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Chi porta OpenAI in tribunale

Ad aprire una stagione di cause per violazione del copyright da parte dell'intelligenza artificiale è stato il New York Times. Ora anche Encyclopaedia Britannica e Merriam-Webster accusano OpenAI di aver copiato migliaia di articoli per addestrare ChatGpt, ma il panorama è molto più ampio... Tutti i dettagli

 

All’intelligenza artificiale ognuno fa la sua battaglia. L’ultima in ordine di tempo è quella della storica Encyclopaedia Britannica e del dizionario Merriam-Webster che hanno citato in giudizio OpenAI accusando la società guidata da Sam Altman di aver copiato quasi 100.000 articoli per addestrare i suoi modelli di IA.

Il procedimento si aggiunge a quello già avviato sempre da Britannica contro Perplexity AI e a un numero crescente di azioni legali per violazione del copyright promosse da editori, autori e organizzazioni giornalistiche contro le aziende di IA.

LA CAUSA INTENTATA DA ENCYCLOPAEDIA E MERRIEM-WEBSTER

Secondo la denuncia depositata a Manhattan, OpenAI avrebbe utilizzato articoli online, voci enciclopediche e definizioni di dizionario di Britannica senza autorizzazione, e ChatGpt produrrebbe risposte “quasi letterali” di interi passaggi delle opere protette. Britannica sostiene inoltre che il chatbot “sostituisce o compete direttamente” con i contenuti dei suoi siti, sottraendo traffico e ricavi da abbonamenti e pubblicità. La società accusa anche OpenAI di violazione del Lanham Act, sostenendo che l’azienda attribuisca falsamente all’editore contenuti inventati generati dall’IA.

In risposta, OpenAI ha dichiarato che i suoi modelli “favoriscono l’innovazione, sono addestrati su dati pubblicamente disponibili e rispettano il principio di fair use”. Britannica, intanto, ha chiesto un risarcimento economico non specificato e un’ingiunzione per fermare le presunte violazioni.

EDITORI E AUTORI CONTRO LE AZIENDE DI IA

Ma la causa – sottolinea TechCrunch – si inserisce in una serie di contenziosi legali di alto profilo negli Stati Uniti e in Canada, che coinvolgono editori e autori contro aziende di IA per la violazione del copyright. Tra questi ci sono The New York Times, Ziff Davis – proprietaria di Mashable, CNET, IGN e PC Mag – e più di una dozzina di quotidiani, tra cui Chicago Tribune, Denver Post, Sun Sentinel, Toronto Star e la Canadian Broadcasting Corporation. Alcuni editori hanno già citato in giudizio Perplexity e Anthropic, che nel frattempo ha raggiunto un accordo per l’uso di libri protetti, con un risarcimento di 1,5 miliardi di dollari agli autori coinvolti.

NON TUTTI I CASI SONO UGUALI

I casi sottolineano, però, una differenza significativa tra l’addestramento di un modello IA e la riproduzione diretta di contenuti protetti. Alcune sentenze recenti, riportate da Reuters, hanno infatti stabilito che l’uso di opere legalmente acquisite per addestrare modelli generativi può rientrare nel fair use, come nel caso Bartz e altri contro Anthropic PBC, dove il giudice William Alsup ha definito l’addestramento dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) “tra le cose più trasformative che molti di noi vedranno nella vita”. Tuttavia, casi come Kadrey e altri contro Meta Platforms e Andersen contro Stability AI mostrano che i tribunali valutano attentamente il danno al mercato e le modalità di acquisizione dei dati, distinguendo tra pirateria e uso legittimo.

COSA DICONO LE ULTIME SENTENZE

In Tremblay contro OpenAI, osserva Reuters, i giudici hanno sottolineato che le accuse generiche sulla concorrenza o supposizioni non supportate sul dataset non sono sufficienti, ma hanno consentito che le rivendicazioni dirette di violazione del copyright procedessero in un’azione collettiva multidistrettuale nel Southern District di New York. Anche il procedimento del New York Times nei confronti di OpenAI/Microsoft riguarda la sostituzione di contenuti giornalistici e il possibile danno ai mercati di licenza, sottolineando le sfide del fair use in contesti con concorrenza diretta.

Casi internazionali, come Getty Images contro Stability AI nel Regno Unito e negli Stati Uniti, mettono in luce la necessità di considerare diritti sui database e riproduzioni letterali in contesti multinazionali. Nell’industria musicale, le cause contro Suno e Udio hanno coinvolto registrazioni protette da copyright ottenute tramite stream-ripping e l’uso di modelli vocali simili agli originali, con alcuni accordi che prevedono licenze complete per cataloghi musicali e piattaforme di IA generativa.

Le decisioni del 2025, conclude Reuters, riflettono progressi nella definizione dell’applicazione del copyright all’IA generativa: i tribunali accolgono le argomentazioni di fair use per dati acquisiti legalmente, mostrano scetticismo verso accuse speculative di danno al mercato e sono intolleranti verso la pirateria. Allo stesso tempo, casi che coinvolgono concorrenza diretta, contenuti giornalistici e somiglianza con persone reali potrebbero mettere alla prova i limiti di queste prime decisioni, fornendo linee guida sempre più articolate per sviluppatori, editori e aziende che operano con l’IA.

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