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Tim, tutti i dettagli sulla guerra fra Elliott e Vivendi (e cosa pensano Lega e M5s della rete)

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Il fondo americano Elliott prepara piani e uomini in vista dell’assemblea di Tim. I francesi di Vivendi studiano contromosse per sventare l’arrembaggio del fondo di Singer. Mentre sia i concorrenti di Tim sia i partiti vincitori delle elezioni politiche del 4 marzo prendono posizione sul progetto del fondo Elliott per una rete unica Tim-Open Fiber con Cdp (modello Terna). Con una non troppo a sorpresa convergenza M5S-Lega sul tema. Ma andiamo con ordine.

APPUNTAMENTO AL 24 APRILE

La data clou è il 24 aprile, giorno in cui si riuniranno i soci di Tim per approvare il bilancio e rinnovare il collegio sindacale. La settimana prossima il fondo Elliott – che vuole sfidare i francesi di Vivendi su governance e strategie – comincerà a illustrare davvero piano e squadra. Di sicuro chiederà l’integrazione dell’ordine del giorno per la revoca di alcuni amministratori: da cinque a sette, non di più perché altrimenti decadrebbe l’intero consiglio di amministrazione dell’ex Telecom Italia.

MOSSE E OBIETTIVI DI ELLIOTT

Non solo una vaga richiesta di trasparenza nella governance: Elliot avrebbe posto all’ad di Tim, Amos Genish, quattro precise azioni da mettere in campo. Primo: governance concordata con un board solo di amministratori indipendenti e italiani. Secondo: la scissione proporzionale della rete con l’assegnazione delle azioni della NetCo ai soci attuali. Terzo: la conversione delle azioni di risparmio in ordinarie. Quarto: il pagamento del dividendo per le ordinarie.

LA CONTROMOSSA DI VIVENDI

Ma gli uomini di Vincent Bolloré, perno della francese Vivendi, non stanno con le mani in mano. Il Messaggero due giorni fa ha svelato che gli avvocati Claudio Tesauro dello Studio BonelliErede e Filippo Modulo dello Studio Chiomenti “starebbero studiando insieme al ceo di Vivendi nonché presidente di Tim, Arnaud de Puyfontaine, la possibilità di far dimettere otto consiglieri (de Puyfontaine stesso, Genish, Philippe, Crepin, Herzog, Antonini, Moretti, Jones) su 15 per far quindi decadere l’intero cda dell’ex incumbent”. La mossa avrebbe un duplice effetto: da un lato spiazzerebbe Elliott, la cui mozione per rimuovere i consiglieri esecutivi espressi da Vivendi decadrebbe, dall’altro consentirebbe di prendere tempo e dividere le minoranze. Nello scenario in cui al rinnovo del cda vincesse Elliott, “Vivendi – secondo Rosario Dimito del Messaggero – “potrebbe schierare nelle minoranze i suoi vertici, creando non pochi problemi all’eventuale nuovo management: qualora invece Vivendi prevalesse, a quel punto gli scranni riservati alle minoranze sarebbero divisi fra Elliott e Assogestioni. Probabilmente, è uno dei ragionamenti, due avversari separati hanno minore forza di uno compatto”.

LE CONTROINDICAZIONI

Fonti vicine al dossier spiegano che far decadere l’intero board di Tim “paradossalmente – fa notare il Corriere della Sera – potrebbe anche giocare a favore del fondo Usa, che avrebbe un elemento in più per sottolineare il conflitto di Vivendi e i limiti di una governance che i francesi userebbero per tutelare esclusivamente i propri interessi”.

GLI UOMINI DI ELLIOTT

Per questo gli americani sono ottimisti. «Crediamo che governance, valutazione del titolo, direttive strategiche e relazioni con le Autorità italiane possano essere migliorate rimpiazzando alcuni consiglieri con nuovi amministratori completamente indipendenti e altamente qualificati», ha dichiarato martedì scorso il fondo attivista di Paul Singer, che potrebbe, ma non è certo, dare visibilità alla lista per il board già la prossima settimana. A oggi i nomi certi sono due, secondo il Sole 24 Ore: Paolo Dal Pino, che in questi mesi ha lavorato con il fondo per “studiare il caso”, e Fulvio Conti, che ha dato disponibilità a essere candidato. Entrambi hanno un trascorso nel gruppo Telecom. L’ex ad di Enel era stato dal ’98 al ’99 direttore generale e cfo di Telecom Italia, ai tempi del “nocciolino duro”. Dal Pino aveva raggiunto il gruppo nel 2001, a cavallo del passaggio da Hopa-Colaninno a Olimpia-Tronchetti per gestire il riassetto di Seat e, quindi, per occuparsi del Brasile.

QUESTIONE RETE

E’ in particolare su un aspetto dei piano di Elliott che iniziano ad appuntarsi le attenzioni delle società del settore e della politica. Indiscrezioni non smentite dal fondo americano accreditano l’ipotesi che il fondo di Singer voglia splittare la rete di Tim per fonderla con quella di Open Fiber, la società controllata da Enel e Cassa depositi e prestiti per realizzare la banda larga. Un modello Terna per la futura Netco, secondo i piani di Elliott (qui l’approfondimento di Start Magazine con indiscrezioni). Ma vediamo le prime reazioni dei diretti interessati.

LO POSIZIONE DI OPEN FIBER

Il neo amministratore delegato di Open Fiber, Elisabetta Ripa, che ha preso il posto di Tommaso Pompei, ha detto: “Questa faccenda della società unica della rete non ci appassiona. Noi abbiamo un mandato e lo stiamo portando aventi con determinazione”. “Anche perché – ha aggiunto Ripa in un’intervista ad Affari&Finanza di Repubblica – al Paese l’infrastruttura in fibra e la banda ultra larga servono già oggi e serviranno ancora di più domani e OpenFiber è l’unica società che sta davvero posando”.

IL COMMENTO DI FASTWEB

Attendista ma senza troppi entusiasmi è la posizione di Fastweb sul dossier rete unica Tim-OF: “Per ora siamo solo agli annunci, attendiamo i dettagli. Possiamo però dire che qualunque operazione che porta più semplificazione e trasparenza va nella direzione giusta”, ha detto l’amministratore delegato di Fastweb, Alberto Calcagno, parlando della decisione di Tim di scorporare la rete.  “E’ fondamentale che la concorrenza non ci rimetta, che non ci siano atteggiamenti discriminatori, che l’ambiente regolatorio venga mantenuto a favore della competizione”, ha spiegato il manager in un’intervista alla Stampa, specificando che se Tim “diventerà un vero operatore di soli servizi, quello che in gergo si chiama Olo, non dovrà godere di favori regolatori”. Alla domanda se non sarebbe meglio cogliere l’occasione per creare un’unica società di rete, il manager ha rilevato come “potrebbe essere utile avere un co-investimento nelle aree a fallimento di mercato, dove è necessario garantire la sostenibilità dell’impegno finanziario. In tutti i grandi paesi lo sviluppo della banda ultra larga si basa sulla competizione infrastrutturale. Credo che ciò debba valere anche per l’Italia”.

IL FORCING M5S E LEGA

In casa centrodestra gli sbuffi verso l’ingresso di Vivendi in Tim non sono mancati negli ultimi tempi, non sono per la vicenda che contrappone Mediaset a Vivendi nella partita legale su Mediaset Premium. Il maggior partito del centrodestra, ossia la Lega di Matteo Salvini, da tempo si batte per la funzione pubblica da rete di Tim, oltre ai cavi sottomarini della controllata Telecom Sparkle, e dunque lo scenario di una società unitaria della rete con un ruolo per la Cdp (modello Terna) è gradito in casa della Lega. La prospettiva che si evince dai piani del fondo Elliott combacia per molti aspetti anche con i programmi del Movimento 5 stelle, se si legge il manifesto elettorale del partito ora guidato da Luigi Di Maio: “Il Movimento 5 Stelle s’impegna affinché l’infrastruttura di rete e la relativa gestione siano a maggioranza pubblica​“, è scritto nel capitolo sulle Telecomunicazioni del programma M5S: “Vogliamo creare le condizioni – scrivono i Pentastellati – per unire le porzioni di rete attualmente detenute dai principali soggetti operanti nella realizzazione, gestione e manutenzione della rete in fibra ottica in un’unica infrastruttura”. Come? “Attraverso l’unione tra la OpEn Fiber pubblica e la principale infrastruttura di rete del nostro Paese”. Il Movimento 5 Stelle punta sul “superamento della rete in rame (100 Mbps simmetrici) e verso la costituzione di un soggetto che fa la rete ma non offre i servizi (non verticalmente integrato)”.

TUTTI I DETTAGLI SUL MODELLO TERNA STUDIATO DA ELLIOTT PER LA RETE TIM

CHI SONO GLI UOMINI IN ITALIA CHE SOSTENGONO IL FONDO USA ELLIOTT CONTRO VIVENDI

 

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