La terza guerra del Golfo non si combatte e si decide soltanto con le armi e sul terreno delle infrastrutture logistiche, industriali e militari dell’Iran che gli Usa sostengono di aver praticamente azzerato.
Il fronte, probabilmente il più importante, è quello della finanza e dell’economia. E qui non c’è spazio per la propaganda; non si può sostenere il contrario della realtà che peraltro nessuno è in grado di verificare. Qui i risultati si leggono sui mercati tutti i giorni.
Peraltro è pure una guerra asimmetrica, dove con limitate risorse si possono infliggere al nemico danni sproporzionati.
A Teheran, ma anche a Washington, sono ben consapevoli dell’importanza di questo fronte, sanno che hanno pochissimo da perdere e moltissimo da far perdere allo storico nemico americano, e stanno puntando tutte le loro risorse.
Tagliati fuori ormai da anni – a causa delle sanzioni Usa – dai grandi circuiti dell’economia mondiale e dallo sviluppo impetuoso che sta interessando altri Paesi del medio ed estremo Oriente (basti citare il Vietnam), gli iraniani stanno adottando la strategia riassumibile con “muoia Sansone con tutti i filistei”.
Il primo devastante colpo è stato quello inferto alle monarchie del Golfo Persico, Dubai in testa. Distrutto in poche ore il mito della sicurezza di queste aree, la punta di diamante che aveva fatto di quelle monarchie una piattaforma leader al mondo nel commercio internazionale e nei flussi finanziari (più o meno leciti). Qualche giorno fa, proprio per far capire le intenzioni anche ai più distratti, è stata colpita la sede di Goldman Sachs a Dubai. Da oggi il rischio-Paese esiste anche per loro e non è trascurabile.
Il secondo fronte è quello del prezzo del petrolio, funzione diretta della chiusura di fatto dello stretto di Hormuz e della conseguente indisponibilità di circa il 20% dell’offerta giornaliera di greggio. Si sprecano gli scenari per prevedere l’impatto sul PIL dell’Europa e degli Usa e la “soglia del dolore” è stata individuata in 30-60 giorni. Se entro fine aprile le petroliere non tornassero operative su quella rotta, crescita e inflazione delle economie avanzate subiranno un brusco ridimensionamento (la prima) e una revisione al rialzo (la seconda).
E delle tante uscite estemporanee di Donald Trump, risulta molto più convincente quella secondo cui il prezzo del petrolio in rialzo è un costo da pagare, di quella secondo cui gli Usa «fanno un sacco di soldi».
Ma è ancora un altro il fronte su cui gli iraniani posso e stanno già facendo davvero male agli Usa e a Trump, ed è quello dei titoli di Stato Usa. Il vero nervo scoperto di Trump, non da oggi.
In questo senso è illuminante quanto abbiamo letto qualche giorno fa sul Financial Times, ripreso anche su questa newsletter:
“L’Iran non deve sconfiggere l’esercito statunitense; deve solo sconfiggere il mercato dei Treasury statunitensi, nel senso che un grave crollo obbligazionario costringerebbe gli Stati Uniti a ritirarsi.”
E, ove fosse stato ancora poco chiaro, l’articolo chiudeva così:
“Per quanto complicata sia oggi la geopolitica, la geoeconomia lo è ancora di più. […] Se l’impatto a lungo termine è quello di far salire i rendimenti obbligazionari, l’inflazione […] e i deficit statunitensi fino a scatenare un grande sell-off dei Treasury, l’economia statunitense e globale ne soffrirà enormemente.”
Prima della guerra il bond decennale Usa rendeva intorno al 3,96%, livello finalmente raggiunto dopo una lunga ma lenta discesa, nella prospettiva di riduzione dei tassi della Fed e di un’inflazione stabile o in lieve riduzione. Ma venerdì 13 era intorno al 4,28%. 32 punti base di aumento in pochi giorni non si vedevano da tempo e sono un movimento di eccezionale ampiezza per il titolo Usa. Peraltro il movimento ha riguardato quasi tutti i titoli obbligazionari governativi delle economie avanzate; con il Giappone (chissà perché…) che lascia sul terreno solo 13 punti base, il Bund 22 punti base e Italia e UK circa 50 punti base.
La determinante è quella delle prospettive di inflazione conseguente allo shock di offerta nel mercato del petrolio. Una situazione non nuova i cui effetti recessivi e inflazionistici sono ben sperimentati.
Noi non sappiamo se abbiano fatto più danni le bombe Usa sganciate sull’Iran o quei 30 punti base di aumento di rendimento. Sappiamo però che, con ragionevole probabilità, sui mercati finanziari esiste ampio spazio per arrecare ulteriori ed enormi danni all’economia Usa e delle altre economie avanzate. E non sarà Trump a decidere la fine di questa guerra. All’Iran basta mantenere viva la minaccia sullo stretto di Hormuz con qualche drone di latta e qualche mina lasciata qua e là, per il resto hanno poco da perdere. Ecco perché ora Trump sta correndo contro il tempo. Non ne ha moltissimo e ha già subito danni importanti.
“Riaprite quello Stretto”. È il titolo del film proiettato in questi giorni sugli schermi della situation room della Casa Bianca.








