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Chi (e come) attenta davvero alla sovranità dell’Italia. Parola di Galietti

Cina Shale Gas

Daniele Capezzone ha recensito sul giornale on line Atlantico Quotidiano il libro scritto da Francesco Galietti “Sovranità in vendita” (Guerini)

Il paradosso (a ben vedere) è clamoroso. Ovunque ci si preoccupa della pagliuzza rappresentata dal peso di vere o presunte lobby locali di settore, ma si fa finta di non vedere la trave del rischio di eso-condizionamento da parte di potentissimi stati-nazione.

Francesco Galietti è chirurgico nel descrivere la nostra situazione. Per un verso, siamo un paese finanziariamente sotto osservazione, essendo titolari del terzo debito pubblico del mondo; per altro verso, abbiamo ancora asset appetibili (i tre giganti Eni-Enel-Finmeccanica, un tessuto di banche e piccole e piccolissime imprese, un significativo risparmio privato, ecc); abbiamo poi partiti bisognosi di soldi, e tuttora titolari – tramite il governo – di un assoluto potere di nomina nei grandi enti di stato.

Tutto questo in un mondo che è cambiato, e in cui la tradizionale linea di confine novecentesca tra Occidente e Patto di Varsavia è stata sostituita dall’alternativa tra capitalismo liberaldemocratico e capitalismo autoritario (Cina, Russia, Iran, Qatar, ecc).

Attenzione, Galietti non cade in nessuna banale teoria cospirazionista sull’influenza di Putin o di altri attori. Tutte cose che, se applicate a un sistema solido e grande come quello americano, ad esempio, fanno sorridere. Ma – questo sì – il libro si dedica a una riflessione sulla fragilità e la porosità del sistema politico-istituzionale italiano, forse neppure consapevole di quel che accade, tranne ovviamente gli “acquisiti” o gli aspiranti “viceré”.

Il quadro normativo presenta un buco evidente. Nella riforma del finanziamento ai partiti proposta dal Governo Letta non si previde nulla sul tema, qualche anno fa. Persiste oggi solo una desueta norma di epoca fascista (art 246 del codice penale), che punisce la “corruzione del cittadino da parte dello straniero”. Ovvio che si tratti di una previsione sfocata, inappropriata e inapplicabile.

E a questo si aggiunge lo “stigma” sociale che, in Italia, colpisce chi finanzi – lecitamente – una forza politica: per un privato o un’azienda italiana, anche quando la cosa avviene in modo totalmente legittimo e trasparente, il rischio di un danno reputazionale o il sospetto di uno “scambio” è assai elevato.

Ovvio che invece una potenza straniera non democratica non si faccia problemi di questo tipo. E finanziare un partito che potrà dire la sua nelle nomine in Eni-Enel-Finmeccanica, o più ancora in Cassa Depositi e Prestiti, e a cascata in Sace-Simest-Fintecna e così via, può essere un affare favoloso per chi – da fuori – voglia determinare o condizionare le scelte strategiche italiane.

Nel libro troverete anche riferimenti alle “inclinazioni francesi” di alcuni, o alle “attenzioni qatarine” di altri attori politici. Ma Galietti, ammirevolmente, non condanna banalmente, non giudica sommariamente, cerca semmai di capire e ragionare.

E non a caso, con un’ispirazione liberale limpida, non suggerisce affatto soluzioni giustialiste o pan-penaliste, non invoca “le procure”. Ma suggerisce una soluzione einaudiana: conoscere per deliberare. Ci sia una declaratoria dei finanziamenti ricevuti, e ci sia un monitoraggio bancario dei pagamenti esteri.

Insomma: si sappia chi sostiene chi. In modo trasparente: così che il cittadino possa almeno giudicare le scelte, i comportamenti, e anche comprendere meglio perché alcune squadre abbiano scelto di…indossare una certa “maglietta”.

(articolo pubblicato su Atlantico Quotidiano)

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