EFFETTO BORSA SU POSTE E TIM
Il mercato ha reagito in modo netto all’Opas di Poste Italiane su Tim. A metà seduta odierna, Tim schizza a +6,11%, riflettendo il premio implicito nell’offerta e le prospettive di consolidamento. Poste invece è scesa pesantemente, arrivando a perdere oltre il 9%, e attestandosi a metà seduta a -5,3%.
Questa divergenza riflette due letture opposte: da un lato il valore immediato per gli azionisti Tim, dall’altro i rischi e i costi dell’operazione per Poste. Non a caso, l’esborso complessivo in caso di adesione totale è stimato in circa 2,8 miliardi.
ANALISTI: TRA SCETTICISMO SUL PREZZO E RICONOSCIMENTO STRATEGICO
Le reazioni degli analisti sono articolate. Barclays giudica il prezzo “deludente”, sottolineando che non coglie appieno le opzioni di crescita di Tim e che la valutazione resta a sconto rispetto ai concorrenti, nonostante un profilo di crescita più elevato.
Al tempo stesso, la banca evidenzia come il contesto stia cambiando: maggiore razionalità nel mercato retail italiano, possibili sviluppi legati al consolidamento e agli accordi su FiberCop e Open Fiber, oltre a un miglioramento delle condizioni competitive.
Altri osservatori, come eToro, leggono invece l’operazione come “naturale evoluzione di una strategia”, non un “raid finanziario”, sottolineando la coerenza industriale e la costruzione progressiva di sinergie tra telecomunicazioni, pagamenti, assicurazioni ed energia. In questa chiave, il ritorno all’utile di Tim nel 2025 viene interpretato come il segnale che la fase più critica è alle spalle.
I SINDACATI: CONSENSO CON RICHIESTE PRECISE
Il fronte sindacale accoglie l’operazione con favore ma senza abbassare la guardia. La Slc Cgil parla di “novità positiva” e di ricostruzione di un campione nazionale delle telecomunicazioni, sottolineando anche gli errori del passato, a partire dalla separazione della rete.
La Uil, pur definendo l’operazione “di portata storica”, insiste sulla necessità di garanzie concrete su occupazione e investimenti e chiede l’apertura di un tavolo di confronto. Anche la SLP-Cisl sottolinea che i lavoratori devono essere “protagonisti, non spettatori” di questa trasformazione.
DALLA PRIVATIZZAZIONE AL RITORNO PUBBLICO: UNA STORIA ITALIANA
Per cogliere il senso profondo dell’operazione, bisogna riavvolgere il nastro della storia di Telecom Italia. Nel 1997 lo Stato decide di uscire da Telecom Italia, aprendo la stagione delle privatizzazioni. Il controllo viene affidato a un gruppo ristretto di investitori italiani – immaginato come un “nocciolo duro” ma evolutosi di fatto in un “nocciolino” – che avrebbe dovuto garantire stabilità ma che si rivela presto insufficiente.
Due anni dopo arriva l’Opa Olivetti di Colaninno e Gnutti, finanziata in larga parte a debito. È il passaggio che segna la storia della società: il debito viene scaricato su Telecom, condizionandone per anni le scelte industriali. Seguono altri cambi di controllo, da Tronchetti Provera a Telefonica, fino all’ingresso dei francesi di Vivendi.
Nel frattempo il contesto competitivo si trasforma radicalmente: nuovi operatori, prezzi in calo, crescita dei contenuti e del traffico dati. Telecom si ritrova progressivamente indebolita, con un debito elevato e una governance instabile.
La Repubblica parla di un capitalismo che, con i “capitani coraggiosi”, ha spesso privilegiato operazioni finanziarie rispetto alla solidità industriale. Mentre per il Corsera ciò che accade oggi è una “eterogenesi dei fini”, con il ritorno dello Stato dopo trent’anni di privatizzazioni.
Secondo il Messaggero, l’Opas è il punto di arrivo di una lunga evoluzione, la nascita finalmente compiuta di un “campione nazionale” capace di integrare telecomunicazioni, logistica e servizi finanziari. Mentre il Foglio invita a evitare letture ideologiche: non sovranismo, ma una scelta industriale in linea con le dinamiche europee.
“COSÌ SI RIMEDIA A UN ERRORE STORICO”
In questo contesto si inserisce il giudizio di Salvatore Rossi, che parla apertamente di “errore storico” da correggere. Secondo l’ex presidente di Tim, ed ex direttore generale di Bankitalia, le privatizzazioni italiane hanno prodotto un’anomalia: una grande infrastruttura strategica gestita senza una visione di lungo periodo.
Il ritorno nell’orbita pubblica, attraverso Poste, rappresenta per Rossi un’occasione per rilanciare il gruppo e valorizzarne il potenziale tecnologico. Ma la condizione è chiara: evitare un controllo rigido e favorire una governance capace di innovare e competere.
In questa chiave, l’Opas di Poste appare come il tentativo più strutturato degli ultimi anni di ricomporre una filiera industriale che si era progressivamente frammentata, riportando sotto un’unica regia asset che vanno dalla connettività ai servizi digitali, fino alla relazione diretta con milioni di cittadini e imprese.







