Torna a far parlare di sé lo “stabilimento maledetto” di Belvidere, comune nello Stato dell’Illinois da 25mila anime con la classica chiesa luterana dall’aspetto austero, un caratteristico ponte in legno e, a giudicare da ciò che riporta Google, ben poco altro, da anni balzato però agli onori delle cronache finanziarie perché al centro di un lungo braccio di ferro tra Stellantis e il potente sindacato del settore United Auto Workers (Uaw) guidato dal belligerante Shawn Fain. Ma andiamo con ordine.
BELVIDERE CHIUDE, ANZI NO
I cancelli della fabbrica Stellantis di Belvidere si sono chiusi infatti all’inizio del 2023, dopo aver costruito prodotti Chrysler per oltre mezzo secolo, per non aprirsi più. Questi almeno i piani del management che aveva già all’epoca iniziato i tagli draconiani imposti dall’ex amministratore delegato Carlos Tavares e intendeva spostare la produzione in Messico.
Una decisione che aveva provocato come prevedibile il biasimo dell’intera cittadina e, dato che il malumore era trasversale, anche in stabilimenti di altri marchi dell’auto made in Usa. Quello che invece non poteva essere previsto, soprattutto negli Stati Uniti, fu ciò che ne seguì: uno sciopero senza precedenti capace di paralizzare per buona parte dell’autunno la città americana dell’auto, Detroit, e non solo, che la medesima Stellantis lamentò esserle costato 750 milioni di euro.
PIANI DA RISCRIVERE PER VIA DI DONALD TRUMP
Risultato: Stellantis pur di riaprire i battenti di tutti gli altri impianti negli Usa promise ai sindacati – tra le varie ed eventuali – pure la riapertura di Belvidere tra il 2026 e il 2027. Promesse che l’Uaw ha in più occasioni accusato di non essere state rispettate, chiedendo a gran voce le dimissioni di Tavares.
Nel nuovo contratto sindacale finì la promessa di destinare ben 5 miliardi di dollari per riattrezzare lo stabilimento per la produzione di un nuovo pick-up di medie dimensioni a batteria e la costruzione di un impianto di batterie adiacente, oltre a un centro di distribuzione di ricambi Mopar. Un progetto sostenuto anche da 334,8 milioni di dollari di finanziamenti federali per aiutare l’azienda a convertire lo stabilimento alla produzione di veicoli elettrici. Il problema però è che la bolla dell’auto elettrica era ormai prossima, così come il ritorno di Donald Trump (detrattore delle vetture a batteria) alla Casa Bianca: in quel contesto inutile insistere su quella strada.
In una lettera ai membri del sindacato del marzo 2025, il presidente della sezione locale della sigla United Auto Workers, Matt Frantzen, aveva affermato che il promesso Mopar Mega Hub e lo stabilimento di batterie, parte del contratto sindacale originale, non erano più inclusi nel nuovo piano di ristrutturazione dell’hub. Ma proprio Trump e l’incalzare della sua politica autarchica hanno comunque fatto tornare centrale lo stabilimento di Belvidere, anche perché i dazi imposti a inizio ’25 ormai non rendono più sostenibile la produzione negli impianti in Paesi confinanti con gli Usa, ovvero il Messico e il Canada (la “fuga” canadese del Gruppo sembra destinata a finire peraltro in carte bollate).
Across the country, our members at Stellantis are standing up and demanding the company honor its commitments to UAW autoworkers and to America.
Stellantis Keep the Promise Rallies:
Aug. 22 – Belvidere, IL (Local 1268)
Aug. 23 – Sterling Heights, MI (Local 1700)
Oct. 3 -… pic.twitter.com/gth1ZXW0pM— UAW (@UAW) October 25, 2024
LE ULTIME PROMESSE DI STELLANTIS SU BELVIDERE
“Stellantis – si legge nel comunicato stampa sul maxi piano da 13 miliardi di dollari su suolo americano presentato lo scorso ottobre in ottemperanza alle nuove stringenti regole commerciali trumpiane – intende investire oltre 600 milioni di dollari per riaprire lo stabilimento di assemblaggio di Belvidere e ampliare la produzione di Jeep Cherokee e Compass per il mercato statunitense. Con un avvio della produzione iniziale previsto per il 2027, si prevede che queste azioni creeranno circa 3.300 nuovi posti di lavoro”. La Stellantis di nuovo corso, guidata dal nuovo Ceo Antonio Filosa, ha dunque stracciato i piani di risparmio voluti da Tavares per rivelarsi estremamente accomodante rispetto alle richieste provenienti dal Nord America.
E GLI ULTIMI RITARDI
Si arriva finalmente ai giorni nostri: nelle ultime ore, infatti, sui siti statunitensi rimbalza la notizia che, secondo quanto ha dichiarato il rappresentante sindacale locale Frantzen, per la riapertura dei cancelli di Belvidere ci vorranno ancora due anni. Tutto sarebbe stato rinviato insomma al 2028. Secondo lo scenario attuale, le attività di riconversione potrebbero partire tra giugno 2026, con un piano biennale, e gennaio 2027 se limitate a 18 mesi. L’Uaw ha inoltre in programma la stesura di una proposta per consentire un rientro anticipato delle maestranze tecniche e avviare i lavori preparatori.
Cosa sfornerà quando Belvidere sarà finalmente pronto, però, è un mistero dato che nel frattempo le condizioni di mercato potrebbero aver subito altre rivoluzioni. La sola certezza, in una situazione tanto nebulosa, è che il sindacato americano sarà spalleggiato da Trump che preme perché tutte le industrie aumentino i propri investimenti sul suolo americano. E the Donald, ormai lo sappiamo fin troppo bene, non ama né essere contraddetto né i ritardi.






