La crisi nello Stretto di Hormuz non è ancora diventata una guerra diretta contro le infrastrutture energetiche, ma il sistema energetico globale è già sotto pressione. Finora l’Iran ha evitato di colpire la maggior parte degli impianti critici di petrolio e gas, mantenendo però un livello di rischio estremamente elevato per la navigazione commerciale. In questo contesto, due fattori stanno iniziando a delimitare la durata della campagna americana: la capacità di stoccaggio nei Paesi del Golfo e il livello dei prezzi dell’energia.
LA MOSSA ASSICURATIVA DI TRUMP
Per riaprire lo stretto, il presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti scorteranno e assicureranno tutte le navi commerciali che attraversano Hormuz, utilizzando la Development Finance Corporation (DFC). L’obiettivo è compensare il ritiro dei mercati assicurativi privati, che non sono più disposti a coprire il rischio di guerra.
LE STIME DELL’OPERAZIONE TRUMPIANA
Il problema è la scala dell’operazione. Secondo le stime, circa 329 petroliere si trovano attualmente all’interno del Golfo Persico. Ognuna di queste richiede coperture assicurative per inquinamento da petrolio, salvataggio, scafo e responsabilità verso terzi in caso di perdita totale. Nel complesso, questo implica un’esposizione massima potenziale di circa 352 miliardi di dollari, una cifra che oggi il mercato privato non è disposto a garantire.
I LIMITI DEL DFC
La DFC opera però entro limiti legali precisi. La sua Maximum Contingent Liability è stata inizialmente fissata a 60 miliardi di dollari e poi aumentata a 205 miliardi fino al 2031. Inoltre, per legge, nessun singolo progetto o controparte può superare il 5% dell’esposizione totale, pari attualmente a circa 10,25 miliardi di dollari. Esistono precedenti di assicurazione politica fornita dalla DFC in contesti di guerra, come in Ucraina, ma i programmi recenti sono stati relativamente limitati. A fine 2025 l’agenzia aveva un’esposizione di circa 51,5 miliardi, lasciando teoricamente 154 miliardi di margine. Qualsiasi programma più ampio richiederebbe però una modifica legislativa, quindi un atto del Congresso.
LA CRISI LOGISTICA
Nel frattempo, la crisi logistica sta iniziando a colpire la produzione. I primi tagli all’offerta legati alla saturazione degli stoccaggi sono già iniziati in alcuni Paesi del Golfo. Una volta riaperte le rotte di esportazione, tuttavia, la maggior parte dei giacimenti petroliferi potrebbe ripartire rapidamente: le stime indicano pochi giorni per il riavvio e due o tre settimane per tornare alla piena capacità.
DOSSIER GAS
Diversa la situazione per il gas. La produzione di LNG richiede tempi molto più lunghi per essere riavviata. Il 4 marzo Qatar Energy ha dichiarato forza maggiore sulle esportazioni, e alcune stime indicano che gli impianti potrebbero restare fermi per almeno due settimane. Anche dopo la decisione di riavvio, sarebbero necessarie altre due settimane per tornare alla piena operatività. Quindi un mese in totale.
COSA SUCCEDERA’ ALL’UE
In sostanza mancheranno volumi. A livello Eu si perderebbero circa 8 mld di metri cubi di gas. Ma il focus è sull’ASIA. La Cina dipende dal Qatar per il 29% dell’import di GNL. L’India il 45%. Significa che la guerra all’accaparramento di metaniere è già partita. Ieri la BP ha cancellato carichi diretti a Ravenna incentivata dal premio di $3 del JKM sul TTF.
L’Europa ha dunque un problema considerando anche la necessità di fare stoccaggio. Ieri il Premio summer-winter si e’ assestato a 6 euro. Il che significa che la Ue dovrà presto mettere mano al portafoglio per incentivare lo stoccaggio.
LE DIFFERENZE TRA PETROLIO E GAS
In altre parole, mentre il petrolio può riprendersi relativamente in fretta, il vero collo di bottiglia energetico potrebbe arrivare dal gas.
LO SCENARIO PER L’EUROPA
L’Europa si trova insomma in un angolo molto stretto dove la necessità di sicurezza energetica immediata potrebbe scontrarsi con i principi geopolitici di sanzionare Mosca.







