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Fintech: che fine faranno le filiali delle Banche

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Roberto Ferrari, dg della prima digital bank in Italia: “Sul Fintech è mancata la visione, per questo siamo in ritardo. Gli sportelli? Non spariranno, cambieranno pelle”

Il Fintech in Italia avanza, seppur tra mille ostacoli. E così le banche si fanno sempre più digital, anche se non tutto il credito tradizionale verrà messo definitivamente in naftalina. Roberto Ferrari, direttore generale di CheBanca!, la banca multicanale del gruppo Mediobanca, basata su filiali leggere e prestazioni ad alto tasso digitale, e anche membro dell’advisory board di Deus Technology,  non ha paura di fare previsioni e in questo colloquio con Startmag, spiega dove sta andando il mondo del credito, alle prese con la rivoluzione del Fintech, fenomeno planetario non sempre compreso fino in fondo dai Paesi industrializzati. Come l’Italia.

Obiettivi centrati

fintechDa quel 2000, anno della famosa bolla di internet, di acqua sotto i ponti ne è passata tanta. E anche la banca guidata da Ferrari, insieme all’ad Gianluca Sichel, di strada ne ha fatta. “Sarebbe sbagliato dire che all’inizio è stata facile. Perché l’Italia continua a mantenere i suoi punti di arretratezza”, spiega Ferrari. “Però oggi possiamo dire di aver raggiunto tutti i nostri principali obiettivi, soprattutto di raccolta. Direi che siamo stati bravi”. L’acquisizione del ramo italiano di Barclays ha portato in dote 220 mila clienti sugli 800 mila di CheBanca, permettendo alla società di chiudere il semestre (31 dicembre) in crescita con un utile netto di 29,1 milioni (dai 5,8 milioni del precedente esercizio), ricavi pari a 131,7 milioni (+36,9%), una raccolta retail a 13,8 miliardi (da 10,7) e una indiretta di 6,9 miliardi (da 3,9), oltre a impieghi per 7,4 miliardi (da 5,1). “Direi che siamo stati bravi”, sentenzia Ferrari.

L’Italia ha sottovalutato il Fintech

Essere però i pionieri del digitale può non bastare se si opera in un Paese talvolta allergico a certe forme di innovazione. Per Ferrari il problema si chiama scarsa “comprensione del fenomeno: questo Paese più volte è mancato della giusta visione del fenomeno in atto. Direi che c’è stata una sottovalutazione complessiva, che ha portato a non leggere bene quanto stava accadendo, con una penetrazione del Fintech, rimasta un po’ indietro. Questo ha creato un inevitabile gap con molti altri Paesi, molto più avanzati rispetto a noi. Basta guardare ai Paesi scandinavi”, spiega il manager. Che però non nasconde l’ottimismo sul futuro. “E’ in atto un miglioramento, progressivamente, seppur lentamente, questo gap si va riducendo”.

Il problema demografico

Ferrari poi indica un altro problema alla base dei ritardi italiani in materia di innovazione. “C’è anche un problema demografico. Questo Paese sta invecchiando più velocemente degli altri, inoltre c’è una scarsità di nascite. Ciò ha finito col creare una specie di zoccolo duro, di persone poco inclini all’online. E questo può indubbiamente rappresentare un freno”.

Le filiali? Non spariranno

fintechUna cosa è però certa. Più o meno veloce che sia, il digital banking finirà col cambiare profondamente il mondo bancario. Ma forse va fatta una precisazione, anzi un chiarimento. A dispetto della vulgata digitale, il concetto di filiale bancaria non sparirà dal vocabolario. “Gli sportelli”, afferma Ferrari, “continueranno a esistere, ma sotto un’altra veste. E’ vero che oggi bonifici, giroconti e pagamenti possono fare esclusivamente online. Ma per la consulenza finanziaria, per esempio, sui mutui e prestiti, serve ancora il front office. Alla fine, ci sarà una drastica riduzione delle filiali, anche nel breve termine, ma non spariranno del tutto. Ma quelle che resteranno, cambieranno modo di operare. Più veloci, sicuramente”. D’altronde “sulla consulenza e sui mutui è ancora importante avere un rapporto diretto. Occorre quindi seguire la clientela in modalità multicanale, anche potenziando il canale dei consulenti”.

Meglio legiferare o spiegare?

Ferrai affronta che l’altro tema scottante, quello della presunta mancanza di regole. Lo scorso novembre Bankitalia ha varato le prime disposizioni in materia di prestiti peer-to-peer, ma a livello parlamentare manca ancora una legge specifica sulla finanza tecnologica. Ammesso che serva. Ferrari qualche dubbio lo ha. “Questo è un Paese dove di regole ce ne sono fin troppe. Non credo che, almeno per ora, il Fintech abbia bisogno di regole. Semmai necessità di una buona comprensione. Credo che tale fenomeno, per essere pienamente sviluppato e sfruttato debba essere innanzitutto spiegato. E per questo si potrebbe pensare di creare appositi sportelli, dove far capire a chiunque tali potenzialità”. Il manager non ha dubbi: “prima delle regole occorre far capire alla gente che cosa sta succedendo. Poi si può parlare di regole”.

Nasce ill robot advisory

fintechAncora una CheBanca ha voluto bruciare tutti in partenza, diventando la prima banca europea a lanciare un servizio di robot advisor. Si chiama Yellow Advice, e si ispira alle best practices americane e britanniche e introduce numerose novità rispetto all’offerta esistente sul mercato.

Yellow Advice, in particolare sarà un robot advisor sia B2B sia B2C e cioè un robot advisor non solo a servizio del consulente bancario, ma aperto anche alla clientela retail, con soglie di investimento accessibili (a partire da 20.000 euro), grazie anche a strumenti avanzati per la consulenza da remoto e a una piattaforma aperta con strumenti di educazione finanziaria e la possibilità di svolgere simulazioni e quiz. Il cliente, infatti, ha la possibilità di gestire il suo portafoglio in modalità self, in totale autonomia dall’area clienti senza l’aiuto di un operatore, o in modalità help, con il supporto di un esperto via telefono o via web o in filiale. “E’ la nostra punta di diamante, abbiamo voluto dare un’altra accelerazione in tema di innovazione, perché abbiamo visto che c’era domanda. Ad oggi oltre il 35% dei nostri clienti infatti accede al mondo del risparmio gestito esclusivamente online, segno che, con gli strumenti giusti il cliente può imparare a gestire autonomamente anche i prodotti di investimento più articolati. Un dato più che promettente se consideriamo che il bacino di crescita è ancora ampio e inesperto”.

Digital banking, a che punto siamo?

Entro il 2021, quasi 3 miliardi di utenti potranno accedere ai servizi bancari al dettaglio tramite smartphone, tablet, PC e smartwatches, con una crescita del 53% rispetto al 2017. Lo dice un rapporto della Juniper Research dal titolo “Retail Banking: trasformazione digitale & Disruptor Opportunities 2017-2021”. Il digital banking piace, ai consumatori e sarà sempre più utilizzato: gli utenti scelgono le Banche che offrono servizi digitali, scelgono la comodità, i tempi rapidi, il multicanale. E questo significa solo che gli istituti finanziari saranno costretti ad adeguarsi, concentrando i loro sforzi sul digitale e sul fintech, se vogliono essere leader di mercato.

FintechDunque, se fino ad oggi, secondo il rapporto Juniper, le Banche tradizionali sono riuscite a mantenere una posizione dominante rispetto alle iniziative e agli attori Fintech, ora tutto sta gradualmente cambiando. E nel 2017 le grandi banche proveranno ad investire nel digitale, acquistando le startup e le aziende che operano nel campo della finanza tecnologica. Di questa tendenza alla digitalizzazione potrebbe beneficiarne anche la Blockchain, una tecnologia nata con i Bitcoin e destinata a modificare profondamente il sistema economico, rivoluzionando alla base i concetti di transazione, proprietà e fiducia. “La tecnologia è attualmente il grande elemento di differenziazione per tutti i tipi di banche; comprese le banche tradizionali e le cosiddette banche sfidanti. Gli investimenti in digital banking hanno raggiunto livelli record nel 2016 e le banche tradizionali si prevede che concentreranno tutti i prossimi sforzi nella trasformazione digitale “, ha commentato, Nitin Bhas, autore della ricerca. Juniper, in realtà, fa sapere che alcune banche hanno già avviato la trasformazione digitale, provando ad affermarsi nel mercato della finanza tecnologica e a mantenere una posizione di leader in quello degli istituti finanziari.

Fintech, qualche numero

Oggi la finanza tecnologica nel mondo vale circa 867 miliardi secondo alcune stime di Forbes. E questo grazie a investimenti globali che tra il il 2014 e il 2015 sono passati da 17 a 38 miliardi di dollari e destinati a toccare entro il 2020, secondo la banca d’affari Goldman Sachs, i 46 miliardi di investimenti. Il tutto si traduce, sempre secondo la banca americana, in un bacino di ricavi potenziali di 4,7 miliardi, sottratti naturalmente agli operatori le cui attività sono ancorate ai servizi più tradizionali. Basti pensare che secondo Pwc, nei prossimi anni l’industria del Fintech si mangerà fino a un quinto del business assicurativo mondiale che ancora si appoggia ad attività poco innovative. A muovere le fila di questo enorme movimento che mira al cuore della finanza ci sono poco meno di un migliaio di start up, concentrate per lo più in California (219) e Regno Unito (133), mentre cresce a vista d’occhio anche il distretto indiano, che già vanta una cinquantina di player.

Gianluca Zapponini

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