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Ecco i veri fini di Usa e Israele in Iran

Gli obiettivi centrati dell'attacco di Usa e Israele in Iran, la reazione di Teheran e gli scenari per il regime. Il punto di Luca Longo.

Le operazioni militari denominate Epic Fury dagli Stati Uniti e Roaring Lion da Israele rappresentano uno dei passaggi più rilevanti nella crisi mediorientale degli ultimi anni. Queste operazioni non vanno interpretate soltanto come una campagna militare contro obiettivi nucleari o missilistici iraniani, ma come l’avvio di una fase nuova e potenzialmente prolungata del confronto strategico con Teheran.

Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno avviato una vasta offensiva coordinata contro numerosi obiettivi in territorio iraniano: installazioni militari, centri di comando, infrastrutture missilistiche e siti collegati al programma nucleare.

L’operazione segna un salto qualitativo rispetto ai precedenti attacchi limitati contro singoli impianti, come quelli effettuati nel 2025, poiché punta a colpire non solo le capacità tecnologiche, militari e nucleari, ma anche la struttura di comando del sistema di sicurezza iraniano.

Secondo le ricostruzioni disponibili, gli attacchi hanno interessato numerose città e basi militari, tra cui Teheran, Isfahan, Qom, Karaj e Kermanshah, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la capacità dell’Iran di sviluppare armi nucleari e missili balistici e di indebolire le reti militari regionali legate alla Repubblica islamica.

Gli obiettivi strategici della campagna

Nella valutazione dei più accreditati analisti, le operazioni Epic Fury e Roaring Lion si inseriscono in una strategia più ampia. L’obiettivo dichiarato dall’amministrazione statunitense comprende quattro elementi principali: impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare, distruggere parte significativa del suo arsenale missilistico, ridurre la capacità operativa delle milizie alleate nella regione e colpire le infrastrutture militari chiave del Paese.

Si tratta di un approccio che supera la tradizionale logica della deterrenza. L’operazione appare pensata come l’inizio di una campagna più lunga volta a ridimensionare il potere del regime iraniano, con possibili implicazioni politiche interne.

Questo elemento introduce uno dei nodi centrali del dopoguerra: capire se l’indebolimento delle strutture militari e della leadership iraniana possa tradursi in un cambiamento politico oppure in una fase di instabilità ancora maggiore.

Il problema nucleare non è risolto

Uno dei punti più delicati – come abbiamo scritto più volte proprio qui – riguarda lo stato reale del programma nucleare iraniano dopo gli attacchi. Secondo le analisi disponibili, gli strike potrebbero aver ridotto il rischio immediato di proliferazione, ma – ancora una volta dopo il blitz dell’anno scorso – non lo hanno eliminato del tutto.

L’Iran, infatti, possiede ancora circa 400 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, e non è chiaro dove si trovi questo materiale né quale sia la condizione delle infrastrutture e del personale scientifico coinvolto nel programma nucleare.

Questo aspetto apre scenari complessi: la dispersione degli scienziati o dei materiali sensibili potrebbe aumentare i rischi di proliferazione o di trasferimento tecnologico verso attori statali o non statali.

Il rischio di un conflitto regionale

Un altro elemento centrale evidenziato dagli analisti riguarda la dimensione regionale del conflitto. Le operazioni militari hanno già provocato reazioni iraniane con lanci di missili e droni contro obiettivi statunitensi e israeliani e contro basi militari presenti nei Paesi del Golfo.

Questo tipo di risposta rientra nella dottrina iraniana di pressione asimmetrica, che punta a colpire infrastrutture militari e logistiche degli avversari senza entrare necessariamente in uno scontro diretto su larga scala.

Il rischio, tuttavia, è che il conflitto si espanda coinvolgendo l’intera rete di alleanze e milizie che l’Iran ha costruito negli ultimi anni in Medio Oriente. In questo scenario, la guerra potrebbe trasformarsi in una crisi regionale con impatti significativi anche sui mercati energetici e sulla sicurezza delle rotte marittime.

Le domande del dopoguerra

Ma la fase più complessa potrebbe arrivare dopo le operazioni militari, e si può descrivere con tre domande.

La prima riguarda la stabilità interna dell’Iran e la capacità del sistema politico di mantenere il controllo dopo le perdite subite. La seconda riguarda il futuro del programma nucleare e la possibilità di nuovi negoziati. La terza riguarda il ruolo degli Stati Uniti e dei loro alleati nella gestione dell’equilibrio regionale.

Le operazioni Epic Fury e Roaring Lion non sono quindi soltanto un episodio militare, ma un passaggio che potrebbe ridefinire l’assetto strategico del Medio Oriente. Se porteranno a una nuova fase di stabilizzazione o a un conflitto più ampio dipenderà soprattutto da ciò che accadrà dopo la guerra, più che dagli attacchi che l’hanno inaugurata.

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