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Fintech, così l’Italia va a caccia di una legge. In nome del business

Fintech

La Consob ha sollevato un problema: servono regole certe sul Fintech, pena l’anarchia finanziaria. Ma qualcosa si muove. Sempre che non sia troppo tardi. Parla Sebastiano Barbanti (Pd)

Il pericolo corre sul filo. Anzi, nello spazio cybernetico. Il Fintech rischia di stravolgere in poco tempo mezzo millennio di sistema bancario, ma non solo. Almeno secondo il presidente della Consob, la commissione incaricata di vigilare sulle società quotate, Giuseppe Vegas, che nella sua ultima relazione al mercato finanziario ha lanciato l’allarme rosso: o si danno regole certe alla tecnofinanza oppure sarà il caos. In altre parole, impossibile immaginare la pacifica convivenza tra nuova e vecchia finanza senza delimitare le rispettive sfere di azione.

La fine di un sistema

Vegas, contrariamente al suo solito linguaggio pacato, è stato molto chiaro sulla questione Fintech. La sfida che oggi in tutto il mondo i regolatori dei mercati finanziari hanno davanti a loro si chiama Fintech, ovvero digitalizzazione e disintermediazione dell’industria finanziaria. In altre parole, prima o poi salterà il tradizionale modello banca-prestito-cliente, ma rimarrà solo una connessione diretta cliente-prestito. Tale fenomeno è destinato ad esplodere nel giro di pochi anni e “potrebbe porre problemi drammatici di tenuta del sistema delle banche se queste non riusciranno ad adattarvisi rapidamente (qui l’intervista di Start Mag all’ex dg di Unicredit, Roberto Nicastro, in cui vengono anticipati tali timori, ndr)”. 

Il Far West della finanza

Di qui l’allarme della Consob. “Se non si vuole il Far West occorrerà regolamentare tutti questi fenomeni ma in modo graduale e proporzionato per evitare di soffocare le nuove imprese Fintech sul nascere”. Insomma, esattamente il contrario di quanto avviene nel tradizionale settore creditizio, appesantito da una massiccia regolamentazione, stratificata nel tempo. Dunque, il vero problema è che “oggi la rete del Fintech si muove in una sorta di limbo regolamentare che ne favorisce l’azione”. Un problema di regole.

Il caso italiano

L’Italia, come spesso accade, è il fanalino di coda. E anche sul Fintech non ci sono eccezioni. Ad oggi manca una regolamentazione organica in grado di mettere paletti precisi alla tecnofinanza, fornendo al contempo al sistema bancario tradizionale una sorta di scudo. Gli unici, timidi, passi sono stati fatti dalla Banca d’Italia, che lo scorso gennaio ha approvato le prime disposizioni generali in materia di prestiti peer to peer, ovvero tra soggetti diversi dalle banche. Poi, più nulla. Esattamente il contrario di quanto auspicato da Vegas. Peccato che nel resto del mondo, molti Paesi si siano già dotati di una legislazione in chiave Fintech. Soprattutto negli Stati Uniti visto che il fenomeno è soprattutto americano, perché il grosso degli investimenti è lì e perché sono partiti prima (vedi i casi First Data e Lending Club), raggiungendo un tasso di crescita superiore a quello della Silicon Valley (26% contro il 23%). Ma anche l’Europa si è mossa, capofila Regno Unito e Irlanda. Nel primo caso, è stata l’Autorità di vigilanza inglese a chiedere a gran voce, ottenendola, una regolamentazione convincente.

Fermare un fiume con le manifintech

Start Mag ha sentito il parere di Sebastiano Barbanti, deputato del Pd, ex Movimento 5 Stelle e membro della commissione digitalizzazione della Camera. “I tempi in Italia sono maturi per una legislazione sul Fintech, finora non è stato fatto praticamente nulla, se non qualcosa dalla Banca d’Italia. E Vegas mi pare abbia chiesto una legge sulla tecnofinanza”, spiega il parlamentare dem. “La Consob è stata la prima Autorità a sollevare tale problema. Questo è un segnale”. Per Barbanti bisogna dunque subito pensare a un intervento legislativo in grado di regolamentare il fenomeno Fintech. “Dobbiamo partire da un presupposto: le banche tradizionali hanno qualcosa che il Fintech non ha, e viceversa. E allora non si può pensare a una legge che vada solo incontro alle esigenze delle prima, ma serve un provvedimento in un’ottica di collaborazione tra le due realtà. Anche perchè se si pensa di fare una legge solo per salvare le banche è come fermare un fiume con le mani“.

Italia Fintech friendly

Barbanti solleva poi un altro aspetto, più orientato alle ragioni del business. “Mi viene l’orticaria solo a pensare che tante aziende inglesi del Fintech stanno guardando alla Svezia per il loro post-Brexit. Possibile che l’Italia non riesca a candidarsi come polo di attrazione? A questo punto siamo a un bivio: O ce ne freghiamo e ignoriamo questa ondata, ma così ci ritroviamo a non sfruttare un business che andrà da un’altra parte, regalando a qualcuno questa opportunità. Oppure facciamo una normativa per diventare Fintech friendly. Ci conviene, perchè significa nuovi capitali e inclusioni sociali. E permettere alle nostre banche di lavorare meglio e ovviamente far pagare le tasse. Nel Regno Unito il Fintech genera 136 mila lavoratori indiretti. Perchè perdere queste opportunità”.

Germogli di legge?

Ancora, il deputato dem propone l’istituzione di un “referente per la tecnofinanza. Non chiamiamolo ministro, piuttosto un soggetto incaricato di portare il ‘verbo’ del Fintech in giro per l’Italia. Perchè anche questo conta: l’aspetto culturale e la diffusione dell’innovazione”. Di sicuro, nella manovrina chiesta dall’Europa, Barbanti ha inserito un emendamento in chiave Fintech, che rappresenta il primo vero germoglio della legge. “E’ il primo passo per una normativa Fintech. Nella manovrina ho presentato un emendamento che prevede alcune misure, tra cui facilitare il processo di onboarding modificando l’art. 34 del D.lgs. 78/2010 eliminando la richiesta Codice Fiscale a cittadini comunitari, reintrodurre l’esenzione delle plusvalenze da cessioni di partecipazione di persone fisiche come art.3 del dl 25 giugno 2008, n.112, incentivare gli investimenti di Fondi Alternativi attraverso il supporto e la facilitazione al passporting dei fond e incentivare gli investimenti di Fondi Alternativi attraverso la semplificazione e riduzione dei tempi per autorizzazione (60 giorni) a 30gg”.

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