Energia

Perché all’atlantica Bulgaria fa gola il gasdotto Turkstream

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Seconda puntata di una trilogia a cura di Gianni Bessi dedicata alle questione relative al rifornimento energetico e i suoi protagonisti

C’è stato un tempo in cui la Bulgaria era uno dei pianeti della galassia sovietica, citata nelle conversazioni spesso solamente per sottolinearne la predisposizione al plebiscito – ancora oggi si usa l’espressione “elezione bulgara” – o per essere stata tirata in ballo dal turco Ali Agca nell’attentato a Papa Wojtyla. L’oggi è ovviamente differente: da gennaio è il Paese che esercita la Presidenza di turno dell’Ue, avviandosi alla chiusura del semestre che le spetta, e punta a dimostrare agli altri Stati membri che, dopo dieci anni di adesione all’Unione, i tempi sono maturi per il suo ingresso nell’area Schengen e l’avvicinamento all’eurozona.

E a questa Bulgaria europea e “atlantica” (o almeno si suppone) fa gola il Turkstream, con i suoi 930-chilometri di sealine in acque profonde che sono stati posati a ritmo record in meno di un anno. E con il raddoppio della prima linea che prenderà il via entro agosto (come abbiamo scritto su Startmag.it).

Il Turkstream è il figlio di un rifiuto. Nasce quando, nel 2014, fu annullato il progetto del gasdotto South Stream, che era stato progettato per portare annualmente 63 miliardi di metri cubi di gas russo sotto il Mar Nero. A quel tempo la Commissione europea esercitò pressioni per annullare il progetto: pressioni basate su punti dell’accordo intergovernativo che contenevano elementi contro la libera concorrenza, Un esempio le promesse che solo le imprese di casa, insieme a quelle russe e greche, avrebbero costruito il gasdotto nella parte bulgara.

Fu a quel punto che Putin srotolò sul tavolo del suo ufficio nel Cremlino la cartina geografica dell’area del Mar Nero, puntando il dito sulla Turchia. Di lì sarebbe passata la nuova pipeline, dimenticando secoli di guerre – sono state ben 12 tra la Russia Zarista e l’impero Ottomano – e le rivalità della guerra fredda tra l’Unione Sovietica e il bastione orientale della Nato. Fu il giorno in cui la diplomazia dell’energia prese il sopravvento sostituendo il South Stream con il progetto “Turkish Stream”, destinato a portare il gas russo in territori dell’Europa che non fanno parte dell’Ue, cioè nell’appendice della Turchia europea.

La prima puntata di questa House of Zar bulgara era finita così: con il presidente Radev che sta lavorando perché la 3 e 4 stringa della rete di gasdotti “Turkish Stream”, possano raggiungere il porto di Varna, nel Mar Nero, invece del territorio europeo della Turchia. E con un ostacolo che dovrà superare perché questa idea diventi realtà: dovrà ottenere il parere favorevole della Commissione europea, che continua a essere vigile nel suo impegno nello scongiurare la posizione dominante di Gazprom. Ma alla Bulgaria quel gas serve, vista la dipendenza dalla Russia per l’89% della benzina, il 100% del gas naturale e tutto il combustibile nucleare necessario per la sua centrale nucleare di Kozloduy, che ha due reattori funzionanti.

C’è una frase pronunciata dal primo ministro russo Medvedev che ci illumina su quanto sta accadendo: la Russia si aspettava una visita a breve del primo ministro Boyko Borissov con la speranza che servisse a fare crescere ufficialmente i contatti russo-bulgari. È un messaggio diretto a Rumen Radev che richiama la costituzione bulgara, la quale prevede che i poteri del presidente siano limitati e che al primo ministro spetti questo tipo di azione politica. Di cosa probabilmente si è discusso il 30 maggio nelle segrete stanze del Cremlino sarà l’oggetto della terza puntata.

(2.puntata; per leggere la prima clicca qui

(editing Paolo Pingani)

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