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Tim, ecco che cosa farà il fondo Elliott per affondare Vivendi

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Affondo del fondo americano Elliott per un ribaltone nella governance di Tim, l’ex Telecom Italia. Obiettivo del fondo di Paul Singer? Superare il controllo dei francesi di Vivendi, puntare su una public company, eccitare il titolo Tim che da tempo è fiacco in Borsa, promettere dividendi e scorporare davvero la rete fissa, fonderla con Open Fiber e quotarla a Piazza Affari: un modello Terna che vuole sedurre, di fatto, anche la politica. Ecco le ultime mosse del fondo Elliott che oggi ha ufficializzato le mire sul consiglio di amministrazione dell’ex Telecom Italia con i nomi, tutti italiani, da contrapporre ai francesi di Vivendi ora alla testa dell’ex Telecom.

LA LISTA IN VISTA DEL 24 APRILE

Elliott ha chiesto a Tim di inserire nell’ordine del giorno dg dell’assemblea del 24 aprile la nomina di sei amministratori. Ecco chi sono: l’ex capo azienda di Enel, Fulvio Conti, Massimo Ferrari (cfo del gruppo Salini-Impregilo), Paola Giannotti De Ponti (bocconiana, ex Ansaldo Sts, oggi nel cda di Terna), l’ex direttore della Rai e attuale commissario Alitalia, Luigi Gubitosi, il docente di Harvard Dante Roscini e Rocco Sabelli, già ai vertici di Alitalia, Telecom e Piaggio. Tutti, secondo le intenzioni del fondo Usa, andranno a sostituire quelli che sarebbero revocati in base alla richiesta del fondo stesso.

LA MOSSA PER LA REVOCA

Infatti Tim ha ricevuto dai soci Elliott International, Elliott Associates e The Liverpool Limited Partnership (la stessa alleanza che ha agito su Ansaldo Energia) richiesta di integrazione dell’ordine del giorno dell’assemblea con la richiesta della revoca di sei amministratori: Arnaud Roy de Puyfontaine, Hervé Philippe, Frédéric Crépin, Giuseppe Recchi, Felicité Herzog e Anna Jones. Tim convocherà un cda nei prossimi giorni, si legge in una nota. Dunque Elliott ha chiesto la revoca di tutti quegli amministratori che fanno riferimento a Vivendi (Philippe è il cfo di Vivendi e Crepin il capo legale) ma anche di Felicité Herzog e Anna Jones tecnicamente qualificate come indipendenti anche se elette nella lista dell’azionista di maggioranza.

QUESTIONE GENISH

Nella lista non compare l’attuale amministratore delegato di Tim, Amos Genish, nominato di recente da Vivendi al posto di Flavio Cattaneo. Assenza significativa? Si vedrà quando in assemblea saranno chiamati a votare la nomina dell’amministratore delegato, primo punto all’ordine del giorno. La situazione è considerata interlocutoria – come sottolineano fonti vicine al fondo citate dall’Ansa – perché “l’azione di Elliott è finalizzata a cambiare il sistema e non contro i singoli manager”. Il fondo però potrebbe votare contro e proporre un candidato alternativo: secondo indiscrezioni il nome potrebbe essere quello di Paolo Dal Pino (ex Wind) che ha aiutato il fondo nell’analisi del business. Le novità potrebbero non essere finite; infatti Elliott nella lettera inviata a Tim si “riserva di formulare ulteriori richieste di integrazione dell’ordine del giorno o proposte di delibera”.

LE PROSSIME TAPPE

Elliott ha accompagnato la sua richiesta di integrazione dell’ordine del giorno dell’assemblea di Tim del prossimo 24 aprile con quattro certificati di deposito di azioni, emessi da Citibank, che attestano la disponibilità di poco più di 385 milioni di azioni ordinarie, pari al 2,53% del capitale. E’ quanto emerge dai documenti che accompagnano la lettera, datata 14 marzo, inviata da Elliott per richiedere la revoca di sei consiglieri di Tim. La quota in mano al fondo potrebbe però essere più consistente, in quanto Elliott potrebbe essersi limitato a dare visibilità alla quota di capitale minima, il 2,5%, necessaria per chiedere l’integrazione dell’ordine del giorno.

LE 4 RICHIESTE

Ma il fondo americano non vuole soltanto cambiare la governance di Tim. Ha infatti altre tre richieste, presentate all’ad Amos Genish nell’incontro durante il road show: il pagamento del dividendo già da quest’anno, la conversione delle azioni di risparmio e il deconsolidamento della rete. Per quanto riguarda la conversione delle risparmio va portata al voto in assemblea (e questa potrebbe essere una delle integrazioni all’ordine del giorno che Elliott sta valutando di aggiungere, avendo tempo fino a martedì prossimo).

DOSSIER RETE

Ma è sulla rete che il fondo di Singer punta per convincere istituzioni e politica a non considerare le sue mosse come meramente finanziarie, ovvero aggressive e ben poco industriali. Per questo ha coinvolto manager e professionisti italiani di esperienza. “Vivendi è entrata in Italia in un modo brutale. Ma quando ti inserisci in un’attività molto regolamentata e sensibile come quella delle telecomunicazioni, devi mostrare di saperci fare. Vivendi ora è molto isolata. Nessuno difende Vivendi, non ha più alleati”, ha commentato oggi con Afp l’economista Carlo Alberto Carnevale Maffé. Elliott ha fatto sapere di voler splittare la rete di Tim per fonderla con quella di Open Fiber, la società controllata da Enel e Cassa depositi e prestiti per realizzare la banda larga. Un modello Terna per la futura Netco, dunque, secondo i piani di Elliott (qui l’approfondimento di Start Magazine con indiscrezioni). Ma vediamo le prime reazioni dei diretti interessati.

COSA DICONO M5S E LEGA

In casa del centrodestra gli sbuffi verso l’ingresso di Vivendi in Tim non sono mancati negli ultimi tempi, non sono per la vicenda che contrappone Mediaset a Vivendi nella partita legale su Mediaset Premium. Il maggior partito del centrodestra, ossia la Lega di Matteo Salvini, da tempo si batte per la funzione pubblica da rete di Tim, oltre ai cavi sottomarini della controllata Telecom Sparkle, e dunque lo scenario di una società unitaria della rete con un ruolo per la Cdp (modello Terna) è gradito in casa della Lega, come già sottolineato da Start Magazine in questo articolo dei giorni scorsi. La prospettiva che si evince dai piani del fondo Elliott combacia per molti aspetti anche con i programmi del Movimento 5 stelle, se si legge il manifesto elettorale del partito ora guidato da Luigi Di Maio: “Il Movimento 5 Stelle s’impegna affinché l’infrastruttura di rete e la relativa gestione siano a maggioranza pubblica​“, è scritto nel capitolo sulle Telecomunicazioni del programma M5S: “Vogliamo creare le condizioni – scrivono i Pentastellati – per unire le porzioni di rete attualmente detenute dai principali soggetti operanti nella realizzazione, gestione e manutenzione della rete in fibra ottica in un’unica infrastruttura”. Come? “Attraverso l’unione tra la OpEn Fiber pubblica e la principale infrastruttura di rete del nostro Paese”. Il Movimento 5 Stelle punta sul “superamento della rete in rame (100 Mbps simmetrici) e verso la costituzione di un soggetto che fa la rete ma non offre i servizi (non verticalmente integrato)”.

LA PAROLA AGLI ANALISTI

La rete secondo gli analisti ha potenzialità inespresse dal punto di vista finanziario (anche se finora chi ha avuto il controllo di Tim ha sostenuto che l’asset di fatto garantiva la sostenibilità del debito per certi versi). L’ufficio studi di Mediobanca ha teorizzato una case history, raffrontandola con i dati di Openreach, la business unit di Bt Group. Nell’esercizio 2016/17 Openreach ha sviluppato un fatturato di 5.954 milioni (di cui 3.546 milioni internamente) con un rapporto tra ebitda e ricavi netti del 51,5%, il valore più elevato tra le business unit di Bt. Questo lascia ipotizzare che la Netcom di Tim (fonte Mediobanca Securities) potrebbe avere un fatturato di 3.500 milioni, un mol di 1.800 milioni e un rapporto mol/fatturato al 52% (con 20mila dipendenti e 127 milioni di km di cavi e fibra)o ne discusso ne approvato dal cda”.

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