Mentre la guerra in Iran entra nella terza settimana, siamo ancora ben lontani da una fine. Nelle nostre stime iniziali, un blocco dello stretto di Hormuz oltre le 4-5 settimane avrebbe portato ad un rialzo dei prezzi del petrolio Brent a 140-150 dollari al barile. Siamo ancora lontani da quella soglia, ma il sentiero è molto stretto. Le riduzioni della produzione da parte dei paesi del Golfo sono attorno agli 8 milioni di barili al giorno, ma è soprattutto il mercato dei prodotti raffinati a soffrire, poiché dal Golfo Persico arriva anche molta della benzina e del gasolio che viene consumato nel mondo.
Ora il segretario all’energia americano Chris Wright ha detto ancora ieri che ci vorrà qualche settimana ancora prima che i flussi attraverso lo Stretto di Hormuz riprendano. Sempre ieri, il Wall Street Journal ha scritto che Donald Trump annuncerà in settimana un accordo tra diversi Paesi per formare una coalizione che avrà lo scopo di scortare le navi mercantili attraverso lo stretto.
Non è chiaro però se questo accompagnamento inizierà prima o dopo la fine della guerra, dettaglio non da poco.
La benzina negli USA è arrivata a 3.70 dollari al gallone, +26% rispetto al mese scorso. Non un buon biglietto da visita per i repubblicani in vista delle elezioni di novembre. L’Iran resiste e cresce la consapevolezza che anche se Israele e Usa dovessero terminare le ostilità domani, Teheran potrebbe benissimo continuare ad ostacolare il transito delle petroliere e dei mercantili. Quando può finire tutto questo?
Anche in questo caso, come in altri in passato, si tratta di raggiungere il punto di massima sopportazione del disagio, prima che una delle parti in causa ceda. Per l’Occidente, la soglia del dolore è posta a tre settimane da oggi, o, in termini numerici, a un prezzo del petrolio sopra i 150 dollari e della benzina sopra i 2,5 euro al litro in Italia. Condizioni che si possono verificare se la domanda non cala e la produzione di quel 20% delle forniture mondiali non riprende ad uscire dallo Stretto di Hormuz per arrivare sui mercati. Che arrivino in Europa o in Cina poco cambia, poiché il mercato mondiale può aggiustarsi di conseguenza.
Per l’Iran, la soglia del dolore, oltre alle sofferenze della popolazione, è rappresentata dalla perdita di forza militare ed economica e dalla possibile fine del regime degli ayatollah.
Tra le due, la soglia del dolore più vicina sembra essere quella occidentale. Soprattutto se oltre all’energia si considerano altre filiere, come quella dell’alluminio, dello zolfo, dei fertilizzanti. Ne consegue che il tempo è nemico dell’Occidente, anche di quello che non ha cercato né voluto questo scontro.







