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Tutti i dettagli sulle operazioni militari israelo-statunitensi in Iran. Report Cesi

La furia epica del ruggito del leone: un'analisi militare della campagna contro la repubblica islamica dell'Iran. Prima parte del focus a cura di Emmanuele Panero, Responsabile Desk Difesa e Sicurezza, e Filippo Massacesi, Junior Fellow Desk Difesa e Sicurezza del CeSI.

Nella mattina di sabato 28 febbraio 2026, a partire dalle 10:12 orario di Teheran (07:42 CET), l’Israeli Air Force (IAF) e le forze statunitensi schierate nell’area di responsabilità (AoR – Area of Responsibility) dello US Central Command (USCENTCOM) hanno dato avvio a un’azione militare coordinata contro la Repubblica Islamica dell’Iran, che ha subito assunto i connotati di una massiccia campagna aerea e di bersagliamenti a lungo raggio.

La campagna, frutto di una lunga pianificazione e condotta in piena sincronizzazione si è articolata in un’Operazione israeliana, ufficialmente denominata Roaring Lion e annunciata dalle Israeli Defence Forces (IDF) alle ore 10:57, e in un’azione statunitense, battezzata Operazione Epic Fury e comunicata dal Pentagono alle 12:09. Pur operando in stretta collaborazione, tuttavia, i due Paesi hanno perseguito sin da subito set distinti di obiettivi: gli Stati Uniti, infatti, hanno concentrato le proprie attività sul degradamento delle capacità militari e del complesso militareindustriale iraniani, con particolare riferimento al segmento missilistico, agli impianti nucleari, alle infrastrutture navali e ai sistemi di difesa aerea; Israele, invece, ha dichiarato di mirare alla rimozione della minaccia esistenziale rappresentata da Teheran, focalizzandosi sulla leadership politica e militare, sui siti missilistici nell’Iran occidentale e sulle strutture di comando e controllo (C2 – Command and Control).

In questo contesto, la prima ondata di attacchi condotta dall’IAF nella mattinata di sabato è consistita in bersagliamenti tesi a disarticolare l’apparato securitario-militare iraniano e a neutralizzarne i massimi vertici istituzionali. L’attacco iniziale, rivendicato come il più grande nella storia dell’IAF, ha visto l’impiego di un numero complessivo di circa 200 velivoli, in prevalenza caccia multiruolo F-35I Adir e F-16I Sufa, questi ultimi equipaggiati con missili balistici aviolanciati (ALBM – Air Launched Ballistic Missile), di cui sono stati rinvenuti diversi booster in Iraq occidentale, e supportati da aerocisterne KC-707 Re’em per il rifornimento in volo sopra la Siria, avrebbero colpito fino a 500 obiettivi distinti quasi simultaneamente, in congiunzione con missili da crociera statunitensi BGM-109 Tomahawk. Gli ALBM, in particolare, erano già stati utilizzati da Israele nelle precedenti Operazioni Days of Repentence (ottobre 2024), Rising Lion (giugno 2025) e Summit of Fire (settembre 2025) per neutralizzare sistemi di difesa aerea e colpire obiettivi di alto valore (HVT – High Value Target) nella profondità avversaria senza esporre gli aeromobili con equipaggio.

Nonostante ciò, però, si ritiene plausibile che nel corso dell’operazione gli assetti F-35I Adir, in virtù delle loro caratteristiche stealth, siano stati impiegati sin da subito in modalità stand-in in congiunzione con gli attacchi stand-off. Nel complesso, l’osservazione delle attività condotte da parte di Israele permette di collocarle in linea con i ritorni di esperienza derivanti delle operazioni passate, in particolare nell’ambito della Guerra dei 12 Giorni, in cui similmente si erano registrati bersagliamenti stand-off con ALBM nell’attuazione di una campagna di soppressione e distruzione delle difese aeree avverse (SEAD/DEAD – Suppression/Destruction of Enemy Air Defenses) volta a creare un corridoio sicuro per velivoli con equipaggio da impiegare in modalità stand-in. Ciò, nello specifico, è stato replicato in maniera puntuale dall’IAF anche nel corso dell’Operazione Roaring Lion, in cui sin dal primo giorno si è tentato di aprire un corridoio aereo di tal genere in direzione di Teheran e sopra la città stessa, obiettivo poi dichiaratamente raggiunto nella serata di domenica, così da ridurre la dipendenza dal munizionamento stand-off e rendere possibili campagne di bombardamento su larga scala contro gli obiettivi istituzionali iraniani.

Teheran è risultata quindi sin da subito un obiettivo prioritario per l’IAF, che a partire dalle 10:12 ha colpito prima University Street e l’area di Jomhuori e poi il compound della Guida Suprema Ali Khamenei, il Ministero della Difesa, il Ministero dell’Intelligence, la sede dell’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran e il complesso militare di Parchin. Le prime conferme circa le personalità di alto profilo neutralizzate sono giunte nel tardo pomeriggio, quando sono stati riportati i nomi del Ministro della Difesa, Aziz Nasirzadeh, del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, Seyed Abdolrahim Mousavi, del Rappresentante Personale della Guida Suprema nel Consiglio della Difesa, Ali Shamkhani, e del Comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC – Islam Revolutionary Guards Corps), Mohammad Pakpour. Per quanto attiene, invece, la Guida Suprema, a seguito di iniziali indiscrezioni che lo avrebbero collocato in un rifugio sicuro, a partire dalle 15:37 il suo status è iniziato ad apparire incerto per via dell’entità dei danni arrecati al suo compound, che è stato colpito da circa 30 munizioni.

Successivamente, nel corso della serata la notizia della sua probabile eliminazione è stata diffusa da parte israeliana (23:10) e statunitense (23:45 e 00:35), per poi venire confermata definitivamente delle autorità iraniane nella mattina di domenica 1° marzo. Nel complesso, l’avvio degli attacchi di sabato in piena mattinata, anziché nelle ore notturne tradizionalmente preferite, è stato plausibilmente determinato dalla disponibilità di intelligence in tempo reale sulla posizione della Guida Suprema, un’opportunità altamente time-sensitive che avrebbe imposto un anticipo della finestra operativa.

In parallelo, il degradamento delle capacità militari e militari-industriali iraniane ha interessato tanto le forze statunitensi, nello specifico la US Air Force (USAF) e la US Navy, quanto, in una fase successiva, l’IAF, che ha anche effettuato degli strike contro Hezbollah a Iqlim al-Tuffah, in Libano, e contro Kataib Hezbollah, a Baghdad, al fine di disarticolarne le strutture C2. Mentre gli attacchi iniziali israeliani si sono concentrati sull’area di Teheran per la decapitazione dei vertici istituzionali iraniani, i bersagli colpiti da parte statunitense sono risultati distribuiti in maniera più diffusa nel territorio del Paese, in almeno 24 delle 32 province, e hanno incluso numerose città, ivi incluse Kermanshah, Lorestan, Tabriz, Isfahan, Karaj, Ilam e Urmia.

In questa prima fase, molti degli attacchi condotti hanno avuto lo scopo di degradare e distruggere quanto rimasto delle difese aeree iraniane, per consentire in seguito agli aeromobili con equipaggio di operare in sicurezza nello spazio aereo avversario. In questo contesto, l’ampiezza dell’elenco dei target, almeno 130 obiettivi geografici distribuiti sull’intero territorio nazionale, ha implicato la necessità di fare ricorso a un impiego consistente e continuativo di assetti per intelligence, sorveglianza, ricognizione e acquisizione bersagli (ISTAR – Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconnaissance), necessari soprattutto all’individuazione, identificazione e tracciamento dinamico dei lanciatori mobili per missili balistici, al fine di impedirne il dispiegamento operativo e di supportare contestualmente le architetture da difesa aerea alleate. Accanto alle attività SEAD/DEAD, poi, risultano essere stati colpiti anche diversi siti produttivi e logistici legati al comparto missilistico e dei droni, depositi di munizionamento, nodi C2 e installazioni connesse alla filiera militareindustriale iraniana.

Tra gli obiettivi figurano anche diversi impianti sotterranei fortificati collegati alle capacità missilistiche balistiche dell’IRGC, uno dei quali è stato colpito già alle 14:15 nell’Iran orientale. Sotto questo profilo, un passaggio particolarmente significativo si è registrato con l’approssimarsi della prima notte di operazioni. Se già dalle 22:06 erano stati rilevati movimenti di aerocisterne statunitensi nei pressi di Gibilterra, alle 00:00 si è osservato un picco di attività attorno alla base di Lajes, nelle Azzorre, da cui cinque KC-46 Pegasus sarebbero decollati nel giro di pochi minuti. Tali segnali hanno fatto ipotizzare l’imminente impiego di bombardieri strategici B-2 Spirit, dotati di avanzate capacità stealth e in grado di trasportare carichi convenzionali significativi, inclusi ordigni penetranti idonei contro strutture interrate. In seguito, alle 19:36 di domenica sono stati effettivamente confermati degli strike notturni condotti da quattro assetti di tale tipologia decollati dalla base di Whiteman, in Missouri, in cui sono state colpite diverse strutture scavate in profondità nelle montagne mediante l’impiego di un totale di 64 bombe GBU-31(V)3/B Joint Direct Attack Munition (JDAM) da 900 chilogrammi ad alta penetrazione. Risulta interessante il loro impiego al posto delle GBU-57A/B Massive Ordnance Penetrator (MOP) che erano state utilizzate nella precedente Operazione Midnight Hammer del giugno 2025, in una scelta dettata dal loro peso inferiore e dal conseguente maggiore numero trasportabile, fattori in linea con l’elevato numero e la dispersione degli obiettivi da colpire nel corso della singola sortita. Uno strike di natura similare per quanto attiene le modalità operative adottate, poi, si è registrato nella notte tra domenica e lunedì.

Nella mattina del 2 marzo, infatti, USCENTCOM ha reso noto l’impiego di tre bombardieri strategici B-1B Lancer decollati dalla base aerea di Ellsworth, in Sud Dakota, per degradare le capacità missilistiche balistiche iraniane attraverso la distruzione di assetti ed elementi dell’industria di settore del Paese. Sebbene non sia nota la tipologia di munizionamento adottata, si pone in risalto il fatto che il B-1B è dotato del carico utile maggiore di qualsiasi bombardiere statunitense in servizio attivo. Ciò, unitamente al fatto che non è classificato come velivolo stealth, lascia intuire che sia in corso una transizione dai bombardamenti di penetrazione che distinguono la fase di SEAD/DEAD a quelli ad alto volume di fuoco che seguono la neutralizzazione delle difese avverse. In questo senso, assume rilievo l’annuncio del Regno Unito nella serata di domenica con cui è stata resa nota la messa a disposizione agli Stati Uniti di diverse basi militari per effettuare operazioni di attacco contro l’Iran. Tra di esse, spiccano per utilità Diego Garcia nell’Oceano Indiano e Fairford nel Regno Unito, impiegabili come punti potenziali di partenza avanzati per i bombardieri strategici statunitensi, elemento che non farebbe che consentire un loro uso più sistematico nel conflitto senza la necessità di fare ricorso a sortite a lunghissimo raggio.

In questo contesto, nel corso del secondo giorno di operazioni la USAF e la US Navy hanno mantenuto un rateo di sortite relativamente ridotto rispetto alla controparte israeliana, con attacchi sempre incentrati sull’acquisizione in primis della supremazia aerea mediante una capillare attività SEAD/DEAD, continuando al contempo la distruzione dei siti militari e del complesso militare-industriale iraniano, il tutto mentre l’IAF è rimasta ingaggiata nella neutralizzazione dei lanciatori per missili balistici a medio raggio (MRBM – Medium Range Ballistic Missile) iraniani a supporto della attività di difesa aerea. Nell’ambito delle attività SEAD/DEAD, in particolare, si pone in evidenza il fatto che gli strike israelo-statunitensi procedono nel neutralizzare in maniera sistematica anche i residui velivoli di Teheran finché sono ancora stazionati a terra, ivi inclusi assetti F-4 Phantom, F-5 Tiger e MIG-29 Fulcrum.

Nella notte tra domenica e lunedì, alle ore 00:20, USCENTCOM ha poi diffuso un bilancio operativo aggiornato relativo ai primi due giorni di campagna, sostenendo la neutralizzazione di circa 1.000 obiettivi. Nel complesso, in ogni caso, attualmente e verosimilmente per i prossimi due/tre giorni, le operazioni di USAF, US Navy e IAF seguiranno un ritmo giornaliero cadenzato, alternando sortite massicce a pause tattiche, con l’obiettivo di garantire la sostenibilità logisticomanutentiva e di consentire una costante valutazione della situazione sul terreno. In termini operativi, il principale fattore limitante per la durata complessiva della campagna è rappresentato dalla disponibilità di munizionamento aria-superficie e superficie-aria. Nonostante ciò, si riporta che le forze armate statunitensi hanno sfruttato il conflitto per impiegare per la prima volta in combattimento diversi assetti di nuova concezione, sviluppati per la conduzione di bersagliamenti a lungo raggio.

Tra questi rientra, innanzitutto, il nuovo missile balistico a corto raggio (SRBM – Short Range Ballistic Missile) Precision Strike Missile (PrSM) che, entrato in servizio operativo solo da circa due anni, rappresenta l’ultima evoluzione della capacità di attacco di precisione a lungo raggio dello US Army. Il suo utilizzo ha segnato quindi il debutto operativo di una munizione pensata per sostituire progressivamente gli MGM-140 Army Tactical Missile System (ATACMS), ampliandone gittata, precisione e flessibilità d’impiego dalle piattaforme terrestri M142 High Mobility Artillery Rocket System (HIMARS) e M270 Multiple Launch Rocket System (MLRS). Un ulteriore assetto testato sul campo per la prima volta, poi, è rappresentato dai droni d’attacco a lungo raggio (OWA-UAV – One-Way Attack Unmanned Aerial Vehicle) Low-cost Unmanned Combat Attack System (LUCAS), ispirati agli Shahed-136 iraniani e lanciati da terra dalla Task Force Scorpion Strike inquadrata solamente da dicembre 2025 all’interno di USCENTCOM.

Contestualmente, per concludere la panoramica relativa all’offensiva israelo-statunitense, un ulteriore fattore che ha accompagnato le operazioni fin dalle fasi iniziali, generando effetti particolarmente incisivi, è stato il ricorso ad attacchi cibernetici contro la Repubblica Islamica. In un primo momento, intorno alle 11:22, sono stati infatti presi di mira diversi siti di informazione iraniani, compresa l’agenzia di stampa statale. Successivamente, l’azione ha registrato un ampliamento sia in termini di portata sia di intensità, fino a determinare una rapida interruzione della connettività Internet nel Paese: avviatasi attorno alle 11:58, entro le 12:17 la disconnessione aveva ormai prodotto effetti sull’intero territorio iraniano, contribuendo a disarticolare in maniera rapida ed efficace le architetture di C2 iraniane.

 

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