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Che cosa farà Meloni dopo referendum e repulisti

Umori, mosse e scenari per il governo Meloni dopo il referendum e il repulisti.

I migliori titoli di oggi sono “Guerra Santa” e “Settimana Santa”, mentre in quelli di ieri colpiva il campionario di equivalenze per descrivere quanto sta avvenendo al governo: scossone, scossa, slavina, terremoto, rivoluzione, purghe, strage, plotone d’esecuzione, piazza pulita, ghigliottina… È stato invece edulcorato in “melma” il “merda” che Nicola Porro indica come mancante al Sì per vincere nella campagna referendaria: ma come, non ce n’era stata troppa? Ma se da lunedì ore 15:01 è tutto un raccomandare toni pacati, dialogo e confronto, come se appunto la questione fosse solo retorica.

E forse è proprio così. Al centrodestra si e ci si rimprovera in effetti soprattutto la comunicazione, nessuno mette in dubbio la sostanza, la domanda è sempre come mai si sia perso avendo ragione, proponendo un miglioramento utile alla maggioranza dei cittadini. E che avrebbe dovuto essere quindi apprezzato dalla generazione Z, che invece ha votato No per colpa del suo grigiore, da cui si emenda solo con sciagurate eccezioni violente, e delle fake news e dei social che sono stati nuovamente condannati, dice la sociologia troppo a buon mercato. Certo, è vero che i giovani e la sinistra sono “regressisti”, come dice efficacemente Ricolfi, e che la comunicazione è parte della realtà, non un suo epifenomeno accessorio: da sempre, essendo l’uomo è un animale sociale che non può non comunicare, e ancor più oggi data la pervasività dei nuovi media.

Forse per questo, nel dibattito post voto, spiccano i silenzi. Come quelli di Alfredo Mantovano e del Quirinale, con il quale sono in corso contatti sulla sostituzione del sottosegretario e del ministro dimessi. Per quest’ultima carica pare in pole position Luca Zaia, pezzo da 90 nordista che però si porta dietro la complicata situazione della Lega, rinvigorita dal successo settentrionale del Sì ma indebolita dalle sonore contestazioni contro Salvini ai funerali di Bossi (oltre che da Vannacci, altro silente).

Sempre all’insegna del dialogo si vocifera anche di contatti della maggioranza con l’ANM per smussare la contrapposizione con i magistrati, uno dei corpi ostili all’esecutivo con i sindacati e gli intellettuali (i giudici però ce l’hanno con chiunque discuta la loro intangibilità, persino il direttore dell’Unità è nei guai con un togato). In base a questa valutazione qualcuno sostiene che il centrodestra debba ripartire dalla cultura. Pure fosse, toccherebbe trovarlo, qualche intellettuale buono alla bisogna e qualche dubbio sorge, se a sinistra si celebra il pensionamento del chiarissimo professor Maurizio Ferraris con stralci di suoi pensieri che non paiono così geniali e a destra si propone una nuova biografia di Evola in mille-pagine-mille, impegnativa lettura che ci risparmiamo volentieri.

Non si può fare o rifare tutto, bisogna scegliere. Bene ha fatto ieri Meloni a isolarsi per andare a contrattare un po’ di gas algerino, prezioso nell’attuale austerity energetica, così come l’Ue a cercare un accordo con l’Australia per sfuggire alle forche caudine dei dazi, ancorché l’idea del prosecco dei canguri faccia inorridire. Il compromesso è d’altronde una mezza schifezza, sempre meno peggio però di quella intera: vedi le trattative per un regime change dimezzato che potrebbero portare alla pace Usa-Iran.

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