Ho molta stima per Mario Monti. Nella XVI legislatura, in qualità di deputato, ho sostenuto fino alla fine l’azione del suo governo ed ho preso parte all’avventura di Scelta civica. Ed ho difeso quell’esperienza di governo anche quando tutti quelli che votarono i suoi provvedimenti (compresa la riforma delle pensioni) si defilarono sostenendo di essere stati costretti dal ricatto dell’emergenza dei conti pubblici.
Monti ha sciolto le riserva annunciando di votare No nel referendum sulla legge Nordio, perché, a suo avviso: «L’unico effetto indiscutibile della riforma sarebbe di spostare l’equilibrio dei poteri tra l’esecutivo e il giudiziario, a favore del primo».
Non gli viene il dubbio che sia l’attuale rapporto ad essere squilibrato a favore di una funzione della magistratura (quelle requirente) e che questa sia una condizione di sofferenza dello Stato di diritto?
Monti dovrebbe chiedersi in quale altro caso la magistratura associata si contrappone non al governo, ma al Parlamento che approva le leggi che dovrebbero essere applicate nel processo e sulla cui legittimità vigila la Corte Costituzionale. L’ex premier afferma che la sua scelta nasce non tanto dal merito tecnico della riforma (peccato perché le norme si interpretano per come sono scritte) “quanto dal contesto politico e istituzionale in cui arriva”.
Ma di grazia, quale argine per la democrazia può venire da settori della magistratura che abusano del loro potere?







