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Fintech, una rivoluzione culturale in cui l’Italia può trovare spazio

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Le conclusioni degli interventi di Stefano Tresca, Managing partner di ISeed e Paolo Galvani, presidente di MoneyFarm, due realtà attive nel settore Fintech, intervenuti in commissione Finanze alla Camera nell’ambito del ciclo di indagini conoscitive
Fintech è una “rivoluzione culturale” con il “cuore” in uno smartphone. Ma nonostante l’Italia parta dietro rispetto ad altri paesi non è ancora tardi per trovare spazio nel settore. Sono queste in sintesi le conclusioni degli interventi di Stefano Tresca, Managing partner di ISeed e Paolo Galvani, presidente di MoneyFarm, due realtà attive del Fintech, intervenuti in commissione Finanze alla Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle tematiche relative all’impatto della tecnologia finanziaria sul settore finanziario, creditizio e assicurativo.

Londra, dal fintech 50 mila posti di lavoro

FintechStefano Tresca ha esordito evidenziando il profilo occupazionale, richiamato da una recente ricerca dell’Università di Oxford: “Il 47% dei lavori che oggi esistono spariranno entro 10 anni. Uno dei principali motivi sono le ‘intelligenze artificiali’ e i ‘contratti intelligenti’, la tecnologia alla base del Bitcoin – ha ammesso Tresca –. In questo periodo di difficoltà occupazionali in tutto il mondo, Canary Wharf, un quartiere di Londra più piccolo della metà dell’Eur dove si concentra il Fintech britannico, ha creato direttamente 50 mila posti di lavoro. Con l’indotto dei servizi e dell’immobiliare si calcolano intorno a 120 mila posti. Di fatto il Fintech è una delle grandi rivoluzioni industriali. Il cuore del Fintech però non è assolutamente la tecnologia. Stiamo parlando di una rivoluzione culturale. Stiamo parlando della quinta rivoluzione finanziaria e il cuore della rivoluzione è lo smartphone posseduto da tutti”.

Consob e Bankitalia: concedano licenze temporanee per avviare attività fintech

Tresca ha tracciato un parallelo tra Italia e Gran Bretagna, paese dove è localizzata l’azienda ISeed: “Ci sono tre livelli di intervento: lo Stato, gli investitori e gli imprenditori. La prima cosa che ha fatto la Gran Bretagna è stato posizionarsi. Hanno capito di non essere la Silicon Valley e di dover puntare su ciò in cui erano già forti e cioè la Borsa, specializzandosi in sostanza su alcuni settori. Lo stesso può essere fatto in Italia che, ad esempio, ha eccellenti risorse umane – ha sottolineato Tresca –. In questo ambito un punto importante riguarda il regolatore: tutti gli imprenditori parlano, infatti, di Consob e Bankitalia e di licenze temporanee per partire con la propria attività. Il secondo punto cardine sono gli investitori. In Gran Bretagna è stata data piena autonomia di investire nelle start up. Chi impegna fino a 150 mila sterline recupera il 70 per cento dalle tasse, oltre le 500 mila sterline il 30-40 per cento. Chi investe, in sostanza, non genera solo liquidità ma diventa un ‘evangelista’ generando con piccole cifre un mondo che non esisteva e diventando una sorta di venditore gratuito che fa pubblicità” al prodotto. Il terzo punto, infine, riguarda gli imprenditori: “Nella maggior parte del Fintech che ha un’età media maggiore delle start up, gran parte del denaro arriva dal B2B. Il Fintech può generare quindi lavoro di qualità e indotto”.

Fintech: una grande opportunità (da non perdere)

“Per dare una breve definizione al Fintech il modo migliore è quello di ‘inseguire i soldi’ – ha spiegato il presidente di MoneyFarm –. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’enorme massa di investimenti in nuove iniziative soprattutto in quelle che ripensano il settore finanziario. Per questo possiamo dire che sul Fintech non esiste una definizione pre

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cisa ma più che altro semplificazioni. Perché di fatto quello che sta avvedendo è un cambiamento di modelli nel rapporto tra domanda e offerta di servizi finanziari. Da un lato ci sono persone che cercano soluzioni dirette, semplici e a basso costo, accessibili in ogni momento. Dall’altro la tecnologia che ha permesso a un gran numero di persone di portare nuove iniziative in un settore chiuso che aveva bisogno di economie di scala. Si sono affacciati in sostanza un grosso numero di attori in un settore chiuso. E questo è stato un elemento fondamentale con una domanda che cercava accesso diretto, veloce, immediato e trasparente e un’offerta che in questo modo si è ampliata tantissimo”. Galvani ha quindi raccontato l’esperienza della sua azienda che aiuta a “gestire e preservare” i risparmi con un occhio al digitale.

“Chiunque può con un sito web o un cellulare, definire il proprio profilo di rischio e trovare associata una soluzione di investimenti con strumenti finanziari a basso costo che poi vengono ribilanciati nel tempo. La tecnologia ci ha permesso di costruire questo modello in maniera indipendente e di creare un’offerta di consulenza e non sulla vendita del prodotto finanziario. Si tratta di una rivoluzione importante perché uno dei grandi problemi del settore finanziario è sempre stato il conflitto di interessi tra chi cerca consiglio per investire e chi deve vendere un prodotto. Riuscire attraverso la tecnologia a costruire un modello in cui il cliente paga una consulenza a prescindere dal prodotto continuando a fruire dei servizi oppure chiudere i rapporti riavendo indietro i soldi”, è fondamentale.

Risparmi oltre il 50% con tecnologia

Per esempio, ha rimarcato Galvani, i servizi offerti dalla MoneyFarm “sono fruibili indipendentemente dall’ammontare investito” e basati su un modello ibrido fondato su “un’infrastruttura tecnologica con alle spalle un team di persone che supporta i clienti a richiesta. In questo modo i costi sono in media il 50% in meno se non più di un servizio tradizionale analogo. Si tratta di un risparmio significativo che a volte non viene percepito dai clienti anche se quello è più un problema di trasparenza dei servizi finanziari”. Per questo però le differenze tra Italia e Gran Bretagna sono notevoli: “Abbiamo iniziato qui ma poi ci siamo trasferiti in Inghilterra per tre motivi: la ricerca di investitori in capitale di rischio per sviluppare l’azienda che in Italia sono rarissimi se non inesistenti è stato il primo. Il secondo ha riguardato il tema super delicato dell’accesso ai talenti: le cose stanno lentamente cambiando ma se cresci forte e hai bisogno di competenze la Gran Bretagna è molto più avanti. Il terzo elemento è l’ecosistema: dal momento in cui ci siamo spostati abbiamo ricevuto una serie di attenzioni sinergiche da parte di Ambasciata, Comune e così via, tali da infonderci una senso di sicurezza e aiuto”.

Dobbiamo allinearci agli standard europei

fintechNonostante ciò, ha ammesso Galvani “non credo che sia troppo tardi per riposizionare l’Italia in un’ottica Finetch anche alla luce delle recenti vicende della Brexit. La settimana prossima per esempio ci sarà un evento a Milano con Sala e Padoan proprio sul Fintech”. Inoltre, c’è da considerare che “nel settore finanziario i tempi sono più dilatati” per il fatto che bisogna affrontare “regolamentazione e tematiche delicate per cui dalla novità all’implementazione passa molto tempo. C’è una finestra temporale, insomma, e se ci si muove a livello organico c’è ancora tempo per trovare un’identità e provare a costruire un’alternativa valida per il consumatore. Non è una battaglia già persa”. Tre le soluzioni: “Innanzitutto dobbiamo consideraci un paese della Ue e dobbiamo allineare regolamenti, leggi e comportamenti agli standard europei – ha chiarito il presidente di MoneyFarm –. La Mifid 2 per esempio è un indirizzo perfetto anche se ci sono una serie di temi da affrontare come l’educazione finanziaria e l’inclusione. Il recepimento degli ultimi mesi prova che questa cosa va fatta e portata avanti con convinzione. Il secondo tema è la semplificazione che non credo dipenda dalla quantità di strumenti a disposizione: ce ne sono tanti e continuano a crescere. Il problema è capire che quelli esistenti sono già tanti e poco organici tra loro, per cui a volte ci si trova a rinunciare perché non esiste un aiuto per navigare tra tutti questi processi. Terzo punto il gap di competenze: è una realtà per l’Italia che ha il numero di laureati più basso d’Europa e all’interno di questa schiera il numero più basso di lauree tecnologiche. Fino a che non colmeremo il gap e saremo attrattivi anche per i talenti non italiani sarà molto difficile andare avanti perché” la Fintech “è da una parte capitali e dall’altra talenti”, ha concluso Galvani.

ST

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