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Petrolio, Shell, Equinor e Total sbuffano contro l’Ue per il divieto di trivellazioni nell’Artico

Compagnie petrolifere come Equinor, Shell, TotalEnergies e ConocoPhillips stanno facendo pressing sull’Ue perché abbandoni il divieto di trivellazioni nell’Artico in modo da rafforzare la sicurezza energetica.

Secondo un articolo del Financial Times sarebbe in atto una forte campagna di lobbying da parte di numerose compagnie petrolifere e associazioni di settore – tra cui Equinor e un gruppo sostenuto da Shell, TotalEnergies e ConocoPhillips – rivolta all’Unione Europea affinché abbandoni il divieto di fatto sulle future trivellazioni nell’Artico.

Le aziende, scrive il Ft, sfruttano il tema della sicurezza energetica per sostenere che l’Europa non può fare a meno degli idrocarburi artici.

L’iniziativa viene criticata da InfluenceMap come un “allarmante” tentativo di rovesciare decenni di politiche climatiche, sfruttando l’instabilità geopolitica per riproporre argomenti fuorvianti a favore dei fossili invece che delle rinnovabili.

L’Ue sta comunque rivedendo la propria strategia artica del 2021, che prevedeva una moratoria internazionale, inserendo anche aspetti di difesa, con l’obiettivo di concludere i lavori prima del forum Ue-Artico di settembre.

La spinta del lobbying

Più di dieci compagnie e associazioni petrolifere, tra cui Equinor e il gruppo KonKraft (che rappresenta Offshore Norge e la Federation of Norwegian Industries), hanno risposto a una consultazione pubblica dell’Ue sulla politica artica chiedendo esplicitamente di eliminare il divieto di nuove trivellazioni.

Il messaggio centrale è sintetizzato dalla dichiarazione di KonKraft, piattaforma di collaborazione norvegese del settore petrolifero e energetico nata per promuovere la competitività del Norwegian Continental Shelf (NCS, il bacino norvegese del Mare del Nord e delle aree adiacenti, inclusi zone artiche e sub-artiche come il Mare di Barents).

Come scrive KonKraft: “Non esiste sicurezza energetica europea senza energia artica”.

Cosa si sostiene

Le aziende sottolineano che la Norvegia è un fornitore prevedibile e affidabile per l’Europa in un momento di forte instabilità geopolitica.

Nick Walker, amministratore delegato di Vår Energi nonché uno dei maggiori esportatori di gas norvegesi, ricorda che circa un terzo del gas consumato nell’Ue proviene dalla Norvegia, e che un terzo di questa quota è estratto nel Mare di Norvegia e nel Mare di Barents, incluse zone artiche e sub-artiche.

Vår Energi chiede inoltre una definizione più precisa del concetto di “Artico”, sostenendo che il Mare di Barents è libero dai ghiacci tutto l’anno e quindi non presenta le stesse criticità ambientali delle aree più settentrionali.

Nareg Terzian, responsabile strategia Europa dell’International Association of Oil & Gas Producers (che include Shell, TotalEnergies e ConocoPhillips), avverte che un divieto “invia il segnale sbagliato nel momento peggiore” e che limitare la produzione in aree come la Norvegia settentrionale non ridurrebbe la domanda globale, ma rischierebbe di aumentare la dipendenza da fornitori con maggiore intensità emissiva di CO₂.

Le critiche di InfluenceMap

InfluenceMap, organizzazione che monitora il lobbying aziendale sul clima, definisce la campagna un’”allarmante spinta” verso lo sviluppo di nuovi giacimenti fossili che rischia di vanificare decenni di sforzi per contrastare il cambiamento climatico.

L’analista Ella Westlake sottolinea che l’industria sta cercando di sfruttare l’instabilità geopolitica per riproporre argomenti fuorvianti che privilegiano i combustibili fossili rispetto alle energie rinnovabili.

Tale pressione andrebbe inoltre in direzione opposta agli impegni internazionali dell’Ue sia sulla riduzione delle emissioni di gas serra sia sulla conservazione della biodiversità.

La  strategia artica dell’UE e la sua revisione

Nel 2021 l’Unione Europea si era impegnata a lavorare su un aggiornamento della propria Strategia Artica promuovendo una moratoria internazionale sulle trivellazioni di petrolio e gas nell’Artico come parte della propria strategia regionale.

L’obiettivo al tempo era costruire su moratorie parziali esistenti, spingendo affinché petrolio, carbone e gas rimanessero sottoterra per proteggere l’ambiente fragile della regione, contrastare il cambiamento climatico e preservare la biodiversità. La misura si allineava agli obiettivi europei di riduzione delle emissioni e alla transizione energetica verso le rinnovabili.

Oggi, però, l’Ue sta rivedendo quella strategia, che del resto fu elaborata prima dell’invasione russa dell’Ucraina, e la revisione è ancora in fase embrionale.

Un funzionario europeo ha confermato che il processo includerà aspetti energetici, ambientali e di difesa artica; l’obiettivo è concludere i lavori in tempo per il forum UE-Artico di settembre.

Le risorse fossili nell’Artico

Il Ft ricorda che la regione artica è ritenuta ricca di riserve significative di petrolio e gas ancora da scoprire, ma che ogni esplorazione comporterebbe costi elevati e rischi ambientali notevoli, tra cui impatti climatici e perdita di ecosistemi.

Secondo lo United States Geological Survey (USGS), e in particolare le valutazioni geologiche fatte nel suo “Circum-Arctic Resource Appraisal”, a nord del Circolo Polare Artico nella zona rimangono da scoprire mediamente 90 miliardi di barili di petrolio, 1.669 trilioni di piedi cubici di gas naturale e 44 miliardi di barili di liquidi di gas naturale.

Le analoghe pressioni in altri Paesi

Il dibattito europeo si colloca in un contesto più ampio.

A seguito alle tensioni in Medio Oriente, nel Regno Unito il governo Labour è finito sotto pressione perché revochi il divieto di nuove licenze petrolifere e gasiere nel Mare del Nord,

Negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump ha lanciato questo mese aste per diritti di trivellazione nella National Petroleum Reserve in Alaska, ottenendo offerte per 163 milioni di dollari.

Questi sviluppi mostrano come la questione dell’Artico sia oggetto di un rinnovato interesse legato alla sicurezza energetica.

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