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Come modificare il Fiscal compact per non far stramazzare (non solo) l’Italia

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L’analisi di Gianfranco Polillo

Si può discutere serenamente di fiscal compact, senza essere iscritti d’ufficio al partito degli apocalittici o degli integrati? Copyright di Umberto Eco. Prescindere, in altre parole, dalle inutili manifestazioni muscolari contro l’Europa o dall’adesione acritica al verbo tedesco. Mario Monti che critica la politica monetaria di Mario Draghi. Due gli assunti di base. In natura, non esiste una medicina in grado di curare ogni malattia. I protocolli sono diversi: calibrati sulle reali condizioni dei singoli pazienti. In economia le “variabili indipendenti” non hanno alcun fondamento. Quando Luciano Lama ne teorizzò l’esistenza, a proposito dei salari, le conseguenze furono disastrose: l’inflazione salì alle stelle, la bilancia dei pagamenti crollò, la lira subì una violenta svalutazione.
Forti di queste premesse, è possibile impostare il tema e porre la questione: un deficit di bilancio è buono o cattivo? La risposta non è univoca. Dipende. Dipende dagli altri elementi che compongono il più generale quadro macroeconomico. Se il sistema economico si trova in una situazione di piena occupazione è bene essere prudenti. Se invece la disoccupazione è dilagante, allora, le leve finanziarie in mano allo Stato, purché attivate in modo intelligente, possono fare la differenza.

Una seconda variabile è data dell’equilibrio con i conti con l’estero. Un surplus troppo alto delle partite correnti della bilancia dei pagamenti è il sintomo più vistoso che qualcosa non va nella distribuzione del reddito. É la dimostrazione che il sistema non marcia a pieno regime. La sua domanda interna è troppo contratta per rispetto al potenziale produttivo esistente. Un output che dovrebbe soddisfare le esigenze non di un’economia di mercato. Ma di un’economia “sociale” di mercato. Finalizzata all’incremento non solo del benessere individuale, ma collettivo.
Al contrario un deficit delle partite correnti, mostra sotterranee difficoltà. L’esistenza di una capacità competitiva, a livello sistemico, comunque compromessa. In questo caso è giusto stringere i cordoni della finanza pubblica. Pretendere una riduzione ancora più forte dell’eventuale deficit di bilancio, al fine di non dilatare ulteriormente una domanda interna che il livello di produzione esistente non è in grado di soddisfare, visto che i beni importati costano meno.

Nei due schemi contrapposti è possibile collocare le diverse esperienze europee. La Spagna, prima dell’applicazione, seppur temperata del fiscal compact, presentava un deficit delle partite della bilancia dei pagamenti pari al 10 per cento circa del Pil. Gli ultimi dati, grazie alla stretta, mostrano oggi un sostanziale equilibrio. Stessa sorte al Portogallo o alla martoriata Grecia. La Francia, per lungo tempo ha ignorato questa necessità. Ma ora Emmanuel Macron, con la sua politica produttivistica, cerca di recuperare il tempo perduto e ridurre quel deficit delle partite correnti che ancora permane.

I casi opposti sono quelli della Germania e dell’Italia: travolti da un insolito destino, seppure con profonde differenze. In Germania l’eccesso di surplus (quasi 9 punti di Pil) ha decretato la crisi della Spd. Che non è stata capace di fare il proprio mestiere, nel ridurre le diseguaglianze. Alla grande opulenza di pochi si è contrapposta una diffusa sofferenza sociale, specie nei lander dell’ex DDR. Ma è soprattutto l’Italia il caso di scuola. Un livello di disoccupazione più che doppio rispetto al più forte Paese europeo, un surplus delle partite correnti più contenuto (2,7 del Pil). Ma comunque significativo. Per ridurre progressivamente il quale, sarebbe necessario un allentamento – altro che fiscal compact – delle politiche fiscali.

Fin qui ricette classiche, nella più pura impostazione keynesiana. Ma con qualche novità rilevante. Il grande economista era relativamente indifferente alla qualità della spesa. Il celebre apologo sulle buche da scavare per poi farle ricoprire ai privati. La novità delle moderne economie è invece data dal problema dell’enorme debito pubblico destinato a gravare soprattutto sulle giovani generazioni. L’esperienza più recente dimostra che, ai fini del suo contenimento, la sola politica della lesina non serve. La stretta finanziaria impedisce al debito di aumentare, quando ci riesce, ma fa crollare il denominatore – vale a dire il Pil – in misura più che proporzionale. Per cui il rapporto debito – Pil aumenta invece di diminuire.

Ed ecco allora il correttivo. Le maggiori possibilità di indebitamento non devono essere utilizzate per far crescere, in modo diretto, i consumi. Nessun bonus. Ma per rilanciare gli investimenti produttivi e ridurre il carico fiscale che grava sulle relative attività. L’aumento dei consumi ne sarà la conseguenza, grazie ad una riduzione dei livelli di disoccupazione. A sua volta il debito pubblico, in rapporto al Pil, potrà diminuire grazie al maggior dinamismo di quest’ultimo. Quindi un gioco a somma positiva da mantenere almeno fino a quando il surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti non sarà progressivamente assorbito o il tasso di disoccupazione non sarà tornato ai livelli frizionali. Dopo di che si potrà riprendere con un maggior controllo finanziario. Uno schema, come si vede, facile da comprendere se non vi fosse il peso di un’ortodossia fuorviante che impedisce di cogliere le differenze. Ma che, alla fine, rischia, come già sta avvenendo, di alimentare quei populismi che allarmano l’Europa.

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