L’anno che verrà vedrà Meloni inventarsi qualcosa per dare lo “slancio”. Non è così difficile, data la labilità della nostra memoria, ma neppure facilissimo, essendoci scogli impegnativi come la legge elettorale. E vedrà le opposizioni cercare un’aggregazione che potrebbe passare per le primarie, un derby fratricida a rischio noia. Se la voglia e la forza di Giorgia Meloni venissero invece meno si tornerà alle urne a giugno; diversamente, si scavallerebbe in autunno con il problema di una manovra complicata da affidare a un nuovo governo, come fu nel 2022. L’ipotesi più accreditata è quindi che si anticipi solo di qualche mese per votare in primavera 2027 e potremmo concordare con la senile rozzezza di Feltri, che nonostante il referendum non è cambiato “un c…”, o concludere più elegantemente alla Filini, “nessuna crisi”. Tutto è possibile, sentenzia Minzolini dopo un giro di pareri: attesa, voto anticipato, rimpasto… Anche se la diretta interessata esclude il “bene, brava, bis”.
La crisi del governo di centrodestra appare diversa dalle precedenti cadute delle alleanze di sinistra – Bertinotti-Prodi, Bertinotti-Mastella e Renzi-Renzi – intanto per lo strapotere di Meloni, la sua golden share in FDI e nell’alleanza. E poi per la tremenda fragilità internazionale – l’ultima guerra compie oggi un mese – che divide le sinistre, ne aggrava i problemi e rafforza l’assicurazione sulla vita politica di Meloni, ancorché con polizza in scadenza. Ne risulta una discreta stabilità con cui l’esecutivo potrebbe fronteggiare “scossa” e “slavina”, diciamola con i titoli di oggi, che hanno decapitato Delmastro e Santanchè (belle lettere di uscita), la già rimpiazzata Bartolozzi e Maurizio Gasparri, il cui timone di capogruppo FI passa a Stefania Craxi in ossequio ai desiderata di rinnovamento di Marina Berlusconi (in effetti sembra proprio un largo ai giovani!). Chigi potrebbe reggere anche le altre dimissioni di cui si vocifera e che sarebbero un protrarsi dell’agonia: quelle di Nordio, su cui cade anche la tegola europea dell’abuso di ufficio, di Urso, che per essere eufemistici non ha brillato e non è simpatico, dello scienziato Cingolani, che guida l’astronave di Leonardo. La maggioranza potrebbe incassare persino il regolamento di conti in casa leghista, non escluso considerati i tesi rapporti Salvini-Giorgetti-Zaia e il non eterno interim meloniano al turismo.
La premier eponima resta però la chiave di volta su cui poggia il governo. Ne costituisce la forza e, assieme, la debolezza. In FDI e in maggioranza nessuno sbraita oltre misura, tutti sono consci dell’insostituibilità della leader, ma anche della stanca che si ritorce sui capri espiatori. Comprensibile dopo quasi quattro anni pesanti, rimarchiamo sempre l’attenuante, nei quali però non ha trovato soluzioni alle defaillances della sua squadra, questa l’aggravante, e dopo aver commesso nel recente passato referendario errori evitabili, ad esempio su Garlasco e Rogoredo (è scocciante dare ragione a Giannini).
Il governo Meloni è inadeguato al rilancio della grandeur italiana che persegue anche perché viziato da un’opposizione troppo impegnata nella concorrenza interna per costruirne una alla maggioranza. Il PD è più votato ma Schlein non è credibile, il M5S ha meno consensi ma un Conte più stentoreo. Mattarella fa quello che può, quindi il meno possibile, sapendo che lo stallo è per ora incurabile.
La destra è sempre stata ed è sempre più leaderista, mescola culto del capo e fedeltà da mediocri, dice Flavia Perina che la conosce bene; la sinistra è ancora partitica, con i partiti in crisi così come la politica tutta. Una crisi strutturale e sistemica, non solo nazionale. Il problema investe i conservatori italiani, europei e statunitensi che, per la difficoltà di costruire dirigenze rinnovate e classi di governo affidabili, si arrangiano con Trump, Meloni e Orban. Le sinistre sono ancora molto più obsolete, incapaci di costruire proposte, seminano solo allarme contro i successi degli avversari, paventano trionfi e ritorni dei regimi del male e pericoli per la democrazia e la civiltà, talvolta svangandola come alle amministrative in Francia. Resistere, resistere, resistere, da trent’anni siamo o sono sempre lì.







