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Perché l’Europa batte gli Stati Uniti in femminismo

La storica femminilizzazione dell’europolitica guadagna spazio anche negli Stati nazionali. Ecco come e perché. L'analisi di Lodovico Festa

Se la rivoluzione sessuale ha un sicuro padre americano cioè l’Elvis Presley degli anni Cinquanta, la connessa rivoluzione femminista ha una mamma europea: la Mary Quant che inventò a Londra la minigonna. Nonostante la preponderante forza culturale e sociale del femminismo americano, anche in politica l’Europa dopo la Seconda metà del Novecento batte in femminismo gli Stati Uniti, almeno due a zero, con Margareth Thatcher (la donna che salvò la Gran Bretagna dalla stagnazione degli anni Settanta) e con Angela Merkel (la politica che infilò la Germania nella palude degli anni Duemila). Mentre né Hillary Clinton né Kamala Harris sono riuscite a sconfiggere Donald Trump nel 2016 e nel 2024.

E questo europrimato politico femminile mi pare che regga ancora con “l’imperatrice” Ursula von der Leyen, con Christine Lagarde alla Bce e con l’estone Kaja Kallas “ministro degli esteri europeo”, esponente del blocco “neoanseatico” che con la crisi di Parigi e Berlino, è quasi l’azionista di maggioranza dell’Unione.

Pesa poi Giorgia Meloni -per Politico eu la più potente “politica” europea- che conta anche perché UvdL la usa in tandem con Teresa Ribera, socialista spagnola commissario all’Ambiente e di fatto numero due della Commissione, per dominare l’europarlamento (Giorgia le tiene a bada i conservatori mentre Teresa i socialisti e verdi), contenendo così il suo compatriota e compagno di Partito popolare (e rivale) Manfred Weber.

E questa storica femminilizzazione dell’europolitica guadagna spazio anche negli Stati nazionali, a partire dalla Francia dove sono forti le chance di Marine Le Pen di diventare la prossima presidente della Repubblica, con la Danimarca dove Mette Frederiksen è il punto di riferimento degli eurosocialisti più realisti. Forse meno roseo è il futuro di Elly Schlein che comunque guida, per così dire, l’opposizione nel Parlamento italiano. Non è improbabile che prima o poi anche il Ppe punti su Isabel Diaz Ayuso, l’unica politica con un po’ di carisma nel partito. Mentre in Germania le due novità politiche, l’AdF e la Bds, sono guidate da donne : l’Alleanza per la Germania da Alice Weidel, che, nonostante guidi una forza fondamentalmente reazionaria, si è formata in Goldman Sachs ed è lesbica accoppiata con una compagna originaria di Ceylon; e Sahra Wagenknecht leader di una formazione di sinistra radicale (e filorussa) che ha addirittura il suo nome “Bündnis Sahra Wagenknecht”. Intanto in Gran Bretagna i conservatori, che negli scorsi anni hanno bruciato politiche come Teresa May e Liz Truss, ora hanno come leader del partito Kemi Badenoch, già tosta ministro del Commercio, e di origini nigeriane.

Questa grande affermazione di politiche donne è sintomo anche di una crisi dei politici maschi, il cui carisma spesso si sta esaurendo tra quelli arroganti e furbastri, quelli troppo rozzi e quelli inetti, ma è insieme un segno della speranza che la nostra società, mobilitando nuove risorse, riesca a superare l’attuale difficile fase di transizione.

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