Mojtaba Khamenei, secondogenito del defunto Ayatollah Ali Khamenei, starebbe emergendo secondo il New York Times come uno dei favoriti, se non il principale, a succedere al padre nel ruolo di Guida Suprema, nonostante le dichiarazioni ufficiali contrarie e le forti resistenze interne.
Emerge un profilo volutamente defilato ma potente, che può vantare stretti legami con i Pasdaran, ma comporterebbe anche il rischio di percepire la successione come ritorno a una forma dinastica, in contraddizione con i principi della Rivoluzione islamica del 1979.
La morte violenta del leader e di parte della sua famiglia complica ulteriormente uno scenario già carico di tensioni tra conservatori, Guardiani della Rivoluzione e sensibilità popolare.
CHI È MOJTABA KHAMENEI
Mojtaba Khamenei, scrive il New York Times, è nato nel 1969 a Mashhad, importante centro religioso iraniano, circa dieci anni prima della costituzione della Repubblica Islamica. È il secondo figlio maschio di Ali Khamenei.
Dopo il diploma di scuola superiore, intorno al 1987, si arruolò nel corpo militare islamico, i cosiddetti Pasdaran, e partecipò alle fasi finali della guerra Iran-Iraq (1980-1988), conflitto che segnò profondamente la sua generazione.
L’ASCESA PARALLELA AL POTERE DEL PADRE
Nel 1989, subito dopo la morte dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, Ali Khamenei venne nominato Guida Suprema.
Da quel momento Mojtaba iniziò un percorso di studi religiosi di alto livello presso i principali seminari di Qom, sotto la guida dei più autorevoli ayatollah.
In seguito è diventato egli stesso insegnante in seminario, acquisendo legittimità e reti di relazioni tra il clero grazie anche alla posizione paterna, pur mantenendo un profilo estremamente basso e riservato.
IL RUOLO OCCULTO NELL’APPARATO DI POTERE
Per decenni Mojtaba Khamenei ha operato quasi esclusivamente nell’ombra. Ha gestito parti significative dell’ufficio della Guida Suprema dietro le quinte, rimanendo lontano dai riflettori mediatici salvo sporadiche apparizioni pubbliche.
Questa discrezione gli ha permesso di accumulare influenza reale senza esporsi direttamente.
Nel 2005, dopo l’elezione a sorpresa del conservatore Mahmoud Ahmadinejad, i riformisti accusarono Mojtaba di aver collaborato con esponenti religiosi e con i Pasdaran per pilotare la vittoria del candidato preferito dai duri.
Mehdi Karroubi, uno dei principali candidati sconfitti, attaccò pubblicamente “il figlio di un maestro” per le presunte interferenze. Ali Khamenei difese il figlio con la celebre frase: “Non è il figlio di un maestro, è lui stesso un maestro”
IL VETO NEL 2024
Nel 2024 l’Assemblea degli Esperti si è riunita per discutere i meccanismi di successione.
In quell’occasione lo stesso Khamenei dichiarò esplicitamente che il figlio Mojtaba doveva essere escluso dalla rosa dei possibili successori, probabilmente per tentare di smorzare le polemiche sulla natura dinastica della nomina.
La designazione di Mojtaba rischierebbe infatti di essere percepita come un ritorno alla logica ereditaria, esattamente ciò che la Rivoluzione del 1979 aveva abbattuto spodestando lo scià Mohammad Reza Pahlavi.
Tale mossa potrebbe alimentare il malcontento popolare, già esploso in proteste economiche che si erano trasformate in contestazione aperta del regime nei mesi precedenti la morte del leader.
IL SEGNALE RASSICURANTE AI FALCHI
Secondo alcuni analisti, nominare Mojtaba manderebbe invece un messaggio chiaro: i settori più duri legati alla Guardia Rivoluzionaria Islamica mantengono saldamente il controllo.
La continuità sarebbe garantita, con poche prospettive di apertura o cambiamento di linea politica nel breve-medio periodo.
A questo fattore si aggiunge un elemento di tipo familiare e religioso. Il governo iraniano ha comunicato che, nell’attacco che ha ucciso Ali Khamenei nel suo compound a Teheran, sono morte anche la moglie di Mojtaba, Zahra Adel, sua madre Mansoureh Khojasteh Bagherzadeh e uno dei suoi figli.
Questa perdita multipla accentua il dramma personale e potrebbe paradossalmente rafforzare la narrazione di martirio e legittimità tra i sostenitori più fedeli del regime.
In sintesi, conclude il New York Times, Mojtaba Khamenei incarna la figura più controversa e al tempo stesso più “naturale” per la successione: un chierico con forti legami militari, abituato al potere sommerso, per quanto gravato dal peso di un’eredità dinastica che rischia di delegittimare l’intero sistema agli occhi di una parte significativa della popolazione.
La sua eventuale ascesa, osserva il quotidiano, dipenderà dalla capacità dei Pasdaran e dei conservatori di imporre la propria linea all’interno delle istituzioni religiose e politiche iraniane.







