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Perché non servono trucchi contabili con la Cdp sul debito pubblico

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L’analisi dell’editorialista Angelo De Mattia


Ritorna nelle cronache il progetto Capricorn della Cassa Depositi e Prestiti, che inizialmente veniva informalmente smentito e che, invece, ora sembrerebbe avere ripreso consistenza, nell’ambito delle iniziative per la riduzione del debito pubblico, attuandosi tale disegno con il conferimento alla Cdp delle partecipazioni detenute direttamente dal Tesoro, con il fine di destinare il tantundem al taglio del debito. A questo punto, è innanzitutto necessario capire, una buona volta, se si tratti di una mera operazione di ingegneria finanziaria – che fa seguito a un andirivieni delle partecipazioni del Tesoro che cambiano proprietà a seconda del momento, ma sempre con lo sguardo fisso ai conti pubblici – oppure di una iniziativa riconducibile a un sia pure iniziale progetto di politica industriale. Prioritario non può non essere, in ogni caso, il pieno accordo delle Fondazioni, che hanno nella Cassa una partecipazione del 18% circa: di minoranza, dunque, ma cruciale ai fini del mantenimento dell’istituto fuori dal perimetro del debito pubblico, per di più assunta a suo tempo in un momento in cui la Cdp aveva assoluto bisogno di un tale apporto.

Naturalmente, se lo scopo della progettata operazione – qualora confermata – fosse quello di conseguire entrambi i risultati (nei confronti del debito e di un disegno di politica industriale), allora occorrerà che l’opinione pubblica e, prima ancora, il Parlamento (innanzitutto la Commissione di controllo sulla Cdp), ne siano informati, anche per una doverosa esigenza di accountability da parte del Tesoro.

È chiaro che, vista con riguardo al debito, l’operazione realizzerebbe solo una minima parte di quel che è necessario. Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nel recentissimo congresso Assiom-Forex di Verona ha prospettato una complessa strategia organica per affrontare il problema del debito che non può essere elusa. Tra l’altro, Visco ha sottolineato che iniziative nazionali, finanziate ad esempio con programmi di privatizzazione (nel caso di specie, per la verità, si tratta di una finta privatizzazione), possono incontrare limiti operativi e quantitativi. Con queste linee programmatiche bisognerà fare i conti. In ogni caso, fugando la ritornante preoccupazione che la Cassa si trasformi in un nuovo Iri – e all’uopo un forte presidio, voluto a suo tempo dalle Fondazioni, è la norma dell’ordinamento dell’Istituto che gli fa divieto di intervenire in imprese in difficoltà –

occorre valutare la coerenza del profilo della stessa Cassa e della sua natura, essendo essa definita come intermediario non bancario, con i nuovi compiti che si prospetterebbero. In passato la Corte dei Conti ha avanzato alcuni dubbi già con riferimento alla situazione attuale. Una Cassa che agisse da vera e propria banca – come altre volte si è prospettato su queste colonne – dovrebbe anche formalmente essere riconosciuta come tale, con tutte le conseguenze che ne scaturirebbero.

Sin d’ora, per una eventuale operazione del tipo Capricorn, occorre valutare l’adeguatezza del patrimonio dell’istituto. D’altro canto, un progetto serio e organico di politica industriale deve avere la disponibilità di una pluralità di strumenti anche normativi, sia pure in una logica di mercato, che certamente non possono limitarsi al ruolo della Cdp. Insomma, Capricorn, perché non sia solo un mero segno zodiacale, ha bisogno di non pochi chiarimenti e di fare i conti con limiti normativi e complesse operazioni di riforma, da non sottovalutare affatto.

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