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Molti morti non bastano più a fare notizia

L’impressione è che le guerre in corso abbiano normalizzato i morti anche quando sono molti, che le vittime facciano ormai fatica a fare notizia. Il corsivo di Battista Falconi.

Il numero di morti come notiziometro è orribile ma inevitabile, anche se oltre alla quantità di vittime destano l’attenzione la loro prossimità geografica e culturale, la tragicità del contesto, la loro eccezionalità o frequenza (fanno notizia sia l’uomo che morde il cane, sia i cani che mordono spesso). L’impressione, però, è che le guerre in corso abbiano normalizzato i morti anche quando sono molti, che le vittime facciano ormai fatica a fare notizia.

In tal senso diamo ragione al Fatto quotidiano, che con questa considerazione apre la sua prima pagina, in riferimento a una strage di migranti avvenuta nel Mediterraneo con 70 o 80 naufraghi a seconda delle versioni. Una tipologia di tragedie che non richiama più l’attenzione di media e opinione pubblica né quella politica, neppure dalla sinistra, che per polemizzare contro il Governo preferisce usare altri argomenti. Colpa probabilmente delle guerre che normalizzano, dicevamo, anche perché combattute da belligeranti che della vita umana ostentano una marginalissima considerazione.

Netanyahu ha ripristinato la condanna a morte per rimarcare il suo disprezzo verso i palestinesi; Trump abbina, nel modo schizoide che gli conosciamo, auto-attribuzioni di bontà e feroci dichiarazioni di voler uccidere i propri nemici; per non parlare degli ayatollah, che hanno ucciso gli oppositori del regime a decine di migliaia, secondo alcuni computi, per l’appunto nell’indifferenza occidentale. Tra l’altro non si capisce perché la guerra non sia stata dichiarata quando le rivolte erano in corso. O, meglio, lo si capisce benissimo: per evitare un cambio di regime con conseguente horror vacui e trattare con un potere sempre clericale ereditariamente legato al precedente, ma un pochino ammorbidito.

Purtroppo il Fatto, nella sua condivisibile sensibilità, non riesce a smarcarsi dalla stramaledetta tendenza a distinguere i morti “di destra” da quelli “di sinistra”, privilegiando i secondi come appunto i migranti annegati ma dimenticando i primi come i cristiani massacrati in Nigeria. Sui quali troviamo invece un articolo del Foglio, quotidiano attento a questo genere di stragi, e anche di Avvenire, come ovvio. L’organo ufficiale dei vescovi italiani, però, titola assieme sui martiri nigeriani e sui morti in Libano dando l’impressione, speriamo errata, che per interessarsi ai primi si debbano sempre anche ricordare gli eccessi e gli orrori israeliani.

L’alternativa sarebbe una sensibilità sinceramente e profondamente umana, che guardi a tutti gli uomini e donne come fratelli, piangendone la morte, l’uccisione, la sofferenza, davvero senza distinzione. Una bellissima utopia cristiana che, come facciamo anche a Natale, ci siamo ripetuti a Pasqua accompagnandola dalla gioia della Resurrezione. Che a questo punto resta la nostra unica speranza.

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