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Alluvioni

Un territorio fragile e giovane geologicamente, ma anche mancanza di prevenzione e cultura. Ecco perchè l’Italia è vittima delle alluvioni. E i Piani d’Azione per l’Energia e per il Clima assumono un ruolo chiave per futuro

 

 

La storia si ripete, purtroppo. Basta una pioggia più intensa e prolungata che la nostra penisola si trasforma in un fangoso acquitrino. E l’evento porta con sè recriminazioni, danni, morti, grandi proclami e (finti) nuovi inizi.

È accaduto, negli ultimi giorni, a Livorno. È accaduto negli scorsi anche in Liguria e in Sicilia. E, forse, accadranno molto più spesso di quanto accadano oggi. Sì, perchè i cambiamenti climatici porteranno sulla nostra penisola temperature più alte, ma anche piogge improvvise e abbondanti.

Ed è per questo che i PAESC, i Patti dei Sindaci per l’Energia e per il Clima (o Piani d’Azione per l’energia e il clima), assumono un ruolo chiave per la prevenzione. Ma andiamo per gradi.

La tragedia di Livorno

AlluvioniPartiamo dalla cronaca. L’ondata di maltempo che ha travolto il nostro Paese ha colpito in particolar modo la Toscana tra la serata di sabato 9 settembre e le prime ore di domenica 10 settembre. La situazione è molto critica a Livorno e provincia, dove si sono scatenati intensi temporali, giunti dal mare, accompagnati da violente raffiche di vento (fino a 170km/h), che hanno fatto registrare picchi di 250mm in poche ore, con diffusi allagamenti in città, frane e smottamenti sulle colline retrostanti.

Nei quartieri di Collinaia, Ardenza e Montenero, a causa dell’esondazione di alcuni dei torrenti cittadini. il fango ha invaso gli scantinati delle case.

Sei persone sono morte e due risultano ancora disperse, un uomo e una donna.

Fenomeni sempre più frequenti

La brutta notizia è che episodi come questo saranno sempre più frequenti. Una ricerca dell’Istituto internazionale per l’analisi dei sistemi applicati (IIASA) e del Centro comune di ricerca (JRC) della Commissione europea evidenzia, infatti, i rischi del futuro: più periodi di siccità e molte più inondazioni e alluvioni.

Lo studio, in particolare, prevede un aumento del rischio d’alluvioni del 150% entro il 2050. Ci sarà, ovviamente, un aumento anche delle cosiddette alluvioni del secolo, ossia quelle che stiamo vivendo ogni 100 anni. Queste inondazioni potrebbero raddoppiarsi nella loro frequenza e c’è il rischio di vedere gran parte dell’Europa sotto l’acqua entro i prossimi decenni.

L’entità del danno e il numero di persone colpite, invece, potrebbero aumentare del 220% entro la fine del secolo

Alluvioni: di chi sono le colpe?

UrbanizzazioneDell’uomo, ripete la retorica giornalistica. Ed in parte ha ragione. Tra le cause delle alluvioni ritroviamo l’urbanizzazione. Siamo tanti (se si guarda al bacino padano siamo circa 16 milioni di abitanti, rispetto al milione o due di qualche centinaio di anni), abbiamo bisogno di nuove case, nuove strade, nuove fabbriche. Questo porta ad una impermeabilizzazione del territorio: e l’acqua, non incontrando un terreno in cui penetrare e radici che la trattengano, scorre via rapidamente, diventando un’arma contro l’uomo stesso.

C’è anche la questione dei fiumi. L’urbanizzazione li ha soffocati, ha ridotto il loro corso, ha tolto a questi lo spazio necessario per crescere con le piogge invernali, senza provocare danni. “Da sempre le grandi città sono sorte in corrispondenza di fiumi, per una questione di sviluppo e utilità dell’acqua, ma noi questi fiumi gli abbiamo costretti e ridotti. A Genova abbiamo costruito sopra un fiume”, ha dichiarato a Start Magazine Vincenzo Giovine, vicepresidente del Consiglio Nazionale dei Geologi. “Oltre ad un territorio fragile, abbiamo a che fare con fenomeni meteo eccezionali e con una mancanza di visione e pianificazione, anche in merito a questi problemi. Abbiamo dei problemi oggettivi”, ha aggiunto Giovine.

A questo si aggiunge il fatto che “L’Italia è un Paese fragile, perchè geologicamente giovane. E questo fa sì che i fenomeni naturali rappresenteranno un problema per molto tempo”, ha invece spiegato a Start Magazine il geologo Pierluigi Vecchia.

Paesc, ruolo strategico per prevenzione

E’ in questo contesto che i PAESC, Patto dei Sindaci per il clima e l’energia, (altrimenti conosciuti come SECAP, Sustainable Energy and Climat Action Plan), assumono un ruolo strategico per la prevenzione: fermare i cambiamenti climatici significa fermare anche le conseguenze.

Voluti dall’Unione Europea, che li ha approvati nel mese di ottobre 2015, i PAESC propongono agli enti locali e regionali (che aderiscono su base volontaria) a raggiungere e superare l’obiettivo europeo di riduzione del 20% delle emissioni di CO2 entro il 2020 rispetto al 1990 (considerato come anno di riferimento) aumentando l’efficienza energetica e l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili nei loro territori.

Ogni Amministrazione si impegna in particolare, a:

  • redigere un Inventario di base delle emissioni (IBE) entro l’anno successivo a quello dell’adesione;
  • presentare, entro l’anno successivo a quello dell’adesione, un Piano d’azione per l’energia sostenibile(PAES);
  • pubblicare i resoconti dell’implementazione ogni due anni, per mostrare i progressi del piano d’azione e i risultati provvisori;
  • promuovere le proprie  attività verso i cittadini anche attraverso  la regolare organizzazione di Energy-day locali;
  • promuovere l’iniziativa “Patto dei Sindaci” attraverso la partecipazione a eventi e workshop tematici, e incoraggiando le altre autorità locali ad aderire.

L’iniziativa è coordinata dall’Ufficio Europeo del Patto dei Sindaci, il Covenant of Mayors Office (CoMO), con sede a Bruxelles, mentre in Italia è l’Enea il Coordinatore nazionale del Patto dei Sindaci. Hanno aderito ai PAESC le più grandi città italiane, da Roma a Milano, Napoli, Torino, Palermo, Bologna, Firenze, Bari, Venezia e molte altre: 51 Province e 9 Regioni sono diventate Coordinatori Territoriali. Ma tutto questo non basta.

Smart city“Sono utili, ma a nulla servono se gli impegni non trovano corrispondenza nelle azioni, bisognerebbe controllare realmente ogni due anni lo sviluppo dei Piani”, ha detto Vincenzo Giovine. “In futuro le alluvioni aumenteranno, a detta degli esperti, quindi l’Italia deve dare una svolta di carattere culturale, non serve cercare le responsabilità tra amministrazione e tecnici, Servono programmi a lungo termine. Nei territori più a rischio serve prevenire, magari evitando di colonizzare quelle aree. Serve un’azione attenta anche alla legge sul consumo di suolo, provando a mitigare il rischio. Serve anche indirizzare delle risorse: è un discorso a 360 gradi. Dobbiamo anche creare cultura, non solo agendo a livello di attenzione all’ambiente, ma anche su come agire in situazioni di pericolo”.

“Credo sia giusto che la singola amministrazione Comunale porti avanti delle politiche locali e di sviluppo sostenibile in termini energetici, ma anche di sviluppo industriale e del lavoro. Ma Energia e Difesa del suolo sono strategici e le decisioni e le linee guida devono essere in mano all’autorità centralizzate”, ha aggiunto Pierluigia Vecchia.

Maltempo: il Wwf chiede una sessione parlamentare su clima

Se il futuro sarà molto piovoso, qualcosa di concreto bisognerà farla. Ed è con questo obiettivo che il Wwf chiede al Parlamento “una sessione urgente e straordinaria sulle azioni messe in campo sull’adattamento ai cambiamenti climatici e sulla decarbonizzazione: e’ ormai evidente che il rapporto tra territorio, cambiamenti climatici ed economia senza carbonio non puo’ non essere centrale nell’agenda delle istituzioni”.

L’emergenza climatica “ci impone di agire subito, superando i rimpalli tra istituzioni locali, quelle regionali e quelle nazionali: e’ indispensabile un cambiamento di mentalità e una gigantesca opera di risanamento, riparazione, messa in sicurezza, riprogettazione. Occorre adeguare tutti gli insediamenti e le attività umane alla
nuova realtà, soprattutto occorre una gigantesca opera di prevenzione, con un radicale cambio di mentalità e assumendo l’importanza della funzionalità dei sistemi naturali e una accorta ed equa gestione delle risorse naturali (a cominciare dall’acqua) per garantirci la sicurezza e la vitalità del territorio e la disponibilità (equa) delle risorse”.

Attualmente “sono in corso due importanti consultazioni – ricorda l’associazione ambientalista – una sul piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico, l’altra sulla Strategia Energetica Nazionale. La redazione finale dei due documenti deve diventare una occasione di cambio di passo e di coinvolgimento in uno sforzo comune per decarbonizzare l’energia (e l’economia) e per essere resilienti al clima che sta già cambiando, più velocemente di quanto avessero previsto gli scienziati e
sicuramente molto, ma molto più velocemente di noi”.

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