Anche The Encyclopædia Britannica si aggiunge al novero di editori che si ritengono saccheggiati dagli algoritmi di Intelligenza artificiale lasciati liberi di pascolare su Internet, famelici come cavallette. Secondo quella che nel Regno Unito è una vera e propria istituzione emblema del sapere del Vecchio mondo, circa 100.000 articoli online sarebbero stati acquisiti e impiegati per addestrare i modelli linguistici di OpenAi, software house capofila nell’avanzata delle Intelligenze artificiali, senza alcun consenso. Da qui la causa nei confronti del Gruppo guidato da Sam Altman.
LA FAME ATAVICA DELLE AI NON RISPETTA NEMMENO BRITANNICA
Com’è noto, infatti, le Intelligenze artificiali per operare correttamente hanno bisogno di immani quantità di dati e sembra proprio che le software house per sfamare questi algoritmi assai affamati si limitino a lasciarle pescare a strascico nel Web senza troppo preoccuparsi del diritto d’autore. L’educazione inflese che OpenAi avrebbe voluto impartire alle sue AI non le ha insomma trasformate in baronetti. Anche perché, a leggere le accuse di Britannica, interi articoli sarebbero stati copiati integralmente, senza mai chiedere il permesso.
L’AI SPESSO NON CAPISCE E Dà COLPA ALLE FONTI
Com’è noto, molte Intelligenze artificiali proprio per rendere meno visibile l’opera di saccheggio linkano alle fonti, ma anche questo modus operandi può rivelarsi dannoso per chi, come Britannica, si ritiene vittima dell’imperversare algoritmico.
I legali inglesi, infatti, sostengono che tutte le volte che un’AI sbaglia e mette in bella mostra il link alla fonte questa subisca un danno reputazionale agli occhi dell’utente che s’accorge dell’errore ma non indaga per capire se davvero la fonte abbia mai veicolato informazioni errate.
LE TANTE CAUSE CONTRO OPENAI
Incalzate dal presidente Donald Trump intenzionato a non perdere la guerra hi-tech con le Ai di Pechino, le software house statunitensi finora non si sono preoccupate del rispetto del diritto d’autore. La sola OpenAi oltre che con Britannica ha già appuntamenti in diverse aule di tribunale con il New York Times, l’editore Ziff Davis (per il materiale che sarebbe stato sottratto da testate di settore come IGN, CNET e PCMag), lo scrittore di best seller fantasy George Martin (Il Trono di Spade), l’autore di thriller legaleggianti John Grisham e persino con la comica Sarah Silverman, che sostengono che le AI abbiano divorato i loro libri per essere scolarizzate. Scolarizzate, forse, ma non certo educate.







