Le isole iraniane nel Golfo Persico, in particolare le Kharg, sono diventate il teatro principale del duello tra Washington e Teheran.
Un attacco statunitense ha distrutto obiettivi militari sull’isola che gestisce quasi tutto l’export di petrolio iraniano, ma – almeno per ora – i terminal petroliferi sono rimasti intatti.
Lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso al traffico internazionale: come sottolinea l’Associated Press i prezzi del greggio superano stabilmente i 100 dollari e Trump cerca di convincere alleati e rivali a mandare navi da guerra per sbloccare la rotta.
Non si tratta solo di simboli di potere: da queste acque passa la linfa economica dell’Iran, la tenuta del regime e, in buona parte, la stabilità dei mercati energetici mondiali.
ISOLE KHARG, IL CUORE PULSANTE DELL’ECONOMIA IRANIANA
Kharg è un’isola corallina minuscola, lunga otto chilometri e larga cinque, situata a una trentina di chilometri dalla costa iraniana. Eppure rappresenta il collo di bottiglia obbligato per il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran, con una capacità di carico giornaliera che sfiora i 7 milioni di barili, come sottolineano gli analisti di CNBC.
Da febbraio, quando è iniziata l’offensiva congiunta Usa-Israele, l’Iran è comunque riuscito a spedire 13,7 milioni di barili, quasi tutti verso la Cina, e le immagini satellitari di TankerTrackers continuano a mostrare petroliere ormeggiate al largo anche in questi giorni.
Petras Katinas, ricercatore energetico del Royal United Services Institute, lo ha sintetizzato in modo brutale: “Kharg è il principale nodo dell’economia iraniana. Senza di esso il paese non può funzionare, indipendentemente da chi governa”. Il senatore Lindsey Graham, fedelissimo di Trump, è andato oltre su X: “Chi controlla Kharg Island controlla il destino di questa guerra”.
Secondo Axios, la Casa Bianca sta seriamente valutando l’opzione di un’occupazione terrestre dell’isola: un intervento con forze speciali per “definanziare” il regime di Teheran in un colpo solo.
IL RAID, UN AVVERTIMENTO CALIBRATO
Venerdì scorso i caccia americani hanno colpito basi militari su Kharg, lasciando però intatti serbatoi, condotte e moli di carico.
Trump ha parlato di installazioni “totalmente demolite” e ha aggiunto con tono provocatorio che potrebbero colpire di nuovo “solo per divertimento”, come riporta Al Jazeera. Le agenzie iraniane, tra cui Fars, assicurano che le esportazioni proseguono normalmente.
Il messaggio è duplice: da un lato mostrare i muscoli, dall’altro tenere aperta una via di de-escalation.
Bloomberg sottolinea che Trump ha minacciato esplicitamente: se l’Iran continuerà a interferire con il transito nello Stretto di Hormuz, i prossimi raid non risparmieranno più l’infrastruttura petrolifera.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha replicato che un attacco del genere scatenerebbe rappresaglie “contro ogni struttura energetica americana o alleata nella regione”.
LO STRETTO DI HORMUZ BLOCCATO
Lo Stretto di Hormuz è paralizzato. Bloomberg descrive un traffico “quasi fermo”: passano solo poche navi iraniane o cinesi dirette a Pechino.
Il 20% del petrolio mondiale transita normalmente da lì e ora quel flusso è ridotto a un rivolo.
Trump ha lanciato un appello pubblico a Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e Cina perché inviino navi da guerra per scortare i convogli. Le risposte sono state caute: Londra valuta droni sminatori, Seul “esplora opzioni”, Tokyo invita alla prudenza.
Il prezzo del Brent ha toccato i 119,50 dollari la settimana scorsa prima di assestarsi poco sopra i 104, secondo il Guardian. Negli Stati Uniti la benzina media è a 3,70 dollari al gallone, in Asia si razionano carburanti e fertilizzanti.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha sbloccato 400 milioni di barili dalle scorte strategiche, ma la distribuzione piena verso Europa e Americhe slitta a fine marzo. L’Iran, nel frattempo, applica una regola asimmetrica: lascia passare le sue petroliere verso la Cina e blocca le altre, strangolando i produttori del Golfo.
LE ALTRE ISOLE
Khargnon è isolata. Come ricorda PBS, ve ne sono altre – Abu Musa, Greater e Lesser Tunb – che sono contese da mezzo secolo con gli Emirati Arabi Uniti: l’Iran le occupò nel 1971 e vi mantiene presidi militari.
Qeshm, la più estesa, ha subito un raid su un impianto di desalinizzazione che serve 30 villaggi; Teheran ha risposto colpendo un impianto analogo in Bahrain.
Queste isole non esportano petrolio, ma controllano accessi strategici e rappresentano un simbolo di sovranità contesa. Colpirle significa moltiplicare i fronti e trasformare il conflitto da energetico a territoriale.







