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Tessera Pd Berlinguer

Quale Berlinguer ama Schlein?

Berlinguer? Bastava l’arcobaleno o la faccia della stessa Schlein. Se Berlinguer serviva a compiacere quanto ancora c’è di Pci nel Pd, occorreva fare i conti con chi nel Pd non era precedentemente comunista. L'intervento di Claudio Negro della Fondazione Anna Kuliscioff

Difficile interpretare gli intenti della Schlein nella decisione di riprodurre il primissimo piano (in realtà gli occhi) del compianto Enrico Berlinguer sulla tessera di adesione al Pd. Se escludiamo l’intento celebrativo del genetliaco (volendo si poteva commemorare il 100° della morte di Matteotti) non resta che prendere atto che la segreteria del Pd ha inteso mandare un segnale al popolo del Pd. Cosa normale, ma in questo caso lo è meno: quale segnale?

La tessera richiama il Berlinguer che sosteneva di sentirsi “più al sicuro sotto l’ombrello della Nato”? Potrebbe essere coerente con le posizioni di Schlein sulla guerra in Ucraina, ma allora andrebbe ribadito, per evitare fraintendimenti.

Perché c’è anche stato un Berlinguer che ha voluto tracciare un fosso rispetto alla sinistra riformista, obbligando la Cgil a rompere con gli altri sindacati sull’accordo di San Valentino del 1984 (e trascinandola in un referendum postumo perso malamente). C’è stato il Berlinguer intransigente sul caso Moro, che ha contribuito (per ragioni mai del tutto chiarite) a condannarlo a morte. C’è stato il Berlinguer del compromesso storico, che postulava l’accordo tra Dc e Pci intrinseco ad una mitica “terza via” che comunque escludesse le forze politiche riformiste, Psi in primo luogo. C’è stato il Berlinguer che durante la storica vertenza Fiat del 1980 reclamava la “trasmissione in diretta” del negoziato, chiarendo così quanta poca fiducia riponesse nei sindacati. Ma anche il Berlinguer capace di farsi carico di una situazione difficile del Paese, sostenendo ungGoverno di Unità Nazionale; salvo chiamarsi fuori quando la situazione si fece realmente drammatica (rapimento Moro). C’era il Berlinguer “austero” che come un frate domenicano condannava il consumismo e non voleva la Tv a colori. C’è stato infine il Berlinguer moralizzatore, che ha tracciato un solco tra il Pci da una parte e gli altri (corrotti, ladroni, etc.) e ha aperto la strada alla guerra contro la politica e alla mattanza giudiziaria che ha messo fine alla Prima Repubblica, senza che da cotanto moralismo il Paese abbia tratto il benchè minimo miglioramento.

Personaggio multitasking, Berlinguer, capace di dire che la Rivoluzione d’Ottobre aveva “esaurito la sua spinta propulsiva” ma non disposto a fare i conti, di conseguenza, su chi avesse ragione tra Gramsci e Turati, tra il leninismo e la socialdemocrazia, tanto da non prendere neppure in considerazione un’adesione all’Internazionale Socialista e da inventarsi, in sostituzione, un pirotecnico “eurocomunismo”, ripiego estetico e inconsistente, di cui ormai a stento si serba memoria ma che trascina ancora oggi gli strascichi culturali e ideologici di un nodo che Berlinguer avrebbe potuto sciogliere 40 anni fa, immettendo il Pci a pieno titolo nel movimento socialista riformista, peraltro allora largamente egemone in Europa: preferì tenersi stretti i vecchi compagni che “non capirebbero” e, anzi, far la guerra al Psi e a Craxi in nome di una vagheggiata terza via, non tra capitalismo e socialismo ma addirittura tra leninismo e socialdemocrazia: un obiettivo mai neppure intravisto perché inesistente in natura.

Ma torniamo da capo: cosa significa il buon Enrico sulla tessera del Pd? A quale delle sfaccettature prima raccontate corrisponde? A tutte quante, risponderebbe uno scafato dirigente del Pci (razza praticamente estinta) convinto dell’esigenza che il Partito parli a culture e sensibilità diverse e le sappia rappresentare, fatta salva, of course, l’egemonia culturale.

Ma forse la compagna Schlein non è così scafata e calcolatrice, per cui mi viene il sospetto che, in tutta sincerità, il Berlinguer che Elly intende additare ad esempio sia quello dell’ultima manifestazione sopra evocata: quello che persegue con nobiltà e dedizione un fine fantastico, mai riscontrato in natura, ma che soddisfa la molteplicità di pulsioni ideali, di esigenze morali, di diritti individuali che il “popolo del Pd” esprimerebbe. Un obiettivo talmente universalmente desiderabile da poter essere declinato a piacimento senza fare particolari conti con la realtà.

Non so quanto lei descriverebbe in questo modo il percorso che ha in mente, ma al di là della terminologia, questo è quel che le sue scelte lasciano constatare. Il baricentro dell’azione politica del Pd è ormai sui diritti individuali e civili, su un antifascismo un po’ da operetta, su una politica internazionale che tace un po’ troppo, sul feudalesimo della Rai, su uno stucchevole spettacolo di picche e ripicche con il Governo per questioni dalle dimensioni della unità di Planck, dimenticate appena esaurita la vis polemica. I problemi della politica economica, industriale e del lavoro stanno sfocati sullo sfondo, a volte profeticamente evocati ma in concreto delegati alla Cgil le cui iniziative il Pd sempre automaticamente condivide senza neppure la finzione di un dibattito.

Ma per tanto così non era necessario scomodare Berlinguer: bastava l’arcobaleno o la faccia della stessa Schlein. Se Berlinguer serviva a compiacere quanto ancora c’è di Pci nel Partito Democratico (che non a caso ha recuperato le vestigia di Bersani e D’Alema) occorreva fare i conti con chi nel Pd non era precedentemente comunista: lo stesso Berlinguer, da inventore del Compromesso Storico, non ne sarebbe stato felice…

D’altra parte “oportet ut scandalia eveniant”: i prossimi mesi ci diranno se Elly è riuscita a Schleinizzare il Pd o se il Partito avrà triturato lei.

E come da sempre in Italia, i riformisti osserveranno dalle gradinate…

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