In un finale di partita all’ultima ora, Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un cessate il fuoco di due settimane dopo che il presidente Trump aveva minacciato di “cancellare l’intera civiltà iraniana”.
Il ruolo decisivo è stato giocato dal Pakistan, principale mediatore, e dalla Cina, che con un intervento last minute ha convinto Teheran ad accettare la proposta di Islamabad. Come rilevano il New York Times e il Financial Times, l’Iran ha accolto il piano pakistano dopo “frenetici sforzi diplomatici” di Islamabad e “l’intervento della Cina, suo alleato chiave”. Il risultato: riapertura temporanea dello Stretto di Hormuz, stop agli attacchi e avvio di colloqui a Islamabad.
COME E’ MATURATO IL CESSATE IL FUOCO TRA USA E IRAN
Martedì sera, a pochi minuti dalla scadenza dell’ultimatum fissato da Trump alle 20:00, è arrivato l’annuncio.
Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha dichiarato su X che il cessate il fuoco era “EFFECTIVE IMMEDIATELY”. Poco dopo Trump ha confermato l’accordo via social, citando “conversazioni” con Sharif e il capo dell’esercito pakistano, il generale Asim Munir.
Come riporta l’Associated Press, il premier pakistano aveva chiesto a Trump di estendere la deadline di due settimane per permettere alla diplomazia di avanzare, chiedendo contemporaneamente all’Iran di aprire lo Stretto di Hormuz.
Teheran ha accettato: il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha annunciato la fine delle “operazioni difensive” e il passaggio sicuro delle navi per due settimane, coordinato con le forze iraniane.
Israele ha dato il suo sostegno condizionato, pur escludendo il Libano dal cessate il fuoco, in contrasto con una precedente dichiarazione di Sharif.
IL RUOLO DEL PAKISTAN, MEDIATORE FONDAMENTALE TRA USA E IRAN
Il Pakistan è emerso come l’attore chiave della mediazione.
Come scrive Bloomberg, Islamabad ha sfruttato i suoi “legami stretti con la Casa Bianca” e la sua posizione di paese con buoni rapporti sia con l’Iran sia con gli Stati del Golfo.
Sharif e Munir hanno passato messaggi tra le due parti per settimane, agendo da “canale di comunicazione”. Il premier ha invitato delegazioni Usa e iraniane a colloqui diretti a Islamabad già venerdì.
Araghchi ha pubblicamente ringraziato “i cari fratelli” Sharif e Munir per i loro “sforzi instancabili”.
Per Michael Kugelman dell’Atlantic Council, citato da Bloomberg, si tratta di “un colpo diplomatico maggiore per il Pakistan, uno dei suoi più grandi successi di politica estera da decenni”.
Anche Radio Free Europe/Radio Liberty sottolinea che Islamabad ha ospitato un vertice quadrilaterale con Turchia, Egitto e Arabia Saudita proprio per spingere verso i negoziati.
IL RUOLO DELLA CINA NELLA MEDIAZIONE TRA USA E IRAN
Il 31 marzo, dopo l’incontro a Pechino tra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il collega pakistano Ishaq Dar, Cina e Pakistan hanno lanciato un’iniziativa congiunta di pace.
Come riportano Axios e Al Jazeera, il piano in cinque punti da essi elaborato prevede: cessate il fuoco immediato, avvio rapido di negoziati, protezione delle infrastrutture civili e nucleari, passaggio sicuro delle navi commerciali nello Stretto di Hormuz e un accordo di pace complessivo basato sulla Carta Onu.
Dar ha definito l’iniziativa “equilibrata” e “che tutti possono approvare”. La Cina, principale partner commerciale dell’Iran e suo maggiore acquirente di petrolio, ha esercitato un’influenza decisiva.
Come sottolinea la BBC, Pechino ha compiuto 26 telefonate con le parti coinvolte e ha spinto per la de-escalation per tutelare la propria sicurezza energetica e la stabilità economica globale.
L’INTERVENTO DECISIVO DI PECHINO E IL RICONOSCIMENTO DI TRUMP ù
Secondo tre funzionari iraniani citati dal New York Times, l’Iran ha accettato la proposta pakistana solo dopo “l’intervento last-minute della Cina”.
Trump stesso ha riconosciuto il contributo di Pechino: “I hear yes” quando gli è stato chiesto se la Cina avesse aiutato a portare Teheran al tavolo.
Come riporta Bloomberg, la Cina ha chiesto all’Iran di mostrare flessibilità. Per gli analisti citati da Al Jazeera, Pechino ha agito per proteggere i propri interessi: il 45-50% del suo petrolio passa dallo Stretto di Hormuz e la guerra minacciava la Belt and Road Initiative e gli investimenti nel CPEC in Pakistan.
La BBC nota che questo è un cambio di passo per la Cina, finora più cauta, ora intenzionata a presentarsi come “pacemaker” globale.
ANALISI E COMMENTI
Per il Pakistan si tratta di una “riposizionamento da attore periferico a intermediario credibile”, come afferma Farwa Aamer dell’Asia Society Policy Institute citata da Bloomberg.
Per la Cina, l’operazione rafforza l’immagine di potenza responsabile e contrasta con l’approccio Usa. Come osserva la BBC, Pechino dimostra di poter influenzare la regione senza garanzie militari, ma grazie a legami economici e al coordinamento con il Pakistan.
Un precedente storico, ricorda Bloomberg, è il ruolo pakistano nel 1971 per l’apertura Usa-Cina di Nixon. Ora Islamabad e Pechino hanno scritto un nuovo capitolo: la diplomazia ha fermato, almeno per due settimane, una guerra che rischiava di incendiare il Medio Oriente.







