Possiamo sommessamente contraddire la narrativa plaudente per l’alta affluenza? L’encomio solenne per l’inattesa percentuale di votanti al referendum? Un dato che nessuno se la sente di contestare, neppure gli sconfitti del Sì, i quali temono di infrangere un tabu intoccabile della democrazia, il voto: ancor più sacro di quello costituzionale che avrebbe spinto i No, assieme ad altre cause. Ma il centrodestra ha un’altra ragione per dover abbozzare, davanti a una delusione cocente proprio per il combinato disposto tra l’alta partecipazione e l’ampia forchetta contro la riforma della giustizia: aver sempre sostenuto, in questi tre anni, la prevalenza del consenso popolare su qualunque obiezione venisse mossa al governo.
Ecco, noi vorremmo provare a scalfire questa convenzione. La convinzione che basti un voto in più perché la volontà espressa diventi sovrana assoluta, che questo sistema sia ancora utile a reggere le nazioni, gli Stati, le democrazie avanzate, l’Occidente che langue in un pianeta sottoposto a continue scosse tecno-economiche. Un principio vetero-democratico che rende instabile qualunque esecutivo e, soprattutto, qualsiasi tentativo di fare politica, di darsi un indirizzo ideale e provare a concretizzarlo. Pare che persino Trump, l’imperatore di mezzo mondo, traballi dopo la successione di annunci e smentite, di contraddizioni ormai nemmeno più diacroniche ma addirittura contestuali, tipo “vi distruggeremo tutti ma stiamo trattando per accordarci”.
Per carità, ci sta che Donald perda le elezioni di midterm e persino che se ne debba tornare a casa prima del termine. Come ci sta che Giorgia non sia perfetta e invincibile e prenda la prima batosta dopo quasi tre anni e mezzo, quando i suoi predecessori premier avevano mollato già da un pezzo. La domanda è cosa accadrebbe e cosa accadrà dopo di loro, se avremo davvero assetti interni e internazionali più stabili, leader migliori, percorsi più progressivi. È questo il dubbio che rode la minoranza ostinatamente ragionante, che non vede le competizioni elettorali come dei derby da vincere a qualunque costo.
L’alta affluenza non è un sintomo di salute per la democrazia, poiché porta a votare persone non interessate né informate a ciò per cui si sceglie, che colgono l’occasione per togliersi uno sfizio e brindare alla sconfitta dell’avversario, prima e più che alla vittoria del proprio candidato, in cui talvolta non credono nemmeno tanto (infatti le sinistre ne hanno almeno due, concorrenti tra loro). Fino a qualche decennio fa, non a caso, si guardava con ammirazione al Nord Europa, dove le percentuali alle urne erano significativamente minori delle nostre, che reputavamo inquinate da un bipolarismo Dc-Pci che impediva l’evoluzione liberale del paese e dalle clientele (che ieri al Sud sembrano aver tradito Meloni e i suoi, a dispetto delle ironie in campagna elettorale).
Ma queste cose si dimenticano, anche perché i meno anziani non le hanno vissute. Così gli eterni ritorni vengono salutati quali sfolgoranti novità. Vale in politica e vale in economia, che poi grande differenza tra le due non c’è: vedi la nascita del grande gruppo che farà più o meno tutto tra Tim e Poste, che sembra il ritorno al carrozzone pubblico a chi ha l’età per aver auspicato e perseguito le privatizzazioni come la panacea di tutti i mali. Si pensi anche a quale disastro ambientale e industriale assieme (bel combo!) ci sta portando il caos energetico, l’ostilità a idrocarburi e fonti fossili ma anche al nucleare.
Per uscire dall’assunzione di decisioni vincolanti per tutti basate su percezioni provvisorie e imperfette dovremmo cercare di ammodernare il concept della democrazia liberale, sottrarlo all’aleatorietà dei consensi ondivaghi e al succedersi dei fattori contingenti, sempre più accelerato. Forse, un correttivo potrebbe essere il sorteggio: lo si proponeva per il Csm, perché non estenderlo?







