La guerra contro l’Iran avviata sabato scorso dagli Stati Uniti e da Israele, che da qualche ora sta coinvolgendo anche il Libano, ha causato un aumento significativo dei prezzi del petrolio, che stamattina sono cresciuti di oltre il 6 per cento: il Brent (cioè il contratto di riferimento internazionale basato sul mare del Nord) si aggira sui 77,5 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate (il benchmark statunitense) è a 71,1 dollari.
UN RIALZO CONTENUTO
Nonostante il rialzo notevole in termini percentuali, si tratta di prezzi tutto sommato contenuti. Difficilmente, quindi, indurranno Washington a fermare l’operazione militare per evitare una crisi inflazionistica in patria: anzi, il presidente americano Donald Trump ha già fatto intendere che il conflitto potrebbe durare ancora diverse settimane, fino a quando gli Stati Uniti non avranno raggiunto i loro obiettivi.
Le tensioni geopolitiche erano già state “prezzate” dal mercato. Inoltre, gli analisti erano più preoccupati per la debolezza della domanda petrolifera che per la scarsità di offerta.
IL RUOLO DELL’OPEC+
A evitare l’impennata dei prezzi del greggio – almeno nell’immediato – sta contribuendo l’impegno preso dall’Opec+, il gruppo che riunisce alcuni dei principali paesi esportatori di petrolio, per aumentare la produzione di 206.000 barili al giorno dal mese di aprile. Si tratta di una quantità tutto sommato modesta; a fare davvero la differenza, però, non saranno gli annunci sull’output ma la capacità di mettere concretamente in commercio i barili.
OCCHIO ALLO STRETTO DI HORMUZ
La situazione petrolifera, infatti, potrebbe degenerare in caso di blocco dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran o delle milizie affiliate, per ritorsione contro Israele e gli Stati Uniti. Lo stretto in questione – sul quale affacciano l’Iran, gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman – è forse il collo di bottiglia più importante al mondo da un punto di vista energetico, dato che vi passa ogni giorno circa un quinto di tutto il gas liquefatto e del petrolio trasportato via mare.
Lo stretto di Hormuz non è stato bloccato, ma domenica c’è stato un forte rallentamento delle attività fino quasi alla loro interruzione; l’Iran, inoltre, ha fatto sapere di aver attaccato tre petroliere. Le società di consulenza per la sicurezza marittima hanno suggerito ai clienti di evitare l’area, per il momento, mentre le compagnie assicurative potrebbero alzare i prezzi alle imbarcazioni che vogliono attraversare lo stretto: potrebbero anche decidere di non assicurarle affatto, se i rischi dovessero crescere.
Insomma: l’Opec+ potrà anche produrre 206.000 barili in più al giorno, ma se i carichi non potranno lasciare il Medioriente a causa del blocco dello stretto di Hormuz, queste forniture aggiuntive non avranno alcun impatto positivo sul mercato.
IL RUOLO DELLE SCORTE
La pressione rialzista sui prezzi potrebbe venire mitigata dalle abbondanti scorte di greggio, in particolare quelle cinesi e statunitensi.
GIAPPONE E CINA TRA I PAESI PIÙ COLPITI
Tra i paesi che verrebbero colpiti maggiormente da una eventuale degenerazione dello scenario petrolifero ci sono il Giappone, che acquista dall’estero tutto il greggio che consuma, e la Cina, la più grande importatrice di greggio in assoluto.
Peraltro, oltre il 30 per cento del greggio importato da Pechino arriva da nazioni sottoposte a sanzioni dall’Occidente. Se quindi gli Stati Uniti dovessero prendere possesso, dopo quelle venezuelane, anche delle forniture petrolifere dell’Iran, la Cina correrebbe un rischio notevole perché la sua rivale avrebbe il controllo su una grossa fetta del proprio approvvigionamento energetico. Le importazioni sono cruciali per la sicurezza cinese perché permettono di soddisfare il 70 per cento della sua domanda petrolifera.







