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Brexit: la grande fuga del Fintech inglese

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Tra perdita di privilegi nell’export e la paura di rimanere isolati, la Brexit rischia di far fuggire dal Regno Unito un pezzo della sua industria. Con conseguente perdita del primato Fintech. Ed è già caccia alle startup in fuga

Qualcosa si sta inceppando nell’Eden del Fintech inglese. Qualcosa che sa di lenta ma inesorabile fuga, magari verso nuovi lidi dalla bassa tassazione, come Irlanda e Svezia. La Brexit rischia di giocare un brutto scherzo all’industria della tecnofinanza made in England. Troppa l’incertezza sui costi del divorzio con l’Ue e sulle ripercussioni verso chi esporta tecnologia nel Vecchio continente. E così, mentre gli Stati Uniti avanzano (qui l’approfondimento di Start Mag), il Regno Unito ancora oggi patria del Fintech rischia seriamente di perdere peso specifico nella corsa all’innovazione mondiale. Perchè?

Il regno del Fintech

Il 2016 ha sancito il ruolo di leader nel Fintech per la Gran Bretagna,  con un vero e proprio picco di investimenti da parte delle imprese e delle startup, per una cifra pari a 6,7 miliardi di sterline e una crescita del 40% rispetto al 2015. Il voto del 23 giugno, giorno del referendum sulla Brexit non era ancora stato metabolizzato, ma soprattutto il negoziato con l’Ue sembrava già in discesa. Era solo un’illusione, presto Uk e Bruxelles sono finiti ai ferri corti, con rispettive accuse su chi dovesse sostenere il grosso dei costi del divorzio. Da quel momento sono iniziati i guai, con interi settori di industria travolti dai dubbi: meglio rimanere e sposare la causa inglese o traslocare nell’Europa monetaria? La posta in gioco è alta, visto che il solo Fintech inglese vale una buona fetta di tecnofinanza mondiale.

Primato inglese

Lo dicono i numeri. Le startup che risultano attive nel Regno Unito nel 2016 sono 274 mila, per un fatturato di 207 miliardi di euro (sugli 800 nel mondo) e investimenti tra i 6 e gli 8,2 miliardi di euro. Non solo. Sono stati 12 i miliardi di dollari investiti in questo campo nell’ultimo anno, secondo quanto riportato in uno studio elaborato da Innovate Finance (ente no profit nato in Gran Bretagna e prima associazione nazionale della tecnofinanza). Il Fintech britannico ad oggi conta 20 miliardi di sterline di ricavi annui e dà lavoro a circa 135 mila persone.

Dio salvi il Fintech

Numeri da record, ma qualcosa è andato storto lo stesso. Molte startup stanno mettendo in discussione la loro permanenza in Gran Bretagna, pronte a innescare un esodo della tecnofinanza. Di recente il Telegraph, ha fatto sapere come nei primi mesi dell’anno sia in atto un vero e proprio crollo del settore Fintech Uk, che su base annua potrebbe raggiungere a fine 2017 il -28%.  Il ruolo centrale, nemmeno a dirlo, è giocato ovviamente dall’instabilità che caratterizza al momento il futuro del Regno Unito senza la spalla dell’Unione Europea. Si teme una fuga dei capitali dal mercato tecnologico: il rischio è che il posto di Londra venga preso da piazze altrettanto invitanti come Berlino, Parigi, Lisbona o anche Amsterdam. Lo ha capito persino esponente di spicco dei conservatori e braccio destro dell’ex premier David CameronGeorge Osborne, che ha intravisto dietro l’angolo la crisi dell’industria del Fintech. “Noi non possiamo dormire sugli allori, dobbiamo costantemente rimanere il miglior posto al mondo per avviare e far crescere il business della tecnologia: possiamo restare il numero uno del Fintech”.

Una questione di regole

Incertezza a parte, c’è un aspetto molto meno psicologico e più pratico che rischia di far scattare il classico tana libera tutti. Si tratta della questione del passpoarting, di vitale importanza per le startup del Fintech. Questa particolare normativa, prerogativa di chi risiede legalmente dentro l’Ue, consente a una qualsiasi azienda dell’Unione europea di offrire i servizi in tutta l’Unione, senza bisogno di ottenere ulteriori autorizzazioni dagli organismi di vigilanza dei paesi in cui opera o si insedia. Ma dal momento in cui la Gran Bretagna non farà più parte dell’Ue però anche questo diritto decadrà. E allora bisognerà pagare per esportare le proprie innovazioni.

Il caso Transferwise

Qualcuno ha già rotto gli indugi, dichiarando la propria intenzione di abbandonare la Gran Bretagna prima che sia troppo tardi. E’ il caso di Transferwise, big del moneytransfer. Recentemente il ceo Taavet Hinrikus ha dichiarato di voler cercare un’altra sede per la propria sede legale. A causa della Brexit “c’è un sacco di incertezza e l’incertezza non aiuta il business. Così, per l’avvio di una nuova società Fintech, Londra non va più bene”, ha spiegato. Nei prossimi anni dunque, bisognerà focalizzare le proprie attività Fintech su altre realtà metropolitane. “Credo che con la Brexit sia finita l’era del passporting, ovvero della libertà di circolazione di servizi, inclusi quelli tecnologici. Per questo penso che bisognerà necessariamente guardare a realtà come Berlino o Amsterdam”.

Un business da intercettare

Alla fine di tutto però, bisogna porsi una domanda. Ma se il Fintech inglese rischia seriamente di emigrare, chi può beneficiare di tale opportunità, ovvero intercettare le startupFintech che oltrepassano la Manica? Semplice, solo un Paese Fintech friendly, dotato cioè di un quadro normativo in grado di garantire sviluppo e certezza dell’investimento. L’Italia se ne sta accorgendo solo ora, come ha raccontato il deputato Pd Sebastiano Barbanti in un’intervista a Start Mag. “Mi viene l’orticaria solo a pensare che tante aziende inglesi del Fintech stanno guardando alla Svezia per il loro post-Brexit. Possibile che l’Italia non riesca a candidarsi come polo di attrazione? A questo punto siamo a un bivio: O ce ne freghiamo e ignoriamo questa ondata, ma così ci ritroviamo a non sfruttare un business che andrà da un’altra parte, regalando a qualcuno questa opportunità. Oppure facciamo una normativa per diventare Fintech friendly. Ci conviene, perchè significa nuovi capitali e inclusioni sociali. E permettere alle nostre banche di lavorare meglio e ovviamente far pagare le tasse. Nel Regno Unito il Fintech genera 136 mila lavoratori indiretti. Perchè perdere queste opportunità”.

Fornitore non ti conosco

Dimenticando il Fintech, secondo una recente indagine del Chartered Institute of Procurement and Supply (Cips), effettuata tra oltre duemila responsabili della gestione della catena di distribuzione, quasi metà delle imprese europee ha iniziato a cercare alternative ai fornitori britannici, in previsione dell’introduzione di tariffe dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Il 46% dei manager europei che lavorano con fornitori britannici ne sta cercando di nuovi nell’Europa continentale.

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