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Perché l’Europa sarà sempre più isolata. L’analisi di Salerno Aletta

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Europa

L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Guai a dirlo, ma il 2018 ricorda pericolosamente la «drôle de guerre», quel periodo di sospensione della Storia che passò tra il 3 settembre 1939, data della Dichiarazione di guerra alla Germania, ed il 10 maggio del 1940, data di inizio della Battaglia di Francia. Tutto doveva accadere, ma non succedeva nulla.

Fu un periodo catastrofico, politicamente e socialmente, soprattutto per i francesi, che quella guerra proprio non la volevano: stretti tra la propaganda del governo che non riusciva a mobilitarne gli animi e le quinte colonne che militavano per una resa senza combattere, perché sarebbe stato assai “meglio essere schiavi, che morti”. Meglio abbracciare il nemico tedesco, piuttosto che combatterlo ancora rischiando la vita. Per l’Italia non andò affatto meglio, celata malamente dietro la “non belligeranza”: l’ostilità britannica e la competizione con la Francia erano state invincibili, lasciandola sola, preda della Germania. Anche allora, gli Stati Uniti rimasero estranei alle vicende europee, guardando comunque con favore alla Germania nonostante il nazismo, sperando che fosse l’ultimo baluardo contro il dilagare del comunismo sovietico. Il fatalismo fu devastante, in un clima di generalizzata guerra civile, silente o combattuta che fosse, che dilaniava il Continente: tutti aspettavano la guerra, quella vera, ma solo per poter regolare meglio i conti interni. Anche oggi avviene lo stesso nel conflitto tra le fazioni, pro e contro l’euro e Europa.

europaManca ancora una volta la consapevolezza della drammaticità del processo storico in atto, della crisi irreversibile di un sistema geopolitico globale in cui l’Europa ha vissuto senza alternative, per decenni, con la Russia che vuole uscire dal ghetto regionale in cui era stata confinata dopo lo scioglimento dell’URSS, la Cina che si avvia ad essere il principale antagonista degli Usa, e questi ultimi che non sono più in grado di fare da mantice a debito per sostenere la crescita del mondo intero. La stessa cancelliera tedesca Angela Merkel lo ha dovuto ammettere, già al G7 di Taormina: l’Europa ormai deve fare da sola, anche militarmente, perché con Donald Trump gli Usa non sono più l’alleato incrollabile di un tempo.

Ancora una volta è stata la Gran Bretagna, con la Brexit, a rompere gli equilibri europei che avevano portato ad un appeasement generalizzato nei confronti della Germania, che ha dominato le politiche della Unione europea dopo la crisi del 2008. In questi anni, l’atteggiamento rinunciatario della Francia a farsi portavoce di un equilibrio più complessivo ricorda la passività di Édouard Daladier che a Monaco, nel 1938, tradì vent’anni di politica estera francese volta alla ricerca di garanzie generali rispetto alla sempre risorgente ambizione tedesca.

Il 2018 sarà dunque un anno di attesa, di scaramucce politiche, di pesante propaganda e di altrettanto continua controinformazione. Tutto, come nella «drôle de guerre», prepara il dopo. Il seguito delle elezioni italiane del 4 marzo viene tessuto con attenzione, imbozzolando fin d’ora ogni possibile strappo populista che derivasse del voto popolare. Le elezioni americane di mid-term, che si terranno a settembre con il rinnovo integrale della Camera dei Rappresentanti e di un terzo del Senato, servono a mettere alla prova la prospettiva di una ricandidatura di Donald Trump alle primarie del 2020, a poco più di un anno dalla sua entrata in carica: tra il GOP orfano di un Presidente che non proviene dalle sue fila, ed i Democratici alla ricerca di una leadership alternativa dopo il clamoroso fallimento di Hillary Clinton e l’assai poco probabile futuro politico di un leader come Bernie Sanders che si dichiara addirittura socialista. Non è da meno il rinnovato accordo tra Parigi e Berlino, in occasione del 45° anniversario del Patto dell’Eliseo, con cui si tenta di rabberciare un asse in cui la Francia usa l’attivismo in politica estera del Presidente Emmanuel Macron per dissimulare una imbarazzante, cronica debolezza economica: alla Germania tutto questo serve come l’aria, per tenere stretto a sé l’unico Paese in grado di cambiare gli equilibri continentali. Ma, per Parigi, non è più tempo di entente cordiale con la Gran Bretagna: la Prima Guerra mondiale le costò morti a milioni, mentre la Repubblica di Vichy fu solo una passeggera vergogna, e neppure per tutti, presto cancellata dai fasti del generale de Gaulle.

Anche le elezioni presidenziali in Russia del 18 marzo sono solo un rituale, un pro-forma con Vladimir Putin che si presenterebbe come unico candidato.

Sul futuro dell’Unione europea incombe soprattutto l’incognita della Brexit, con un negoziato tra Londra e Bruxelles che andrà avanti sempre più straccamente, fino alla dead line del 29 marzo 2019, quando scadranno i due anni previsti dall’articolo 50 del Trattato europeo per trovare un accordo volto a disciplinare le relazioni successive: gli inglesi punteranno ad evitarlo, per tenersi le mani libere per dopo, mentre Bruxelles continuerà a minacciare ritorsioni. Sarebbe troppo penalizzante per la Gran Bretagna rimanere chiusa nell’Unione doganale europea, con il divieto di tessere rapporti diretti con la Cina, oppure con gli Usa mettendo in campo le mai dismesse relazioni con il Commonwealth, e più ancora di varare politiche fiscali aggressive al fine di attirare imprese europee.

E poi c’è la Cina, con cui il rapporto della Gran Bretagna è alla pari, ex-imperi che si ritrovano per dar vita ad una nuova, e stavolta comune Golden Era: l’ex Premier David Cameron è appena andato a dirigere un Fondo privato cinese focalizzato sugli investimenti nella Via della Seta; il Cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond ha appena annunciato iniziative congiunte tra le Borse di Londra e Shanghai; Theresa May, in viaggio in Cina in questi giorni per incontrare il Premier Xi Jinping, è stata già familiarmente soprannominata “Auntie May”. Il risparmio cinese da gestire è immenso, il processo di internazionalizzazione del renminbi ancora lungo e complesso, così come sono colossali gli investimenti a promuovere all’estero: nessuno altro al mondo, se non la City, ha una tradizione secolare, una capacità strategica ed una solidità tale da poter affrontare queste sfide.

Se nell’Europa meridionale, tra Grecia, Italia, Spagna e Portogallo, sono principalmente i problemi economici e finanziari ad impensierire, ad est il quadro è sempre più complesso. Come se non bastassero le difficoltà frapposte dai quattro Paesi aderenti al Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) in ordine alle proposte di ripartire i profughi che arrivano in Europa, c’è ora anche una netta divaricazione sul versante dei rapporti con la Russia, visto che mentre la Polonia insiste per sanzioni più dure e per contrastare il raddoppio del North Stream, nella Repubblica Ceca è stato appena confermato come Presidente Miloš Zeman, ben conosciuto per le sue posizioni xenofobe e filorusse.

Nel 2019 si voterà in Grecia, e soprattutto per il rinnovo del Parlamento europeo. Saranno due test fondamentali: su una vecchia Europa ridotta ormai ad un guscio vuoto, oppure sull’ennesimo tentativo di rafforzarla spogliando di altra sovranità gli Stati nazionali. Di tempo ce n’è poco, con il governo tedesco ancora da costituire dopo le elezioni del settembre scorso, per mettere in cantiere una riforma che trasfonda il Fiscal Compact nei Trattati, modifichi lo Statuto dell’ESM per trasformarlo in un FME ed istituzionalizzi l’Eurogruppo che deciderebbe finalmente a maggioranza, presieduto da una sorta di Ministro del Tesoro dell’Unione.

Motus in fine velocior, oppure sterile attesa del precipitare degli eventi: il destino europeo, e non solo quello, si gioca quest’anno.

Guido Salerno Aletta

(articolo tratto dal settimanale Milano Finanza)

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