Il post con cui Giorgia Meloni ha assunto una netta posizione in difesa della “famiglia nel bosco” potrebbe rivelarsi, in senso elettorale, più efficace dei 13 minuti di endorsement per il sì al referendum sulla giustizia con cui è scesa pesantemente in campo. Sul caso, la presidente del Consiglio non difende posizioni o misure politiche ma il diritto dei genitori di tirar su i figli un po’ come vogliono. Psicologi e pedagoghi concordano con lei che il trauma inflitto ai bambini sia stato eccessivo, anche se alcuni esperti non si sono espressi per non darle ragione. E poi c’è la soggettività persecutoria: perché si sono presi di petto i genitori australiani, fino a “strappare” un piccolo dalla mamma cui era aggrappato (quando si dice “scena madre”…), mentre i bimbi rom vengono lasciati mendicare, rubare e vivere nel degrado? Semplifichiamo alla Salvini perché stavolta dice una cosa di buon senso.
L’arbitrio inappellabile dei giudici è insomma un problema. E la famiglia nel bosco potrebbe essere molto utile. Meloni deve incentivare gli elettori di centrodestra a votare per il referendum sulla giustizia, il cui previsto esito contrario potrebbe essere di nuovo ribaltato se aumentasse l’affluenza. Sappiamo che il voto sarà molto legato all’appartenenza favorevole o contraria al governo, alla faccia degli appelli a entrare nel merito del quesito, e sul tema famigliare si può intercettare un ampio consenso nel mondo conservatore perplesso da Trump, sicurezza e sanità, dicono alcuni sondaggi.
La famiglia abruzzese-australiana (la soluzione potrebbe essere una richiesta diplomatica ufficiale per farla tornare nel paese di origine), per l’appunto, può distrarre l’attenzione pubblica dalla guerra e da altre questioni su cui il governo appare in difficoltà. Rispetto a solo poche settimane fa, quando ancora il vento soffiava in poppa alla premier, c’è stata ovviamente la guerra, ultima rogna in ordine di tempo ma prima per impatto: il neneismo meloniano non soddisfa gli italiani, stanchi di un’agenda ormai da anni condizionata da morti e distruzioni e intimoriti dalla devastazione economica del conflitto, specialmente dai rincari dei carburanti che assillano il nostro mondo energivoro.
Prima dell’Iran c’è stato però un lento cedimento di consenso per problemi irrisolti, dichiarazioni troppo stentoree, realtà politiche e fattuali deludenti. Cpr albanesi, piano Mattei e Caivano, per capirci, suonano di fuffa costosa. E poi ci sono i provvedimenti interrotti, rallentati e rivisti per le critiche e obiezioni mosse da una magistratura ostile ma anche da un Colle neppure troppo avverso. Il dubbio è sempre che Meloni sia brava ma circondata da incapaci: durante la settimana di guerra Crosetto e Tajani sono stati tanto ambiguità e mediocri, rispettivamente, da far concorrenza a Nordio che ora deve persino richiamare al garbo la sua capa di gabinetto Bartolozzi.
Già, perché sotto i ministri non all’altezza, che non sono una novità, ci sono sherpa, boiardi e amministrazioni parimenti brevilinei, che tra l’altro hanno congegnato e scritto male le norme, in qualche caso per fretta e in altri per fronda. Questo esecutivo è d’altronde arrivato a Chigi dopo una lunga opposizione e manca di legami con burocrazie e apparat, così come con l’intelligencija: vedansi i casi Venezi, Buttafuoco vs Giuli e catalogo museale torinese; vedansi gli intello di destra insoddisfatti tipo Veneziani, Cardini e Guerri. Si è tirata fuori persino la questione della Meloni “non laureata”, con la bufala che fosse la prima premier senza il titolo.
Ma il punto non è questo, è la stanca che è arrivata fisiologicamente, anzi in ritardo rispetto a quanto atteso, per il combo tra guerra e referendum. Il secondo è stato un errore assurdo, un problema di consenso autogenerato: si poteva, semmai, provare a fare plebiscito sulla legge elettorale. Ricordiamo però che Meloni, Schlein e Mattarella concordano: l’eventuale vittoria del No non comporta fine legislatura né cambio di esecutivo, poiché le opposizioni non hanno concordato programma e leader e il Capo dello Stato non farebbe mai un salto nel vuoto.







