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Come Cina e Draghi infieriscono sul bitcoin

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Mentre Draghi mette in allarme gli investitori, la Cina pensa a chiudere i siti di trading di bitcoin. Quale futuro per la moneta virtuale?

 

Non c’è pace per il bitcoin. Europa, America ed Asia sembrano essersi messe d’accordo per dichiarare guerra alla moneta virtuale che nel mese di dicembre rendeva felici tutti gli investitori che avevano creduto nella valuta. Un bitcoin, infatti, valeva ben 20.000 dollari (o poco meno): un grande salto se si pensa che nel 2010 per acquistare due pizze bisognava versare 10.000 bitcoin. Chi ha investito nella moneta, quando questa era ai suoi albori, senza dubbio ha guadagnato. E, nonostante il crollo degli ultimi giorni, continua a guadagnare, anche se molto meno.

Il debutto nella finanza ufficiale, con l’avvio dei futures sulla criptovaluta, sembrava essere un nuovo inizio per una moneta promettente. E invece, tra l’amarezza degli investitori, proprio quel debutto sembra aver dato inizio ad una serie di notizie e regole che hanno portato il bitcoin a scendere sotto i 7.000 dollari. Dopo la stretta della Corea del Sud, l’indagine avviata dalle autorità americane e il rifiuto di Facebook è stata la volta di Europa, con Draghi e della Cina.

moneta virtualeE intanto sembra farsi strada l’idea che quella che è nata come criptovaluta possa diventare una moneta reale per tutti quegli stati la cui moneta ha perso valore, ma la notizia non è del tutto positiva.

E’ IL MOMENTO DELLA VERITA’?

Qualcosa doveva pure succedere. Il fenomeno del bitcoin, infatti, aveva toccato numeri da record senza destare alcun interesse da parte delle istituzioni. Già dalle prime settimane del 2018, però, sembra essere arrivato il momento della verità: la forte correzione dei prezzi, infatti, potrebbe fare da catalizzatore per il coinvolgimento delle istituzioni (e quindi per una regolamentazione univoca) oppure, come scrive Bloomberg, tutto potrebbe risolversi in una bolla.

Nel corso del 2017, il bitcoin ha raggiunto nuovi ed importanti traguardi, passando da circa 1.000 dollari di inizio anno ad un record di 20.000 dollari a dicembre. Nonostante questo, però, i bitcoin non avevano ancora attirato (ad eccezione della Cina) quell’interesse governativo che un fenomeno come questo richiede. Interesse che sembra invece essersi scatenato nelle prime settimane del nuovo anno.

Anche sul mercato dei futures è significatovo che grandi assenti, almeno per ora, sono gli investitori di lungo termine, fatte rare eccezioni, infatti, nel mercato dominano le scommesse a breve termine. Anche i grandi investitori istituzionali, come i tradizionali fondi comuni di investimento, le banche di Wall Street e gli hedge fund, sono rimasti ai margini del fenomeno, anche se il loro coinvolgimento è fondamentale per la sostenibilità del bitcoin.

LA STRETTA DELLA CINA

Una stretta decisa alle criptomente, bitcoin compreso, arriva (almeno in teoria) dalla Cina. Pechino, secondo quanto riportato dal Wall Street Joutnal, infatti, ha deciso di boccare i siti web che consentono di fare trading e di raccogliere fondi mediante criptovalute.

Le autorità sarebbero già a lavoro per introdurre una serie di misure contro lo scambio di monete virtuali, che potrebbero coinvolgere siti web locali e internazionali. La guerra alle criptovalute era iniziata lo scorso anno, quando la People’s Bank of China ha messo in atto un giro di vite con la messa al bando degli exchange di bitcoin e della raccolta di fondi tramite criptovalute. Il trading dei privati, però, sembrava restare fuori dalla regolamentazione.

Sembrava, appunto. Perchè a poche settimane di distanza, infatti, la banca centrale ha deciso di “inasprire la regolamentazione riguardo la partecipazione di investitori locali a transazioni all’estero per Ico e valuta virtuale, dal momento che nel settore i rischi restano elevati”. Nonostante le intezioni, però, al momento non sembrano esserci (da indiscrezioni locali) disservizi ai siti di trading.

DRAGHI: ATTENZIONE AL BITCOIN

Dalla Cina all’Europa. Ad esprimersi contro il bitcoin è stato anche Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, che parlando di monete virtuali ha dichiarato: “sono al momento nello spazio non regolato, e dovrebbero essere viste come asset molto rischiosi, soggetti ad alta volatilità e speculazione”.

Il Single supervisory mechanism, ovvero la vigilanza bancaria unica, è a lavoro per “studiare come identificare i rischi prudenziali che (le valute virtuali, ndr) pongono alle banche”.

A parlare del tema anche il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, in occasione dell’evento Open Italy al Politecnico di Milano. “La blockchain è una tecnologia. Un conto è la tecnologia, un conto l’uso che se ne fa. Le bolle, quando ci sono, sono legate a un comportamento ultraspeculativo dei mercati monetari e finanziari”, ha messo in guardia il ministro rispondendo ad una domanda sul Bitcoin.

L’utilizzo delle criptovalute, ha affermato Padoan “è un tema che si sta affrontando a livello istituzionale. Le Autorità di sorveglianza se ne stanno occupando. Se alcune banche centrali stanno valutando o addirittura hanno contemplato l’idea di adottare sistemi di cripto valute e di emettere criptovalute, questo significa che il sistema sarà regolato per evitare le bolle, che prima o poi esplodono e fanno male“.

DAL 2018, UNA SERIE DI BRUTTE NOTIZIE

La nuova stretta della Cina e l’allarme lanciato da Mario Draghi sono sono le ultime notizie, in ordine cronologico, di una stretta (o rifiuto) del bitcoin. Dal 30 gennaio sono entrate in vigore anche le nuove norme della Corea del Sud. Seul obbliga le banche locali a vietare operazioni provenienti da conti anonimi per il trading in criptovalute, con l’obiettivo di poter rendere tracciabili e trasparenti le transazioni e mettere un freno al riciclaggio e alle attività criminali, oltre che alla speculazione e all’evasione fiscale. Come spiegato dal vice presidente della Financial Services Commission coreana, Kim Yong-beom, poi Seul impone il divieto di trading per i residenti all’estero che non hanno conti correnti bancari in Corea e per i minori di 19 anni.

Restando sul fronte asiatico, anche l’India sarebbe pronta a mettere al bando il Bitcoin e tutte le altre criptomonete, così come annunciato dal ministro delle Finanze Arun Jaitley. “Il governo considera le criptomente illegali e prenderà tutte le misure per vietare l’uso di queste per il finanziamento di attività illecite o come strumento di pagamento”, ha detto Arun Jaitley, Giovedi 1 febbraio, nel suo discorso sulle previsioni di Bilancio 2018.

A schierarsi contro le criptomonete, sarebbe stato nei giorni scorsi anche Facebook. Il gruppo di Mark Zuckerberg vieterà gli spot di “prodotti e servizi finanziari che sono associati frequentemente con pratiche promozionali ingannevoli”, comprese criptomonete e Ico, si legge in un post di Facebook. Ora la piattaforma avvierà un processo di identificazione e soppressione delle pubblicità ingannevoli.

A tutto questo, poi, si aggiunge l’indagine avviata dalle autorità finanziarie americane, che hanno deciso di indagare sulle attività della discussa piattaforma Bitfinex, sospettata in passato di riciclaggio di denaro sporco.

BITCOIN MONETA REALE?

BancheMentre il prezzo continua a calare e le istituzioni accelerano sulla regolamentazione, avanza anche una nuova ipotesi, che vede il bitcoin diventare valuta reale, secondo la banca Goldman Sachs Group Inc.

Molte valute nell’Africa subsahariana, ha spiegato la Banca, hanno perso valore a causa dell’alta inflazione e della cattiva gestione dell’approvvigionamento. E così, il denaro straniero costituisce oltre il 90 per cento dei depositi e dei prestiti nella Repubblica Democratica del Congo, mentre lo Zimbabwe ha demonetizzato la sua valuta nel 2015. “Negli ultimi decenni il dollaro USA ha raggiunto una sua buona stabilità”, hanno scritto gli analisti di Goldman Sachs, Zach Pandl e Charles Himmelberg. Ma “in quei paesi e angoli del sistema finanziario in cui i servizi tradizionali di denaro non vengono forniti in modo adeguato, i Bitcoin (e le criptovalute più in generale) possono offrire valide alternative”.

Se così fosse, però, il Bitcoin sarebbe destinato a perdere del tutto il suo valore. “Il nostro presupposto è che i rendimenti di criptovaluta di lungo periodo dovrebbero essere pari (o leggermente inferiori) alla crescita dell’output globale reale, un numero nelle basse cifre singole”, hanno detto gli analisti. “Pertanto, le valute digitali dovrebbero essere considerate come attività a rendimento basso o pari a zero, simili all’oro o ad altri metalli.”

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