26 miliardi in questo esercizio fiscale. Tu che sei uomo di numeri avrai già notato che questo è, da solo, pari al fatturato di Leonardo. Ora va bene che Golia fu ucciso da Davide con la fionda, ma insomma neanche i più religiosi prendono il racconto biblico come fattuale.
Secondo, l’idea che il Michelangelo Dome sia l’unica alternativa al Golden Dome. In realtà, come scrive sui social l’analista Andrea Gilli, è già in campo la European Sky Shield Initiative, alla quale aderiscono 24 paesi europei (gulp!), dall’Albania all’Ungheria, compresi Germania e Regno Unito (doppio gulp!). In pratica, ne restano fuori la Francia (ovviamente) e l’Italia. Come dice Gilli, “In altre parole, se gli Stati Uniti avessero avuto interesse a esercitare pressioni, il tema riguarderebbe semmai iniziative con una reale trazione politica e industriale, non progetti che faticano ancora a consolidarsi”.
Il terzo punto riguarda il prodotto, da sempre il punto debole di Cingolani. Un sistema di difesa antimissile ha bisogno di tanti elementi, tutti molto avanzati, dai satelliti di scoperta agli intercettori esoatmosferici (roba spaziale!), passando per radar di scoperta lontana e altre cosette. Leonardo, che non li fa, propone sostanzialmente un’architettura software in grado di federare i “pezzi” forniti da chi ce li ha davvero. Al di là della sfida tecnologica, che come ogni storico dell’arte ben sa spingerebbe a parlare più di Brunelleschi che di Michelangelo, il problema è che il “modello Uber”, come lo chiama l’ottimo Gilli, nella difesa non funziona: nessuno vuole dare il potere del sistema di gestione a chi non ci mette neppure un taxi ma solo il sistema di prenotazione. Cioè il supercomputer che è l’investimento che ha fatto più battere il cuore dell’a.d. in questi anni (anche se non l’unico, pare).
E poiché siamo sul prodotto, val la pena di ricordare agli smemorati che alla nomina di Cingolani era già chiaro come questo non fosse il suo punto forte. Tant’è che per mettere in sicurezza la società gli fu affiancato come condirettore generale quel Lorenzo Mariani che oggi, inevitabilmente, è chiamato a succedergli. Poiché nessun pollaio può avere più di un gallo, Mariani fu spedito in Mbda Italia, da dove oggi ritorna, sospinto dalla realtà. Mi auguro che riesca a riprendere al volo treni che sono già passati, dai droni (nei quali siamo ormai tributari dei turchi: un successone!) ai razzi (con l’inspiegabile ostinazione a non voler comprare AvioSpazio).
Dal prodotto ai numeri. Leggendo dei grandi risultati economici degli ultimi tre anni, chissà perché mi viene in mente l’Alberto Sordi di “Finché c’è guerra c’è speranza”. È triste dirlo, ma l’aumento di contratti e fatturati non è dovuto a chissà quale abilità manageriale quanto alla crescita della domanda innescato da Putin, con le sue invasioni, e Trump, con le sue minacce di uscire dalla Nato. Semmai c’è da sottolineare la lentezza con la quale il settore sta rispondendo, come il ministro Crosetto ha ricordato agli industriali nell’irrituale riunione zoom convocata ad horas pochi sabati fa. Dov’erano gli attuali plauditores di fronte a quella messa in mora?
Per chiudere, consentimi una domanda ispirata alla reazione pro-Cingolani così trasversale e unanime. Quanto è probabile che quando si passerà dalla cronaca alla storia qualcuno si accorga che la decisione più azzeccata del suo mandato sia stata mettere a capo della comunicazione una giornalista di Sky? Non per i motivi di cui sussurrano le vipere che pure abbondano nei corridoi di Piazza Monte Grappa, ma proprio perché un consenso così ampio non si ricorda per nessun altro vertice dell’azienda, a partire dal compianto Pier Francesco Guarguaglini.







