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Investire in Cina, istruzioni per l’uso

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Due esperti dell’economia cinese hanno spiegato che gli investimenti Cina-Italia non sono così semplici come appaiono

 

Non basta un negozio fisico, serve una catena; non basta un negozio online, c’è bisogno di investimenti nel packaging, branding, comunicazione, marketing. Investire in Cina, sopratutto negli ultimi anni, non è così facile come sembra ma ci sono alcune accortezze da osservare per entrare all’interno del mercato asiatico.

Spogliarsi dei pregiudizi

Il primo passo da fare per avviare un rapporto economico con la Cina in questi anni, è dimenticare tutti quelli che sono i pregiudizi su questo Paese. Le cose sono cambiate e tutti coloro i quali vogliono vendere su questo mercato i propri prodotti, oppure stabilire lì una parte della produzione o della struttura logistica, devono tener conto di questo movimento: la Cina non è più la Babilonia di globalizzazione e urbanizzazione, dove i lavoratori spendono poco e domiciliano sul posto di lavoro.

Francesco Boggiochina Ferraris, direttore della Scuola di formazione permanente della Fondazione Italia-Cina, identifica come due le tendenze da tenere presenti: crescita dei consumi legata all’espansione della classe media e del New Normal – il modello economico diretto maggiormente verso i servizi e i consumi piuttosto che agli investimenti – e la transizione graduale verso la vendita digitale in diverse forme. Su una popolazione cinese, infatti, composta da quasi 1,4 miliardi di abitanti, oltre 730 milioni accedono a internet regolarmente, la maggior parte tramite smartphone. “Ben 800 milioni di cinesi hanno un account WeChat – il più diffuso social network del Paese – in tutto il Paese. Inoltre, il 65% dei consumatori ha fatto acquisti da mobile almeno una volta al mese nel 2016 , mentre il 20% almeno un acquisto al giorno”, commenta Boggio Ferraris al Sole24Ore, citando uno studio PwC.

Alcuni dati sul commercio high-tech

L’82% dei clienti online in Cina acquista attraverso dispositivi mobili, contro il 17% degli Stati Uniti e il 15% della media mondiale” spiega Rodrigo Cipriani Foresio, managing director di Alibaba per il Sud Europa, i cui consumatori sono aumentati dell’80% negli ultimi 35 anni giungendo ad ottenere 488 milioni di consumatori attivi annuali. Qualche tempo fa, in occasione del Global Shopping Festival, celebrato annualmente l’11 novembre – conosciuta come giornata dei single -, Alibaba ha venduto 25,4 miliardi di dollari in prodotti in sole 24 ore: il 39% di più rispetto allo scorso anno, con un 90% degli acquisti effettuato attraverso smartphone.

Il retail online

Chiunque decide, in base a questi dati, di esportare in cina tramite il web e crede di poter usare l’ecommerce quale via più veloce per addentrarsi al mercato cinese risparmiando sugli investimenti – fa notare Boggio Ferraris – è in errore. Vendere online richiede un investimento iniziale inferiore rispetto all’apertura di un negozio fisico, ma per essere presenti online occorre avere la disponibilità di prodotti adatti al mercato cinese e una base di delivery sita in loco perché i cinesi sono abituati a ricevere ciò che acquistano nell’immediato e – forse ancora più importante del resto – è necessario investire enormemente in marketing e comunicazione, nella creazione di un brand e avere accortezza per quanto concerne il packaging del prodotto.
Per esportare in Cina attraverso la rete serve un progetto a 3-5 anni. Le opportunità sono immense, per tutti i settori e in particolare moda, food, prodotti sportivi e hi-tech. I cinesi, soprattutto i giovani, sono aperti e desiderosi di possedere prodotti occidentali, di qualità e di design. Ma serve un piano strutturato, perché il mercato è complesso e bisogna mettere a punto una strategia per far conoscere e capire i prodotti italiani” dice Cipriani Foresio; occorre dunque una strategia che preveda investimenti in promozione e comunicazione, anche attraverso il ricorso a consulenti esterni. “Aprire un negozio su un marketplace digitale come Alibaba è solo il primo passo – commenta Cipriani Foresio – ma sicuramente può essere un modo più rapido per cominciare, soprattutto per le aziende più piccole e dotate di minori risorse finanziarie”.

E-commerce integrato

Un aiuto particolare potrebbe arrivare da Tmall Global, una delle otto piattaforme di Alibaba, che dal 2014 permette la vendita online anche alle aziende sprovviste di una identità legale o fisica all’interno dei confini nazionali: attualmente sono più di 170 gli store italiani su Tmall e Tmall Global, mentre si contano oltre mille i brand Made in Italy diffusi sui marketplace.

e-commerce“Anche parlando di vendite online bisogna ricordare che in Cina tutto cambia con estrema rapidità – mette in guardia Boggio Ferraris -, anche l’e-commerce è già nella sua fase 2.0 e tende al modello O2O, Online-to-Offline, ovvero a un mix di esperienze virtuale e fisica che non si escludono tra loro, ma devono necessariamente integrarsi”. Proprio in questo contesto la vendita al dettaglio, retail in gergo tecnico è ormai diventata retailtainment, fondendosi con l’intrattenimento per diventare un passatempo, una occasione di distrazione, così come è identificato lo shopping “reale”. Questo è ciò che un’azienda che decide di stabilizzarsi in Cina deve essere in grado di offrire.
Alcuni dati
Secondo i dati del Cesif (Centro studi per l’impresa della Fondazione Italia-Cina) il primo settore per esportazioni in Cina del Made in Italy è l’abbigliamento, anche se nel 2015 è stato registrato un aumento dell’esportazione di prodotti farmaceutici, saliti dal 17° posto del 2014 al quarto. Per quanto concerne i distretti produttivi, è quello dei macchinari per il tessile di Biella ad aggiudicarsi il gradino più alto, seguito dall’oreficeria di Arezzo e da quello di Vicenza.
Giovanni Malaspina

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