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Pagamenti elettronici, il sogno di una società senza contante

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I pagamenti elettronici piacciono ancora troppo poco agli italiani. E pensare che rinunciare al contante e sposare la cashless-rule farebbe risparmiare 10 miliardi

 

Cashless society, chi era costei? Una domanda non banale se si parla di un Paese come l’Italia, dove permane il massiccio utilizzo del contante, nonostante la rivoluzione planetaria del Fintech (qui gli approfondimenti di Start Magazine) sia ormai cominciata da un pezzo. Il paradosso vuole che in un Paese da 200 startup attive nelle soluzioni per accantonare la finanza tradizionale, la banconota la fa ancora da padrone. Questa almeno la fotografia emersa dall’ultimo report di The European House – Ambrosetti, l’ente promotore dell’omonima kermesse finanziaria a Cernobbio e che da un paio di anni fa il punto della situazione sui pagamenti digitali nel mondo attraverso l’Osservatorio Cashless Socieity, di cui Start Magazine ha potuto consultare i risultati dell’edizione 2016/2017, che verrà presentata ad aprile.

Pagamenti elettronici: cashless society, sogno o realtà?

Un po’ di numeri per capire se l’Italia è destinata a rimanere la Cenerentola dei pagamenti elettronici. Tanto per cominciare oggi il contante in circolazione vale l’11,2% del Pil nazionale, più o meno 190 miliardi, grazie a una crescita dell’uso di banconote del 6,9% negli ultimi due anni. Questo, scrivono gli esperti del The European House – Ambrosetti, fa del Paese un’economia cash-based. In altre parole, la strada verso una società senza contante, come la Svezia, appare decisamente in salita. Tra costi diretti legati alla gestione del cash in circolo e costi collaterali, come quelli legati all’evasione o al mancato supporto alla trasformazione digitale, il contante rappresenta una vera piaga per un Paese che già di suo non brilla per innovazione 2.0. Ora la domanda è, ma qual’è il prezzo dell’arretratezza?

Il costo (miliardario) del contante

Il conto è presto fatto, dallo stesso The European House – Ambrosetti: 10 miliardi di euro, praticamente la metà di una manovra finanziaria d’autunno. Il 48% a carico delle banche, il 39% dei commercianti e un 13% sui cittadini. D’altronde, più cash vuole dire anche più spesa di gestione: monete e banconote hanno infatti costi diretti rilevanti, pari a circa 10 miliardi l’anno, “a cui si aggiungono quelli occulti della mancata modernizzazione del Paese”, scrivono gli esperti nel report.

pagamenti digitali“Se l’Italia, riducendo il cash, si allineasse alla media UE a 28 Paesi come incidenza dei costi del contante sul Pil si potrebbero liberare fino a un miliardo e mezzo l’anno”. E pensare che in tutta l’Unione europea, il contante costa più o meno 60 miliardi. La sola Italia copre dunque un sesto dell’intera spesa derivante dal ricorso al contante. Un tale costo da banconota si ravvisa solo in Paesi come Messico, India, Cina, Polonia e Slovacchia.

Il confronto europeo

Il raffronto con gli altri Paesi è ovviamente impietoso. Nell’Eurozona il contante pesa mediamente il 9,7% sul Pil, il 9,6% in Francia, il 3,5% in Canada e nel Regno Unito. Questo, dicono dall’Ambrosetti, fa dell’Italia la seconda economia peggiore in Europa, dopo la Repubblica Ceca, per ricorso alla banconota e la 25esima al mondo. E pensare che, secondo alcuni dati della Banca d’Italia, il cash, calcolando la somma dei costi sostenuti dai singoli operatori al netto dei flussi intermedi fra gli operatori, costa il 2% in rapporto al valore medio per operazione, contro l’1,95% delle carte di credito e l’1,07% di quelle di debito. Ma nonostante gli elevati costi di gestione del contante, la carta moneta è ancora utilizzata nella maggior parte delle transazioni.

I campioni della cashless socieity

pagamenti digitaliMa chi sono gli alfieri della cashless society? A quanto pare i Paesi del Nord Europa, ovvero Danimarca, Svezia e Finlandia. In questi Paesi il numero delle transazioni con carte di credito sfiora le 300 operazioni pro-capite, contro una media europea di 103. Ben al di sopra di tale media sono Paesi come Olanda, Regno Unito, Estonia e Lussemburgo, Francia e Belgio. Basti pensare che in Svezia dal 2010 al 2014 i pagamenti cash sono scesi dal 37 al 23% del totale. Dalla Sveriges Riksbank spiegano come “accettare pagamenti cash comporta dei costi di back-office, deposito e altri che spesso i retailer sottovalutano o non valutano affatto”. Sul processo di transizione cashless incide “profondamente il comportamento di merchant e consumatori” mentre nessun effetto arriva dalle criptovalute come i bitcoin, che “quantitativamente sono così poco diffusi da non aver quasi alcun impatto”. C’è poi un particolare curioso.

Pagamenti elettronici: il caso tedesco

Tra le pieghe del report di The European House – Ambrosetti emerge poi una curiosità. E cioè che la Germania, Paese che ad oggi non prevede un limite al contante, vanta un maggior numero di transazioni cashless rispetto all’Italia, che invece il limite ce l’ha eccome (3000 euro). Un particolare che forse può rinfocolare la teoria della differenza culturale tra Paesi: non è tanto questione di leggi, ma forse di approccio culturale al cambiamento.

Così il Fintech avanza

Il Fintech è comunque una realtà, comunque la si voglia vedere. Gli stessi esperti del The European House – Ambrosetti, parlano nel loro Cashless Index Society di “leggero miglioramento dell’Italia” nella classifica mondiale dei pagamenti elettronici. Nel mondo comunque, la rivoluzione digitale avanza. Il prestito peer to peer, i mobile payment, i Bitcoin, la blockchain e il crowdfunding si fanno spazio nella giungla finanziaria, conquistando l’attenzione di startup, Banche e istituzioni. Mentre in Cina il settore è attivo e vivace, in Italia il Fintech cresce, ma a piccoli passi. Il sistema del Bel Paese non è pronto alla rivoluzione della tecnologia. È questo, in breve, quanto dimostrato dal rapporto dell’Osservatorio Digital Finance della School of Management del Politecnico di Milano presentato al convegno “Digital rethinking nel banking e finance”.

fintechSecondo la ricerca, negli ultimi 6 anni sono nate (a livello internazionale) più di 750 nuove aziende Fintech, che hanno raccolto ben 26,5 miliardi di dollari di finanziamenti. Il 96% delle startup Fintech si rivolge direttamente al consumatore o a un’azienda non finanziaria, ma è alta la percentuale di quelle che sono pronte a collaborare anche con le Banche e gli altri attori tradizionali del settore. Tante quelle che “non riusciranno a disintermediare il mondo finanziario tradizionale, ne diventeranno un partner utile per i loro obiettivi”, spiegano gli esperti.

Tra le startup, ben il 58% di esse si propone di rivoluzionare i servizi di Banking, il 21% quella degli Investment Services e il 17% delle nuove aziende si occupa di “altri servizi” di finanza tecnologica. Se è vero che il settore Banking è quello più popoloso, è anche vero che è quello che raccoglie i maggiori finanziamenti, ovvero il 72% del totale

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