Il 26 marzo scorso, come da tradizione il Segretario Generale della Nato ha pubblicato il proprio rapporto annuale; un documento che serve per fare il punto della situazione sul quadro internazionale, per analizzare le minacce incombenti sull’Alleanza Atlantica (e non solo) nonché il tipo di risposta che si sta dando a esse e, non ultimo, per fornire anche il quadro aggiornato dell’impegno dei Paesi membri sul fronte delle spese militari.
Ed è proprio su quest’ultimo punto che ha finito con il concentrarsi l’interesse della stampa Italiana, così come di una parte della politica. Ancora più in particolare, a destare le maggiori attenzioni sono stati il fatto che tale rapporto ricordi come nel 2025 tutti i Paesi Nato (Italia compresa quindi) abbiano raggiunto il “vecchio” traguardo del 2% del Pil; e il fatto che per il raggiungimento di questo risultato il nostro Paese avrebbe (il condizionale è d’obbligo) varato un significativo aumento delle spese per la difesa tra il 2024 e il 2025.
Ebbene, occorre subito chiarire che tutto questo interesse, accompagnato dalle solite polemiche pretestuose, a voler essere onesti appare discretamente incomprensibile. Per due ragioni molto semplici.
Procedendo con ordine, la prima ragione riguarda la questione del 2%; qui si ricorda infatti che già nel giugno scorso, pochi giorni prima il summit Nato a L’Aja, il Segretario Rutte aveva annunciato che tutti i Paesi erano ormai stati in grado di formalizzare il conseguimento di tale obiettivo. Anticipazione puntualmente confermata dal periodico aggiornamento sul quadro delle spese militari pubblicato dalla stessa Alleanza Atlantica appena due mesi dopo; e cioè alla fine di agosto.
Da tale aggiornamento, opportunamente integrato poi da alcuni nuovi dati contenuti nel rapporto di Rutte, diventano così più chiare le cifre in gioco proprio per l’Italia. Secondo tali dati, emerge che il nostro Paese ha comunicato alla Nato un livello di spese per la difesa per il 2025 pari a 45.315 milioni di €, equivalente per l’appunto al 2,01% del Pil. Un valore dunque sensibilmente più elevato rispetto ai 33.402 milioni del 2024 (ovvero, + 11.900 milioni di € circa). Ed è stata proprio questa vistosa variazione a diventare motivo di questa “attenzione” così incomprensibile; con più di un soggetto pronto a rimarcare, per ignoranza o per demagogia, il fatto che essa sarebbe stata determinata da un vero e proprio aumento di risorse destinate al comparto. Aumento di quelle proporzioni che però, tanto per essere chiari, non è mai avvenuto!
FACCIAMO CHIAREZZA
Il bilancio della difesa tra il 2024 e il 2025 infatti non è certo cresciuto degli 11,9 miliardi di € poco sopra menzionati; l’aumento effettivo di risorse è stato in realtà pari a soli 3 miliardi di € circa, con i restanti 8,9 miliardi frutto di semplici riclassificazioni di voci di spesa già esistenti all’interno del bilancio dello Stato e ora trasformate in spese militari. Di fatto, una semplice alchimia contabile che ha per l’appunto consentito questo improvviso (e “miracoloso”) raggiungimento dell’obiettivo del 2%.
E si badi bene, quelle in questione non sono certo considerazioni riservate o note ai soli addetti ai lavori. Per mesi se ne è parlato e scritto lo scorso anno, proprio prima che si svolgesse il vertice della Nato nei Paesi Bassi. Già ad aprile 2025 infatti, le indiscrezioni circolate per settimane sulla stampa cominciano a farsi più consistenti; e di lì a poco troveranno la conferma ufficiale da parte dello stesso Governo.
Nel corso di un “question time” alla Camera dei deputati, il 21 maggio successivo è infatti lo stesso Ministro della difesa a confermarlo in maniera definitiva, riferendo in maniera molto generica di un nuovo approccio che ha portato a includere nei conteggi non meglio precisate spese legate allo spazio, a sinergie con Guardia di finanza e Capitanerie di porto e, infine, a un maggiore sforzo richiesto dai Carabinieri.
La promessa del Ministro fu poi quella di fornire al Parlamento maggiori dettagli con il Documento programmatico pluriennale 2025-2027; ma anche l’arrivo di quest’ultimo nell’ottobre successivo non riesce in alcuno modo a diradare i dubbi su questa operazione così “spericolata”. In esso ci si limita a fare riferimento (in maniera nuovamente molto generica) all’inclusione di: “Budget per contesti, domini e settori a cui è stato attribuito un focus più militare” e a “Progetti di cooperazione militare (e.g: Military Mobility).”
Un indizio in più arriva infine dall’analisi dei numeri contenuti nel già citato rapporto del Segretario generale della Nato. In questo documento compare un dato interessante, quello delle unità di personale classificate come “Military personnel”: 193.700. Essendo tuttavia gli organici delle Forze armate noti, e pari a 163.900 unità, diventa evidente che la differenza tra i 2 valori (quasi 30.000 “militari”) è stata determinata proprio dall’inclusione nel conteggio in parola di consistenti aliquote di Personale dell’Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Guardia costiera – Capitanerie di porto.
L’ITALIA STA DUNQUE “BARANDO”?
La risposta a questa domanda (anche provocatoria, sicuramente) non può che essere una sola e cioè: sì. Ma non da oggi, peraltro. Perché se è vero che quanto successo appena lo scorso anno rappresenta una anomalia di dimensioni davvero importanti, le somme comunicate dal nostro Paese all’Alleanza Atlantica soffrono già da diversi anni di un deficit di chiarezza vistoso.
Al punto che, attraverso il ricorso a una serie di dati di bilancio fisicamente disponibili, incrociati con stime elaborate su quanto invece non puntualmente a disposizione e integrate infine con l’analisi delle serie storiche delle spese militari stesse, è possibile concludere che il “vero” impegno finanziario in ambito difesa aggiornato al 2025 sia stimabile in 33 miliardi di € circa, anziché 45,3 miliardi. Una differenza dunque davvero importante (oltre 12 miliardi) di €; con una percentuale sul Pil che a propria volta scende dal 2,01% a meno dell’1,5%. E sempre tenendo conto che i criteri di classificazione adottati dalla Nato si caratterizzano per l’adozione di voci di spesa talvolta anche discutibili, nella misura in cui consentono con facilità di “gonfiare” i bilanci.
In tutto questo, una considerazione importante. Se da un punto di vista politico l’operazione portata avanti dall’Italia (e, a onor dal vero, anche da qualche altro Paese) ha una sua giustificazione nell’attuale contesto caratterizzato dalle posizioni massimaliste del Presidente Trump, da uno di natura più pratica essa invece non può che essere biasimata.
E qui occorre chiarire un punto fondamentale; il raggiungimento di determinati livelli di spese militari (ivi compreso il nuovo parametro del 5%) non è in sé il fine del processo di riarmo in corso. Al contrario, esso è più semplicemente lo strumento da impiegare per raggiungere il vero obiettivo finale e cioè conseguire le molteplici capacità operative necessarie per assolvere le missioni di difesa; nazionali e collettive (con riferimento alle organizzazioni internazionali di cui siamo parte).
Inserire dunque in maniera così massiccia voci che poco o nulla hanno a che fare con le vere esigenze di sicurezza del Paese, rimane una scelta di corto respiro e di certo non coerente con quelle che sono le sfide nell’attuale (e complicatissimo) contesto storico in cui stiamo vivendo.
L’ITALIA DEVE DIVENTARE SERIA IN MATERIA DI DIFESA
Ancora volta dunque, ciò che emerge da questa vicenda è l’incapacità complessiva dell’Italia di affrontare in maniera lucida questi temi. Che si tratti di politica, mezzi di informazione o di opinione pubblica, alla fine continuano a prevalere atteggiamenti (e comportamenti) declinati all’insegna della irrazionalità, della poca o nulla informazione corretta, della sottovalutazione sistematica, della demagogia e del populismo a buon mercato.
Ecco perché viene come spontaneo affermare che il nostro Paese avrebbe bisogno di un “riarmo culturale” prima ancora che materiale; un processo cioè capace di portare (nella maniera più diffusa possibile) all’acquisizione del necessario livello di cultura strategica e della difesa per compiere il salto di qualità definitivo. Perché la verità alla fine è che in tanti ancora non capiscono (o fingono di non capire…) l’importanza di investire in sicurezza; e se a mancare è questo passaggio fondamentale, maturare la consapevolezza necessaria per compiere le scelte più appropriate proprio in materia di difesa diventa semplicemente utopistico.







