Google gioca ancora una volta a fare il direttore di testata, intervenendo direttamente sui titoli originali degli articoli delle riviste che compaiono nelle sue pagine di risultati delle ricerche effettuate dall’utenza. A metter mano alla titolazione, a quanto si apprende, sarebbero i suoi algoritmi di Intelligenza artificiale, a quanto pare con la finalità di migliorarli per aumentare le possibilità di clic.
L’AI DI GOOGLE SUPERA IL LIMITE CON THE VERGE
La vicenda è emersa a seguito di un articolo di The Verge che testimonia direttamente che i suoi pezzi siano stati ripresi da Google atterrando però nella schermata dei risultati con tutt’altri titoli rispetto a quelli decisi sul giornale. “Negli ultimi mesi, diversi membri della redazione hanno visto titoli che non hanno mai scritto comparire su Google: titoli che non seguono il nostro stile editoriale e senza alcuna indicazione che Google abbia sostituito le parole che avevamo scelto”, si legge.
La testata innovativa riporta questo esempio: il titolo “I used the ‘cheat on everything’ AI tool and it didn’t help me cheat on anything” è stato sostituito, nella pagina dei risultati di ricerca, da uno molto più lapidario, cioè “‘Cheat on everything’ AI tool”.
Per i meno anglofoni si è passati dall’originale (“Ho usato lo strumento AI ‘cheat on everything’ e non mi ha aiutato a imbrogliare per nulla”) che esprimeva già un giudizio lasciando presagire una esperienza negativa del recensore a uno scarno e a tratti sgrammaticato (almeno secondo la grammatica giornalista) “Strumento AI ‘cheat on everything'” che non comunica proprio alcunché al lettore e certamente non invoglia al clic per saperne di più.
CHI PAGA PER LE TRASFORMAZIONI IN PEIUS?
Google così facendo si espone a possibili richieste risarcitorie da parte delle testate che si vedono seviziare i titoli, soprattutto se ciò avviene al di fuori di un accordo a monte e di un controllo giornalistico a valle. I titoli, lasciati al taglia e cuci delle sue Ai, rischiano non solo di diminuire i clic da parte dei lettori potenzialmente interessati (con conseguenti danni sul fronte economico per gli editori, visto che i modelli di business si basano sull’adv in pagina) ma anche di far perdere autorevolezza alla testata e alla firma coinvolte nell’esperimento.
The Verge non a caso non l’ha presa affatto bene: ” Questa è come una libreria che strappa le copertine dai libri che mette in mostra e cambia i loro titoli. Passiamo molto tempo a cercare di scrivere titoli veri, interessanti, divertenti e degni della attenzione del lettore senza ricorrere al clickbait, ma Google sembra credere che non abbiamo il diritto intrinseco di commercializzare il nostro lavoro in quel modo”.
Ennesima riprova della sempre più difficile convivenza tra Google e i giornali web ma anche e soprattutto ennesima riprova del fatto che il lavoro giornalistico non possa essere sostituito da una Intelligenza artificiale che difettando di esperienza, ironia e senso critico certo non saprà titolare con arguzia.







